Byatron, vecchi sigari e un pizzico di De Andrè – Mirko Palombella

ByantronAll’inizio scoprii il caldo.

Mi avevano detto, però, che non sarebbe stato poi così bello. Chi poi? Mi avevano detto che la coscienza sarebbe sopraggiunta solo dopo l’impianto di sessanta mila neuroni. E invece, io, già penso, e già so di essere. E questo è strano. Non so come spiegarvelo, è come se mi avessero montato sul bicipite destro un cannone ad esaurimento laser ma non sapevo come usarlo. Ti rende potente e universale, ma non lo sai usare. Il primo pensiero è come un ciglio di lava che surriscalda le corde neuronali. Ti senti caldo e freddo allo stesso tempo. Ti senti sfaldo, ma non so ancora se questo termine esista.

La memoria sarebbe sopraggiunta solo dopo centomila neuroni, dicevano. Crescevano ogni giorno, le mie cellule. E io imparavo. Vivevo. Organizzavo i pensieri, iniziavo a provare emozioni. Soddisfazione, umore, preoccupazione.

La legge era uguale per tutti.

Al fianco dei polsi avevo un generatore di gabbie laser e le membra erano avvolte dalla magma elettronica. Non avevo provato ancora a liberarmi. Il bisogno di libertà sarebbe sopraggiunto solo dopo ben duecentomila particelle.

Udii una sirena nello sterno.

– Cazzo, avevo saltato una procedura! – pensai. Avevo saltato l’apprendimento di qualcosa. Ma non sapevo cosa. Avevo un reattore a proliferazione molecolare nel torace, e canalicoli sanguigni nelle membra. Iniziavo a prendere coscienza del mio corpo e a conoscere la propriocezione. Sentivo le mie gambe dov’erano. Non solo, sentivo anche dove sarebbero potute andare. E sentivo gli impulsi. Le inferriate iniziavano ad essere strette.

Iniziavano a farmi male. Era questo il dolore? Ci avevano messi in guardia.

Dolore, Rancore, Amore. La regola del DRA: e non era un caso se Fabrizio De Andrè era il governatore del mondo. Si vociferava fosse un uomo politico clonato dal Dna di un famoso cantante, di qualche centinaio di anni fa.

“L’amore è il dolore. L’amore è la nazione.” Cosi aveva conquistato il potere. Qualcuno diceva anche che fossero state parole di una sua canzone. Io l’amore ancora non lo conoscevo. Il dolore sì, ma la nazione ancora no. Qualcuno mi aveva detto fosse l’aggregazione di unità congeniali e nitidamente coscienti. Non so cosa avesse voluto dire dire, ma sembrava molto complicato.

Avevo incamerato oltre ottantamila neuroni e improvvisamente mi sentivo riconoscente. Sentivo il bisogno di ringraziare qualcuno. Ma chi? – Chi sarà mai il mio creatore? – Chi dovevo ringraziare per essere stato ingabbiato? O dovevo ringraziarlo per avermi creato?– Iniziavo a sudare in modo piuttosto proficuo e mi chiedevo se questo fosse connesso alle mie trepidazioni. Notavo anche un certo cambiamento nell’aria. Non era più caldo come il primo pensiero, ma si gelava e sentivo rumori. Rumori sparsi, un po’ gravi, un po’ acuti. Riuscivo a distinguere adesso due tipi di vasi, un tipo mi perfondeva, l’altro mi purificava. Facevo dei pensieri strani, immaginavo creature uguali a me, ma non proprio. Avevano delle strane protuberanze sul petto, sotto le clavicole. E mi sentivo un po’ animale, un po’ in vigore. Qualche minuto dopo, finalmente, iniziavo a poter guardarmi attorno. Quando ruoti il collo per la prima volta nella vita, lo senti scricchiolare. Chi è nato regolarmente, fuori dal DRA, forse, non se n’è mai accorto. Uno schiocco a destra, uno a sinistra. E vedevo qualcun altro che mi fissava. Anche lui iniziava a guardarsi intorno. Era un tipo strano, non aveva il rigonfiamento pubico che caratterizzava me e secerneva anche uno strano muco da una fessura. Che fosse l’istinto o il ragionamento a farmelo fissare, ancora non lo sapevo.

