Non è un’altra storia originale – Lorena Bontempi

Ragazzo a bordo stradaLe enormi lancette del Big Ben segnano ormai che la mezzanotte è passata da un po’ anche nella capitale inglese. Giosuè non si è ancora stancato di quel suono, quasi come se le campane qui avessero sempre qualche cosa di nuovo da dirgli. Del resto, lo aveva scritto anche Samuel Johnson che “When a man is tired of London, he is tired of life”.
Che ci si potesse stancare della vita, Giosuè ancora non lo sapeva, quando, due anni fa, aveva deciso di partire.
Aveva fatto questa scelta dopo un anno di università che non era andato esattamente come previsto. Lo diceva sempre lui che a vent’anni si è ancora troppo immaturi per decidere cosa si sarebbe voluto fare da grandi. Quando solo ripensava alla sicurezza con cui diceva alla zia e al nonno che da grande sarebbe diventato un calciatore bravissimo, un sorriso malinconico si faceva largo sul suo viso. Con il filtro amaro di una consapevolezza imposta dalla vita, ripensava ora nostalgicamente all’ingenuità che lo aveva sempre caratterizzato anche quando poi bambino non lo era più. E forse anche la decisione di partire così, lasciandosi alle spalle tutto e tutti, conservava ancora un briciolo di quel sentimento.
«Non vedi che adesso se ne stanno andando tutti!? In Italia non si può più stare, a Londra invece parti da lavapiatti e se sei uno di quelli furbi va a finire che diventi il manager di qualche azienda importante!»
Aveva tagliato corto così con sua madre una volta annunciatale la notizia che sarebbe partito. Qualche soldo lo aveva messo via; il biglietto, quindi, era di fatto pagato e, una volta là, sarebbe cominciata la sua nuova vita. Certo, all’inizio si sarebbe arrangiato, avrebbe trovato un posto da cameriere per guadagnare qualche soldo fino a che non avrebbe trovato un lavoro migliore. Tanto a Londra si sa che di lavoro per i giovani ce n’è in abbondanza.
Un solo rintocco smuove ormai la ferma notte autunnale. Come ogni sera da qualche mese a questa parte, questo era un momento che Giosuè cercava di non perdersi mai. Gli piaceva quel suono solitario, isolato dagli altri; si era sentito spesso così recentemente. Eppure quel singolo rintocco non valeva meno degli altri e rompeva il silenzio notturno esattamente come facevano tutte le altre ore, notte dopo notte.
Per tornare a casa, davanti al campanile ci passava sempre. Aveva un appartamento fuori dal centro che divideva con un ragazzo tunisino di ventisei anni, Amir, e con José, un ragazzo spagnolo che, come lui, aveva inseguito il “sogno londinese”.
Giosuè aveva cominciato come cameriere nel bar di un museo. Era un lavoretto estivo di poche ore alla settimana, però non era pagato male. I primi soldi guadagnati col proprio sudore hanno un valore diverso – pensava. Ma l’estate, si sa, non dura per sempre, così come il suo contratto a tempo determinato. Ed ecco che il primo vento autunnale aveva spazzato via anche quella sensazione di indipendenza e libertà che lo aveva accarezzato durante questi tre mesi.
Era un ripartire da capo; ancora, solo, senza lavoro, in un’altra città. Non ci aveva messo molto a trovare un posto come lavapiatti nella cucina di una vecchia locanda. Ogni sera si faceva forza pensando che quello, forse, poteva essere il primo passo per diventare un importante uomo d’affari, come gli avevano detto. Sì, forse.
Mentre scrostava con le mani dal piatto l’unto lasciato da una coscia di pollo arrosto, osservava le ricche famiglie del centro, tutte agghindate, che passeggiavano nella piazza accanto. Gli sembravano così belle, felici, immobili nella loro realizzazione, come se fossero quello che sono perché semplicemente era già scritto che la loro vita sarebbe stata così. Non avevano in faccia i segni di chi ha lottato con fatica per costruire la propria storia. Questa sembrava data loro come un regalo che si riceve raggiunta una certa età. Giosuè amava pensare che sarebbe stato così anche per lui, che ad un certo punto la sua vita avrebbe preso la piega desiderata per il semplice fatto che doveva essere così, perché lui voleva così.
Era stata la voce tuonante del capo a riportarlo alla realtà: «You know, kid, I bet my dog can wash the dishes faster than you do!»
Non era la prima volta che veniva rimproverato dal capo in questo modo e la cosa cominciava ad infastidirlo. Parla bene, lui – pensava – quando non deve fare altro che impartire ordini a destra e a manca. Che provi lui a pulire la sporcizia che fanno quegli animali di là!
Di recente molti dubbi attanagliavano la mente di Giosuè. Si chiedeva se in fin dei conti quella di partire fosse stata la scelta giusta. In Italia, fortunatamente, non stava male. Entrambi i suoi genitori lavoravano, così come sua sorella che non pesava più sulla famiglia ormai da tempo. Non si era mai fatto mancare niente e, se magari si fosse impegnato un po’ di più, avrebbe anche potuto finire l’università. Biologia aveva scelto. Quella materia lo aveva sempre affascinato da quando la mamma gli aveva comprato quel libro dove bisognava trovare tutti gli insetti nascosti nei vari habitat.
