Mani – Chiara Piredda

La malattia di Mio Padre

Era come un insetto morto: quando le viscere evaporano, lo scheletro di chitina rimane intatto e dà un senso di pienezza al corpo esanime, ma se lo tocchi si sgretola.
Così era lui, come un pacco con la dicitura rossa in stampatello “fragile”.
Le nocche delle dita, dolenti, grosse come noccioline, avevano assistito tante strette.
Prima che l’artrite gli mangiasse la cartilagine, quando la pelle era ancora elastica, aveva stretto per il bavaro suo fratello. Dopo averlo beccato a rubare dal vicino, l’aveva rincorso sotto casa lungo la strada bianca, sollevando un polverone. Una volta acchiappato e infarinato nella polvere, gliele aveva suonate, perché nessuno, ma proprio nessuno nella sua famiglia poteva concedersi il lusso di un gesto tanto oltraggioso.
L’adrenalina aveva reso quelle mani fredde e umidicce quando, qualche anno dopo, aveva stretto per la prima volta la mano del suo datore di lavoro.

Era una giornata cupa, l’aria era pesante, carica, pronta a esplodere in una pioggia incessante, e lui indossava un completo consunto. Si sentiva occluso in quel tessuto rigido, e la camicia stretta diventava tagliente se piegava le braccia. Nella sala d’attesa, la poltrona scricchiolava a ogni suo movimento, e lui si muoveva spesso. Continuava a sentirsi inadeguato e nella mente immaginava le gaffe che avrebbe inscenato al primo respiro. Già si sentiva mugugnare frasi dalla sintassi discutibile: chissà dove avrebbe lasciato il verbo e chissà quanti “a me mi” e “a  te ti” avrebbe pronunciato. Non era uno debole, ma la sua autostima faceva spesso cilecca. La vita lo aveva affiancato a persone scaltre, arriviste, ossessionate dalla smania di successo. Non che a lui il successo non interessasse, ma era uno cauto, realista e sovente pessimista. Si lasciava superare da tutti. Era come un albero dalla chioma folta a bordo strada: alto, bello, imponente, ma che si lascia scuotere da ogni macchina che passa, perdendo le foglie, spogliandosi dell’imponenza fino a scoprire i rami nudi.

Con quelle stesse mani una sera d’autunno, circondato da un manto di foglie aranciate, aveva avvicinato quelle candide di lei, le aveva portate alle labbra e ne aveva sentito l’odore. In quel frangente, tremante forse per il freddo, forse per l’emozione, aveva scoperto uno spazio immenso nella propria anima, una sensazione nuova che per anni era rimasta latente. Non sapeva gestirla, era troppo invadente. Quella sensazione si proponeva con arroganza ogni volta che la rivedeva. Lui, non si rassegnava, non voleva chiamarlo amore, perché l’amore era roba da femmine. E poi amore era dedizione, impegno, costanza, sofferenza. Troppi sostantivi che nel suo piano di vita immaginario avrebbe voluto destinare alla carriera.

Quando il padre gli aveva negato il denaro per andare all’università, per costruirsi un futuro migliore, per uscire dal labirinto della vita da poveraccio, si era promesso che nessuno avrebbe mai ostacolato la sua scalata verso una vita migliore.

L’amore: quale ostacolo maggiore? Non sapeva se era un lusso che poteva concedersi, l’amore.  Gli ribollivano dentro frattaglie di sentimenti: un giorno era il cuore a parlare, uno il cervello e quello dopo il fegato. I discorsi migliori li faceva il cuore, lui, l’ottimista per antonomasia. Quelli più indigesti il cervello. Con i gomiti puntati sul tavolo e le dita alle tempie, spremeva le meningi. Non stava formulando un’equazione quantistica, stava solo cercando una buona ragione per chiederle di uscire. Ce n’erano troppe: forse un’eccezione, una digressione nel suo piano di vita immacolato poteva essere ammessa.

Con quelle mani aveva strimpellato la sua prima chitarra. L’aveva acquistata per una cifra irrisoria da un vecchio musicista malato. “Anche se graffiata è un ottimo strumento”- l’aveva rassicurato il moribondo, e lui si era fidato. Non avrebbe mai imparato a leggere uno spartito, ma a suonarla a modo suo, dolcemente. Sfiorava le corde lasciandosi guidare dal peso dell’anima. Le punte dei polpastrelli si erano indurite, ingiallite e screpolate a furia di strimpellate, ma era la sua nuova passione e ne valeva la pena.