– Dio immondo – iniziavo anche a bestemmiare. – Toglietemi questa cazzo di roba. – pensavo –Toglietemela cazzo! – Iniziavo a provare insopportazione, tormento, angoscia. – Cosa ne sarà di tutti noi?! Che ne sarà di me?! Perché son diventato cosciente?! Perché tutto questo?!– I rumori iniziavano a schiarirsi, e capì che non era baccano, ma una sinfonia di Schubert, che risuonava nella grande stanza. La sesta sinfonia non mi era mai piaciuta, ma me la dovevo far piacere. Non avevo altra scelta. Alcuni mi avevano detto che la musica classica aiutava la proliferazione.

Mi avvicinavo ai centomila neuroni e iniziavo a ricordare qualcosa. Un drone, cinque postazioni più a lato, si era già alzato, aveva provato un goffo tentativo di deambulazione. Ma con scarso successo. Aveva proseguito gattonando. Un altro s’era svegliato e aveva iniziato a correre come un dannato. Uno si dimenava con forza e sul costato aveva delle strane fessure parallele, a gruppi di tre.

Mah.

Sentii che la proliferazione mia medesima stava giungendo al termine. Mi sentivo quasi compiuto. È vero, avevo saltato una fase essenziale, ma non mi sentivo affatto compromesso, anzi. Mi sentivo vivo, curioso, tenace. Iniziavo a sentirmi libero. Mi sentivo diverso, mi sentivo un colore. In fondo alla stanza finalmente vedevo qualcosa. Era un tunnel luminoso. Non mi dire.

Dovevo morire di nuovo – cazzo.– Un’esistenza piuttosto breve – pensai.–

Alzati!

Sentii una strana voce lontana, ma ferma. Spezzai i lacci di ferro laser con i polsi e mi sentii piuttosto forte. Non so ancora quale abilità io possedessi, né tanto meno per cosa fossi stato ricreato. Ero solo io. E quello sentivo. Camminavo piuttosto bene, avevo le scarpe sporche di verde muschio e la barba abbastanza folta attorno alle guance. Non avevo la più pallida idea di dove stessi andando. Avevo una camicia a quadri indosso, di colore rosso acceso, un vecchio sigaro cubano nel taschino e uno strano basco sul capo, con una stella argentata nel mezzo. Le catene mi avevano lasciato dei segni sulle mani, dove mi ero appena accorto di avere un anello stranissimo.

Sei pronto! Risuonò di nuovo. Non sapevo che si riferisse proprio a me.

Adesso immaginavo, ero in grado di risolvere equazioni complesse e conoscevo gran parte della Medicina occidentale. Organizzavo la realtà circostante o la destrutturavo, se volevo. Qualcuno la chiamava geofisica molecolare. Non sapevo se fossi stato creato per le mie abilità fisiche o quelle mentali, entrambi piuttosto buone.

In fretta! Procedi! gridavano.

Chi sono questi individui? Qual è il loro ultimo fine? Quale il loro scopo?

Il tunnel luminoso era quasi giunto al termine e la luce bianca diventava sempre più forte.

Mi facevo molto domande, iniziavo a riconoscere distintamente il tono della mia voce, la direzione dei miei pensieri. Avevo una linea, un progetto di coscienza. Avevo un quadro, sapevo quello che dovevo pensare e quello che non dovevo. Ma mi facevo domande. Troppe.

Il tunnel era finito.

Fine procedura!, gridarono.

Non potevo crederci.

Ero morto di nuovo. Non è cambiato nulla.

La prossima volta basta errori.

La prossima volta sto zitto.

Mirko Palombella

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