Pi come Paradiso – Chiara Piredda

ParadisoTutti i calendari segnano la domenica in rosso.
Un colore, un monito. La giornata che da sempre chiude la settimana, si piazza lì ogni sei giorni: puntuale, irremovibile, irritante.
Non ho mai conosciuto un “calendariologo”, ma non ho dubbi riguardo alla spiccata lungimiranza della categoria. Avrebbero potuto scegliere di tingere la domenica di lilla, di giallo o pacchianamente di fucsia, ma con tragico realismo hanno scelto il colore che può rappresentare due sole cose: l’amore e il pericolo.
Così, da sempre, arriva la domenica pomposa avvolta nel suo mantello rosso.

Tutte le domeniche mattina mamma schizzava da una stanza all’altra, frenetica, tesa come una corda di violino. Sveglia dall’alba sistemava sullo schienale delle sedie in cucina gli abiti immacolati della domenica: profumati con sapone di marsiglia, stirati con un potentissimo getto di vapore. Abiti utilizzati con il contagocce. Già, perché l’abito della domenica non era un semplice scamiciato in panno o una calzamaglia in pizzo francese. L’abito della domenica era uno status sociale. Era l’occasione per rivendicare il proprio benessere economico e il proprio buon gusto.
Io odiavo le calzamaglie in pizzo, l’elastico mi stringeva la vita, e quelle rifiniture così costose provocavano un prurito irrefrenabile. Sapevo bene che in chiesa non ci si poteva grattare. Ero una signorina, ma il pensiero di quella cucitura antipatica che mi scavava la pelle diventava via via più preponderante. Vedevo il prete, solenne ci guardava da dietro l’altare e ogni tanto sollevava il dito con aria inclemente, ma non lo sentivo e in cuor mio sapevo che avrei demorso. Così, sconfitta dalla calzamaglia di classe, infilavo la mano tremante sotto la gonna, afferravo la cucitura incriminata e mi arrendevo al piacere di una bella grattata. Ora sì, ero pronta a non perdere una virgola del sermone; ma i bambini, si sa, hanno un metabolismo accelerato e neanche un’abbondante colazione può proteggerli dai morsi della fame. L’immagine della calzamaglia in pizzo lasciava spazio a polli arrosto, lasagne fumanti, patatine fritte, crema chantilly e lo stomaco, quel traditore, si emozionava  davanti a tante leccornie e brontolava spudoratamente.
Tornavo a casa sconfitta, affamata e con la gonna spiegazzata.
“Gesù ci ama, vero mamma?”-“Certo, ci ama e ci protegge sempre”. “Non si arrabbia facilmente, vero?”-“Si arrabbia, ma ci perdona”. Ok, avevo ancora qualche speranza. Forse, chiedendogli scusa avrei potuto rimediare alla mia défaillance domenicale.

Un bambino è tutto ciò che rimpiange l’adulto.
E’ spensieratezza: vive all’unisono con il tempo, non un passo in più verso il domani, non uno indietro verso il passato.
E’ curiosità: ha un motore robusto a prova d’urto che lo spinge verso la scoperta.
E’ stupore: un serbatoio di gioia che non conosce riserva.
Un bambino ha sete di risposte.

Quella mattina, investita da un incivile, era morta Piuma la mia cagnolina. Quell’essere ignobile aveva lasciato il corpo in mezzo alla strada, martoriato e imbevuto di sangue. Di lei non c’era più niente: solo carne lacerata, tumefatta e dolore. Non poteva essere lei, perché Piuma non era violenza, Piuma era ilarità, leggerezza, amore. Con quell’immagine cruenta stampata negli occhi e un nodo stretto alla gola ero entrata in casa. Mamma mi aveva  coccolata come solo lei sapeva fare, mi aveva stretta in un abbraccio rassicurante e facendo sprofondare il mio viso nel suo seno, aveva aperto le danze a singhiozzi e lacrime inconsolabili. Quella stessa sera, con le palpebre gonfie e pulsanti, illuminata dalla luce dell’abatjour, avevo posto la fatidica domanda: -“Dov’è il paradiso?”.
E ancora: -“Chi ha creato Dio?”.

