Da dietro le sbarre – Lorena Bontempi

Da dietro le sbarre

Il momento della giornata che preferisco è senza dubbio il mattino, meglio se molto presto. Nonostante i miei occhi siano molto sensibili alla luce, non rinuncerei mai all’attimo in cui il sole si fa largo attraverso le fessure nelle tapparelle e mi colpisce in pieno, come uno schiaffo di luminosità che mi costringe a svegliarmi. Chi me lo farebbe fare, se no, di alzarmi da qui, che sono tanto comodo? Eppure il dovere, come ogni giorno, mi chiama. Nonostante la fatica fisica che il mio lavoro comporta, sono contento di svolgere un’attività che ancora mi permette di stare a diretto contatto con la natura. Del resto tutte le scelte che ho fatto nella mia vita sono state volte ad evitare di finire rinchiuso in uno di quegli uffici grigi, magari con quelle luci al neon che d’inverno ti sembra di stare in un obitorio! Che poi alla fine in qualche modo me lo ricordano davvero, un obitorio, forse perché tutti quei piccoli burocrati che ci stanno dentro mi sembrano un po’ morti dentro; così inquadrati, precisi, risucchiati dal loro computer e dalle loro infinite scartoffie.

Non mi definirei però un contadino vero e proprio; purtroppo sono sempre stato parecchio gracile e certi lavori manuali che caratterizzano quella professione, il mio fisico non li può proprio sopportare. Di solito ciò che mi è concesso fare è trattare il fieno; la maggior parte delle volte lo accumulo per poi imballarlo e farne delle scorte.

La mia vita non è speciale, non ho mai avuto l’ambizione di renderla tale né tantomeno qualcun altro lo ha desiderato per me. Non ho famiglia e gli amici che avevo quando ero giovane ora vivono tutti in città diverse e Dio solo sa che fine hanno fatto. Certo è che non sono un mago dei rapporti sociali; quando si presenta l’occasione di interagire con qualcuno il pensiero di espormi troppo mi intimorisce non poco. Me ne sto in disparte, non parlo e ascolto solamente quando mi va. Non so bene da cosa derivi questa mia avversione per qualsiasi tipo di relazione; forse è semplicemente insito nella mia natura essere una specie di lupo solitario. Anche con le donne non ho mai avuto esperienze profonde. Le rare volte in cui ci ho avuto a che fare – non posso negarlo – è stato per espletare dei meri bisogni fisici. In ogni caso non non me ne voglio per questo. Non ho conosciuto l’amore e non credo sia una colpa, anzi, potrei anche sentirmi offeso dal fatto che non so chi abbia deciso di privarmi di questo “dono” che tutti dicono sia di una bellezza indescrivibile.

Non posso comunque definirmi insoddisfatto della mia vita. Mi piace la mia routine, la banalità delle mie giornate mi dà proprio la sicurezza di cui ho bisogno. Amo poter prevedere le cose e io, ogni giorno, so esattamente come sarà quello che segue. Paradossale per uno che si sarebbe fatto sparare un colpo piuttosto che incappare nella routine di un lavoro d’ufficio, non trovate? La differenza sostanziale tra me e un impiegato, però, è che sono io stesso a decidere di non cambiare di una virgola.

Qualche volta ci penso a come sarebbe la mia vita se qualche fatto eclatante me l’avesse stravolta; eppure, anche la mia immaginazione è limitata. Non ho visto molto del mondo fuori, a parte lo stesso paesino in cui sono nato e cresciuto e in cui probabilmente morirò. Ho la sensazione che lascerò questo mondo prima di diventare vecchio; chissà come reagiranno gli altri il giorno in cui me ne andrò; probabilmente, i pochi cari che ho saranno tristi per qualche giorno e – chiamatemi pure cinico – ho la sensazione che il loro dolore sarà più legato ad una qualche sorta di convenzione sociale che impone di soffrire al momento della perdita. Ma se ne dimenticheranno presto e sicuramente troveranno qualcosa o qualcun altro in cui incanalare il proprio affetto.

Del resto non sono quel tipo di persona di cui si può sentire la mancanza e il ricambio degli individui sulla Terra è una cosa del tutto naturale che bisognerebbe al più presto imparare ad accettare per vivere serenamente.

La pacifica accettazione della propria condizione. È questa la cosa davvero importante da capire, anche perché gli effetti della nevrosi causata da questa smania di voler diventare ciò che non si è destinati ad essere li ho testati io sulla mia pelle e ora questo maledetto tic al naso non mi abbandona più quasi come a ricordarmi di quanto fossi stato stupido quando anche io avevo pensato di poter diventare qualcuno che per natura non sarei mai potuto essere.

Anche di mia madre ho pochi ricordi; avevo parecchi fratelli, poi un pomeriggio questo signore cattivo era venuto in casa nostra e ci aveva divisi per poi affidarci a famiglie diverse, altri ancora li hanno portati via e basta senza farmeli più vedere. L’unica immagine che mi torna alla mente è quella di mia mamma che lotta con tutte le sue forze per tenerci lì con lei, ma non era una donna forte nel fisico né tantomeno nell’animo e alla fine sono riusciti a portarci via.

A me poi non è andata tanto male, i miei genitori adottivi sono persone per bene, magari non troppo attente ma tutto sommato è brava gente. Hanno anche un altro figlio più piccolo a cui volevano dare compagnia quando la mia matrigna aveva scoperto che a causa di un problema alle tube non poteva più restare incinta. Unica pecca: sono vegetariani e mi hanno sempre costretto a seguire la loro dieta che è quasi unicamente a base di verdure.

C’è stato un unico giorno in tutta la mia vita in cui ho pensato di scappare, di andarmene lontano da tutto e da tutti. Non l’avevo programmato. Mi ero svegliato una mattina e avevo trovato la colazione già pronta, come ogni mattina. Sapevo che di lì a poco sarei dovuto andare al lavoro, come ogni mattina. Non avevo nessun altro impegno rilevante che avrebbe potuto regalarmi un briciolo di entusiasmo o di Vorfreude – la gioia del prima – come dicono i tedeschi, come qualsiasi altro giorno della mia vita. Mi sono sentito soffocare, ho avuto come la sensazione che in quel momento, qualcuno mi avesse rinchiuso in una gabbia.

Poi mi sono accorto che mi trovavo in una gabbia vera e propria. Il mio padrone si era accorto che stavo tentando di scappare, mi aveva preso in braccio, mi aveva adagiato nella gabbia e questa volta l’aveva chiusa.

Da quel giorno mi sono rassegnato al pensiero di essere solo un banale coniglio.

Lorena Bontempi

 

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