Se c’era una cosa che con quelle mani aveva venerato, era il mare. Il mare era il luogo dove esplodevano i sensi. Respirava a pieni polmoni il suo profumo, con le mani accarezzava la sabbia farinosa, si lasciava incantare dalle sue sfumature e ascoltava i consigli che la brezza marina gli sussurrava all’orecchio. Era il luogo dell’oblio di tutte le preoccupazioni e delle domande ataviche che spesso gli martellavano la mente. Si sentiva in sintonia con il mare, soprattutto nei giorni di tempesta, quando nelle onde libera tutta la sua energia imbattendosi nella battigia e ossigenando le sue acque. Lo osservava con quell’inconfondibile espressione di pace appesa al volto. Da sempre era il suo rifugio e fino alla fine dei suoi giorni lo sarebbe stato.

Con quelle mani sosteneva per la gruccia un abito nero da donna un po’ sgualcito. Ogni tanto gettava lo sguardo nel buio dell’armadio, faceva scorrere le dita sopra gli abiti appesi e le fermava  su quelli neri. Li tirava fuori, li osservava e non notava alcuna differenza, erano tutti uguali: taglio classico, essenziale, neanche l’ombra di un fronzolo. In effetti, anche lei era sempre stata una donna essenziale, semplice, di una bellezza discreta. Sin dal giorno in cui si erano incontrati, avvolti dal manto aranciato, era stata una compagna esemplare, non si era mai stancata di lui e non aveva mai lasciato che lui si stancasse di lei. Ora la sua assenza così forte, così lacerante, lo aveva scaraventato in un’altra dimensione temporale fatta solo di ricordi.

Ora le sue mani erano scarne, attraversate da evidenti vene violacee e la pelle consumata dal tempo, era diventata sottile come carta velina, rugosa  e costellata da macchie scure.

Lui si aggrappava al corrimano della scala a chiocciola che conduceva su in soffitta. Sollevava i piedi stanchi e pesanti, uno dopo l’atro, sequenzialmente, sui gradini che altrettanto stanchi scricchiolavano sotto il suo peso.  Erano anni che non saliva in quell’angolo nascosto della casa, e non sapeva perché quell’incursione imprevista lo rendeva così carico di aspettative.

In cima alla scala, affaticato e ansimante, aveva sollevato lo sguardo scorgendo cataste di scatoloni tutti rigorosamente impanati da uno strato di polvere. Facendosi strada fra le ragnatele, aveva stretto le palpebre riducendo gli occhi a due fessure; cercava la scatola dei ricordi. L’aveva impacchettata lei. “Perché ci metti tanto impegno per tutte quelle scartoffie?” – “Buttale via!” aveva brontolato lui.

Ma lei sorridendo, si era lasciata scivolare addosso quell’imperativo. Forse sapeva già che se mai l’avesse lasciato solo, quella scatola gli avrebbe fatto compagnia. E così era stato. Dopo averla trovata, con le sue braccia cigolanti, l’aveva adagiata sul pavimento. Si era seduto e con la mano l’aveva ripulita dalla polvere. Prima di aprirla, la osservava leggermente illuminata da un raggio di luce flebile. I primi oggetti rinvenuti: due cucchiaini d’argento ossidati dal tempo. Li avevano usati per girare il tè in un vecchio pub al centro di Hastings. Nessuna smanceria, quella sera avevano entrambi il broncio, ma non ricordava di preciso il perché. Secondo oggetto: un sacchetto pieno di calzini bucati, i suoi calzini bucati! Non riusciva a crederci, dopo tanti anni anche se non c’era più, era riuscita a sorprenderlo. Lui non era tirchio, però tendeva al risparmio. Così, difficilmente buttava via le cose vecchie. I calzini erano ancora buoni se coprivano due terzi del piede, quindi, finché non spuntava fuori l’intero tallone erano sfruttabili. Lei faceva parte di un’altra corrente di pensiero fatta di rigoroso ordine che rasentava la perfezione. Era riuscita a sequestrarli silenziosamente, con mani felpate, al punto che fino a quel momento non si era reso conto di quanti calzini mancassero all’appello. Quei calzini gli avevano strappato il primo sorriso. Frugando, aveva riesumato lo schizzo di una piantina che lei aveva disegnato con le sue mani affusolate. Era stato il loro piccolo progetto mai realizzato: una terrazza esterna con tanto di dondolo. A seguire un posacenere filato, un gomitolo di lana, due stecche di Marlboro muffite, qualche carabattola di varia natura e in fondo, il migliore dei ritrovamenti. Era una foto, che oggi definiremmo a “effetto seppia”. Sullo sfondo un lungo viale incorniciato da alberi carichi di foglie, probabilmente gialle. Un cielo carico di nuvole, probabilmente plumbeo. Delle panchine vuote, probabilmente consumate da mille passanti. Una ringhiera lungo il marciapiede, probabilmente arrugginita nel tempo. Infine in primo piano, due mani saldamente strette l’una all’altra: probabilmente le loro.

                                                                                                                                 Chiara Piredda  

 

2 thoughts on “Mani – Chiara Piredda

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.