Ma “Se vuoi fare il ricercatore non puoi rimanere in Italia”. Era stata forse questa frase che si era sentito ripetere all’infinito che lo aveva spinto ad anticipare i tempi della partenza. Nell’ultimo periodo che ancora era qui aveva assorbito tutto il pessimismo sputato fuori dai media. Aveva visto tante cose cambiare nell’ultimo periodo, come il carattere di suo padre, avvolto da questa vestaglia di frustrazione che non aveva più nemmeno la voglia di togliere perché ormai questo era diventato il suo modo per tenersi al caldo e sopravvivere a questo inverno.
Il vaso però era traboccato quando, una mattina che se ne stava ancora assopito sotto il piumone, la mamma era entrata in camera sua e, con la voce rotta dal pianto, si era seduta su un angolo del letto e gli aveva detto che avevano trovato il papà del suo amico Paolo disteso sul sedile posteriore della macchina, con il gas di scarico ancora acceso. Era diverso da quando lo aveva letto sui giornali o lo aveva sentito alla tv. Fino a quel momento aveva sempre creduto che la tragedia fosse una cosa che bisognava lasciare agli antichi Greci, qualcosa di lontano che di certo non lo avrebbe mai sfiorato. E invece eccola lì, la tragedia ora era in scena nel piccolo teatro della sua vita e i protagonisti non erano attori, bensì i suoi cari. È stato allora, paradossalmente, che Giosuè ha iniziato a vivere. La sua vita è iniziata quando ha capito che le cose brutte esistono e non c’è niente che ci può proteggere. Si sentiva ora come una lepre ferita nella tana del lupo, consapevole che solo il caso avrebbe deciso se quel giorno la bestia sarebbe tornata o meno.
I mesi passavano, uno dopo l’altro e Giosuè non se la beveva più la storia che sarebbe potuto diventare un importante uomo d’affari. Aveva cominciato come lavapiatti e tale era rimasto.
Aveva perso ormai da tempo l’entusiasmo e la speranza di cui aveva fatto scorta al momento della partenza. Quando chiamava a casa con Skype cercava però di non destare nessun sospetto, indossava la maschera di chi ancora ci crede che possa andare meglio e ripeteva il solito ritornello: “Sì, mamma, tutto bene, mamma. Il capo ha detto che forse il mese prossimo mi promuove al servizio in sala, poi appena riesco mi trovo qualcosa di meglio da fare”.
Qualcosa di meglio effettivamente l’aveva trovato. La strada semplice gli era apparsa davanti quando il suo amico Julio gli aveva chiesto come favore di aiutalo a vendere della roba in un locale. Cocaina purissima, gliel’aveva portata un suo socio dalla Spagna e ora tutta quella polvere bianca andava smerciata al più presto. Non aveva molto da perdere Giosuè e così aveva accettato senza nemmeno sentirsi in colpa. A fine serata avevano raccolto quasi mille sterline; era stanco, ma le mani non erano increspate dal detersivo, la schiena non gli faceva male per le troppe ore passate in piedi chino sul lavello e soprattutto, non c’era nessuno a rimproverarlo per come svolgeva il lavoro. La cosa lo affascinò. Non pensava più ora a ciò che era giusto o sbagliato, vedeva solamente un mucchio di soldi guadagnati senza un briciolo di fatica. E di soldi in quel modo ne fece tanti e poco dopo si licenziò dalla locanda; la polverina bastava da sola a soddisfare tutte le sue necessità.
Credeva a volte di essere caduto nel tranello di perpetuare il luogo comune che l’immigrato sia per forza destinato a delinquere. Non lo avrebbe mai pensato prima, eppure era proprio come lo raccontavano alla tv o nelle cronache: come tanti altri anche Giosuè era arrivato in un Paese straniero, farcito delle più ingenue speranze riguardo alla vita meravigliosa che lo avrebbe atteso e, una volta là, aveva realizzato che parole come “semplice” e “meravigliosa” non si addicevano per niente alla sua vita. Si era reso conto di come fosse difficile integrarsi in un posto in cui oggettivamente lui era il diverso; era diversa la lingua che parlava, le abitudini e i gusti che aveva, il modo in cui si vestiva; gli vennero in mente le parole di Tahar Ben Jelloun che aveva letto a scuola in un brano de Il razzismo spiegato a mia figlia: “L’odio è talmente più facile da affermare che l’amore. È più facile diffidare, è più facile non amare piuttosto che amare qualcosa che non si conosce.” e Giosuè questo lo aveva provato sulla sua pelle e gli veniva ricordato ogni giorno dagli sguardi delle persone che lo incontravano per strada.
“La verità è che ci fanno credere di avere mille possibilità, di essere completamente liberi, quando in realtà non potremmo essere più schiavi di così” pensava Giosuè mentre sprofondava con la testa nel cuscino. Anche il giorno dopo sarebbe stato uguale al precedente.

Lorena Bontempi

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