Sogno – Anna Machin

Sono seduto sul sedile della corriera.
È piena zeppa, e l’aria si sta facendo sempre più calda e stantia.
Manca ancora un bel pezzo di strada per arrivare a scuola, una strada di sobbalzi continui, come se la corriera avesse il singhiozzo.
Nonostante ciò il calore mi concilia il sonno. Giro la testa verso il finestrino: il cielo è terso per il freddo, qua e là volano alti dei corvi neri e sotto di loro, lontane, scorgo le montagne. Sono per metà bianche: di notte deve avere nevicato.
Mi addormenterò a momenti, ma riesco ancora a pensare lucidamente a quanto mi piacerebbe volare lassù, come quegli uccelli, scrollandomi di dosso questo caldo appiccicoso e arrivare fino alle montagne… Le mie palpebre si abbassano del tutto.
Ad un tratto però, l’aria soffocante che mi circonda non è più tanto calda. Anzi, degli spifferi gelati cominciano a pungermi ogni parte del corpo. Mi rendo conto che il mio gomito non è più appoggiato al finestrino, né sento il contatto del sedile sulla schiena.
Ora l’aria gelida che mi sferza il viso è così forte che fatico a tenere gli occhi aperti. E tutto ciò che riesco a vedere è il blu. Il blu del cielo.
Dopo qualche secondo, pur non capendo come, mi abituo a quella condizione e la smetto di annaspare.
Riesco a vedere chiaramente, ora.
Sono sospeso a metri da terra.
Come è potuto succedere? In realtà non mi interessa una risposta.
Laggiù, lontano, vedo il puntino bianco della mia corriera che scorre sul  nastro grigiastro della strada. Non so come stia accadendo tutto ciò, ma un’ euforia crescente mi pervade tutto il corpo e istintivamente spalanco le braccia. Questo fa sì che mi innalzi ancora di più.
Volo.
Sto volando.
Anche se ogni tanto perdo il controllo e scendo un po’ di quota, non è difficile riequilibrare l’andatura.
Ho la bocca secca: dovrei tenerla chiusa, ma non riesco a smettere di ridere.
Ad un certo punto sento un gracchiare molto forte, che sovrasta il fischio del vento. E mi ritrovo circondato da uno stormo di corvi nerissimi. Osservandoli meglio non penso siano proprio i corvi ordinari, normalmente sono molto più piccoli.
Mi superano veloci, dirigendosi a nord, e io li seguo, verso le montagne.
Ormai non sento più freddo, e respiro a pieno petto, colmando i polmoni di quest’aria pungente e pulita. È fantastico.
Dopo pochi minuti vedo scorrere sotto di me le creste innevate delle montagne. Non vi è più altro, là sotto. Solo roccia grigia e nuda, spruzzata di neve.
Decido di scendere.
Mi inclino, protendendo i piedi in avanti, ed effettivamente comincio a perdere quota.
Rallento fino a poggiare sulla neve la suola delle scarpe. È ghiacciata, quindi non affondo né mi bagno.
Dopo aver mosso qualche passo penso che in fondo, anche camminare è piacevole, solo che ci sono abituato.
Mi trovo su una specie di spiazzo roccioso e spoglio, guardandomi in giro tiro fuori la mela che ho in tasca e l’addento. Da una simile altezza posso vedere chiaramente come la terra sotto di me sia rotonda.
Lancio forte il torsolo che mi è rimasto in mano: quello sparisce giù, lungo il fianco scosceso della montagna su cui sono atterrato.
Assaporo appieno l’ultimo morso dato al frutto: mai una mela mi è sembrata così saporita.
A pensarci su, mai mi è capitato di mangiarne una in simile circostanza.
Il silenzio denso che avvolge tutto, quassù, è improvvisamente feso da
un forte gracchiare.
Mi volto.
Quei grossi uccelli neri di cui mi ero dimenticato sono ricomparsi, e mi afferrano, in due, per le spalle.
Non so perché ma non provo nemmeno a divincolarmi, la loro presa è gentile.
Mi stanno riportando indietro, ne sono certo.
Vedo scorrere a ritroso, sotto di me, il paesaggio dell’andata: le montagne, i boschi, e infine le prime case. Ecco la mia strada asfaltata, ed ecco là, sempre più vicino, il puntino della mia corriera.
Ora sono esattamente sopra di essa. Sento che gli uccelli mollano la presa.
Non posso più volare. Precipito. Veloce, veloce, sempre più veloce. Talmente tanto che devo chiudere gli occhi.
Li riapro con un sussulto. Intorno a me c’è di nuovo un caldo soffocante. La corriera si è fermata davanti a scuola, sono arrivato.
Devo avere dormito abbastanza profondamente per sognare in modo così realistico.
Ho bisogno di soffiarmi il naso, e quando lo tocco sento che è gelido.
Pensieroso porto una mano alla testa e le mie dita sfiorano qualcosa che non sono capelli.
Lo afferro. Sposto la mano fin sotto agli occhi e mi ritrovo nel palmo una lucida penna corvina.
Penso che non avrò alcuna mela da mangiare a metà mattino.

Anna Machin

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