Quella domenica ero riuscita a ignorare l’odiosa calzamaglia. Scrutavo il prete, lo vedevo altissimo, avvolto nella tunica bianca emanava un senso di onnipotenza e metteva soggezione. Attendevo con ansia la fine della messa. Questa volta la mia premura non era legata al senso della fame ma spinta dalla sete di risposte. Facendo frettolosamente il segno della croce, come un pulcino che segue mamma chioccia, avevo seguito Don Carta nella sagrestia. Per la prima volta mi trovavo nelle quinte di una chiesa. L’odore d’incenso pungente quasi mi stordiva. Le pareti erano tappezzate di tavole di legno e crocefissi. Ogni oggetto contribuiva al clima severo di quell’ambiente a me nuovo: finestre alte e impolverate, statuine e quadri dai poteri taumaturgici. Tutto tranne uno: in un angolo, appeso all’attaccapanni, il giubbotto del prete, un piumino rosso con cappuccio foderato in pelliccia.
“Come ti posso aiutare figliola?”-“ Don Carta, ho solo una domanda: chi ha creato Dio?”
Il prete aveva storto il muso, e allungando la mano vitiliginosa verso la testa pelata, pensava.
Non era impreparato. Lui, il veterano delle domande difficili, conosceva già quello sguardo avido di risoluzioni. Di anime smarrite ne aveva incrociate tante e con fare sbrigativo aveva sempre ritracciato il selciato verso la fede. In pochi secondi aveva sfornato la fatidica risposta.
Mai ne fu emessa una meno esauriente: -“Figliola, Dio esiste da sempre”.

Mamma, molto generosamente, aveva deciso di risparmiarmi la bufala dei bambini che nascono sotto il cavolo. Con naturalezza e semplicità mi aveva spiegato come gli uomini, più nello specifico i maschi, producano dei semini che donano alle femmine, e che tale donazione avvenga solo grazie a degli strumenti di cui madre natura ci ha dotato, chiamati genitali.
Era abile nelle spiegazioni, fulminea nel trovare il bandolo nella matassa, ingegnosa e originale nelle soluzioni. Quella sera, dopo la morte di Piuma, avevo percepito un’insolita incrinatura nella sua voce, le sue risposte erano lacunose ed io, un fiume in piena di domande, avevo fatto razzia delle parole consolatorie che aveva speso per me e che non erano state sufficienti. Troppi concetti astratti, troppi paradossi.
“Ma Piuma è in paradiso con altri cani?”- “Certo, con altri cani e con le persone che sono state buone”. “Mmh … ma quindi insieme a Piuma ci sono anche dei personaggi famosi? Tipo Galileo Galilei o Giotto il pittore?”. -“Certo, tutti insieme”.
Eppure a me quel paradiso non quadrava. Immaginavo un’accozzaglia di personaggi tutti uniti in una distesa verde: Galileo e le sue pergamene intrise di genialità, Giotto e il suo treppiede, Garibaldi al galoppo su Marsala, il nonno della mia migliore amica, il Signor Beccaglia con la sua pancia sporgente e il maglione cosparso di macchie d’olio; che lingua parlavano?
Un quadro bizzarro e per niente idilliaco.

Diversi anni dopo, nessuno era stato abbastanza esauriente da convincermi. Diversi anni dopo, ogni domanda che ponevo a me stessa prendeva quota decollando verso un paradiso immaginario. Poi, come il moto di un proiettile, perdeva quota e cadeva in picchiata, tornando verso la Terra. Terribile lo schianto, violento e brutalmente reale.
Ogni domanda generava solo un enorme eco che rimbombava, si amplificava e mi assordava.
E’ inconfutabile, alcune certezze sono innate. Sono come il colore degli occhi o le orecchie a sventola, te le ritrovi là al loro posto, ai lati del viso, eppure non le avevi ordinate di quella forma.
Ancora non sapevo se avrei rivisto Piuma. Non sapevo che lingua si parla in paradiso, non portavo più le calzamaglie in pizzo ma lasciavo uno spiraglio alla risposta che magari, chi lo sa, sarebbe arrivata una domenica.

Chiara Piredda

4 thoughts on “Pi come Paradiso – Chiara Piredda

  1. Tantissimi complimenti carissima Chiara,Il tuo racconto mi ha davvero entusiasmato. dall’inizio alla fine…Il prurito che provocava calzamaglia in pizzo,i morsi della fame durante la messa,mi hanno riportato indietro nel tempo…Geniale la descrizione che fai di tua madre…Avrei ancora tante cose da dirti ma non vorrei dilungarmi troppo….Ti dico soltanto che sei bravissima!!!!!Un forte abbraccio e al prossimo racconto….

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