Culle di memoria – Maria Fezzardi (Contest1)

culle di memoriaNel buio mi sono seduta, e nel silenzio: un buio nero, un silenzio vero.

E poi d’improvviso quell’odore caldo di fuoco di tizzone, che il camino esalava mentre nell’oscurità aggrappavo il mio sguardo ai suoi carboni ardenti, quel rosso crepitante pulsare: fu una capriola all’indietro, un innesco ritrovato nel disordine, disperso nella polvere di una giornata, un déjà vu, dolce trappola tesami per restituirmi alle pieghe del passato.

E la magia fu che avrei potuto perder tempo inseguendo a ritroso le orme stanche dei miei passi, dalle dita ai calcagni, cercando il tasto esatto perché in me risuonassero i giusti accordi per il canto dei ricordi, ma non l’avrei trovato; la poesia fu che solamente alla sorte era affidato il prezioso compito di farmi inciampare in me stessa, di concedere al mio cuore d’affacciarsi agli occhi e commuoversi.

Posso passare la vita intera ad accumulare memorie, ma non ho la facoltà che di affastellarle l’una sull’altra e lasciare lentamente che impolverino, non è per mia scelta che posso immergermi nel loro flusso e sentirne l’intensità, questo è un onere che appartiene al caso, un onore che appartiene al caos: alle sfumature nei colori, ai retrogusti nelle fragranze, alle proporzioni negli scorci, alle consonanze nelle melodie.

Furono sempre i particolari effimeri, gli zampilli, gli accenti, i minuzzoli, a custodire per me i ricordi: essi furono come varchi di passaggio, portali fra gli istanti, strappi nella trama del tempo, come ventri di custodia, nidi di ritorno, culle di memoria.

Furono queste pagliuzze del destino, impalpabili salienze alla coscienza dell’essere, che insinuandosi in me scovarono la chiave dei carillon che la vita aveva modellano a mia insaputa, con lento lavoro di cesello tra i miei pensieri, soltanto perché in virtù dell’insignificanza, per la grazia coincidente di un minuscolo palpito d’eternità, mi fosse concesso di ascoltare, un giorno, il dolce zampettio della vita sui dentellati ricordi del passato.

Maria Fezzardi

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Maria FezzardiCiao a tutti. Sono Maria Fezzardi, ho ventitre anni ma ci sono momenti in cui me ne sento addosso molti di meno, o molti di più, e tutto sommato sono bei momenti. I momenti in cui mi lascio scrivere sono momenti come questi: momenti in cui rispolvero le corse e i campi e il sole a picco, la gola secca, le risate e il tempo della mia piccola infanzia un po’ selvaggia, momenti in cui corro avanti a immaginare cosa succede oltre lo strapiombo del presente e provo a mettermi a testa in giù per vedere se a guardarle come dalla vita di qualcun altro, le salite possono diventare discese. Scrivo da quando ho 7 anni, dal famoso giorno della “pagina di diario” che arriva nel percorso scolastico di quasi ogni bambino. Fu terribile me lo ricordo: non mi andava certo di raccontare a tutti i fatti  miei, men che meno alla maestra. Scrissi qualcosa di finto e vuoto probabilmente, ora non ricordo, ci misi molto poco, poi chiusi il quaderno. Alla maestra non mi andava di raccontare la mia vita e i miei pensieri, ma scoprii che avevo una gran voglia di raccontarli invece a me stessa. Così ho cominciato, e non ho mai smesso.  Ci sono pensieri a migliaia in quei diari, pensieri di bimba, pensieri di adolescente, pensieri da liceo classico, pensieri da universitaria lontana da casa, da qualche mese anche strani pensieri di laureata in cerca di lavoro, pensieri si donna in cerca di se stessa, pensieri un po’ di paura e un po’ di speranza, pensieri di futuro. Pensieri. Scritti. Per quando avrò voglia di leggere.

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