L’amore che non ti aspetti – Chiara Pugliese

canale con ponte sullo sfondo e tripudio di vegetazione

Sono in Erasmus a Parigi da tre mesi esatti ormai.

Ogni mattina, appena sveglia, scendo di casa e percorro di fretta qualche centinaio di metri per comprare la baguette calda da Maxime, che, per abitudine, mi mette da parte.

Le strade parigine mi regalano, ogni giorno di più, l’aria di casa. Il percorso quotidiano prevede come seconda tappa Notre Dame, ma non mi piace mai passarci davanti: troppi turisti.

Per godermi in tutta tranquillità la mia colazione, mi siedo alle spalle della cattedrale, sui gradini più bassi, e ci perdo il tempo ad osservare incantata il parco fiabesco che mi circonda. Come se ogni volta fosse come se non avessi mai visto degli alberi perdere le foglie giallastre.

Finita la baguette, mi tolgo di dosso le briciole che mi rimangono sempre impigliate nella sciarpa, prendo il tram, attraverso la Senna e mi fermo a Champs Elysées. Nonostante anche questo sia un posto pieno di turisti, a differenza della cattedrale, mi piace così. Non ci sono macchine fotografiche, né gruppi enormi che occupano l’intera strada per farsi fotografare. Solo gente che passeggia. A volte mi diverto a fantasticare sulle storie di chi mi passa davanti mentre sono seduta sulla panchina. Chi ha il broncio per il lavoro, chi sorride perché torna dalla sua amata. In realtà, lì ci andrei per studiare, ma è tutto così surreale che, tutti i giorni, dopo qualche pagina di filosofia, la finisco a disegnare sul mio taccuino.

Arrivata l’ora di pranzo mi affretto a mangiare il mio pranzo a sacco e mi dirigo verso il piccolo bar in cui lavoro. Sì, lo so che lavorare mentre si studia non è mai consigliato. Ma il mio Erasmus non è solo “studiare all’estero”; sono arrivata a Parigi con la voglia matta di assimilarne la cultura, le abitudini e assorbire tutto quello che la Francia ha da regalarmi.

Un giorno mentre passeggiavo senza una meta per scoprire la città, mi sono sentita attratta da questo piccolo locale, con la porta circondata di verde, con un vecchietto al bancone. Era proprio come entrare in uno di quei bar di paese: il profumo dei cornetti appena sfornati, il tè caldo, gli arachidi nei piattini. Mi sono sentita ospitata tanto da chiedere a Philippe se avesse bisogno di una mano: è stato così che ho iniziato a lavorare per lui quattro ore al giorno, per cinque giorni a settimana. Non ha tanto bisogno di aiuto ma ha accolto la mia proposta come se gli fosse stata offerta da una figlia.

Quando le quattro ore da Philippe terminano, torno a casa a piedi nonostante ci voglia un’ora: amo Parigi di sera, ti offre sensazioni totalmente diverse rispetto a quelle diurne, ma sempre speciali.

Insomma, anziché trovare l’amore della vita come credevano le mie amiche (hanno fantasticato di me e un uomo francese che mi bacia sotto la Tour Eiffel, per tutto il periodo antecedente alla mia partenza), mi sono innamorata di una città.

Oggi inizia la primavera ed è proprio come te lo aspetti: un sole tiepido, l’aria ferma, i fiori che sbocciano. E’ per questo che seduta sulla panchina nel parco, non posso fare a meno di trascorrere il tempo a disegnare gli alberi in fiore, di quel lilla che ti trasmette tranquillità.

“Posso? Scusa.. Parlo con te, posso?”. Mi giro e mi rendo conto dopo un po’ che ce l’aveva con me.

“Si, si.. Scusa ma ero soprappensiero!” gli rispondo e continuo a disegnare.

“Sei brava!” mi dice. “Scusa se ho guardato il tuo disegno, ma eri così concentrata che mi è venuta voglia di spiare quello che facevi!”. Era un ragazzo della mia età, credo: alto, il viso magro, i capelli mossi, un sorriso timido.

Le mie guance sono diventate calde e rosse come il fuoco. “Grazie, sei molto gentile”.

La conversazione che sembrava proprio la prima di due ragazzi che, nei film, si sposano, in realtà si è conclusa lì.

Pranzo e vado a lavoro. Philippe è strano, evita il mio sguardo e dieci minuti prima che il mio turno finisse, mi prende in disparte, mi fa sedere: “Cara, non me ne volere, sono costretto a licenziarti. Oggi torna mio nipote da Cannes, ha bisogno di un lavoro e io lo posso aiutare solo offrendogli il tuo. Mi dispiace davvero tanto..”. Con le lacrime agli occhi come se stesse deludendo le aspettative di una figlia, Philippe mi abbraccia e mi consegna la paga dell’ultimo mese. Sono triste ma non arrabbiata. Non è colpa sua. Decido, così, di spendere l’extra che mi ha propinato insieme allo stipendio per cenare lì. E proprio mentre apparecchio, entra lui. Proprio lui.

“La disegnatrice.. Che coincidenza, due volte in un giorno!”. Lo saluto con un cenno e mi siedo in attesa della zuppa che ho ordinato. E a portarmela è proprio lui.

“Se in un solo giorno mi complimento con te, ti incontro nel bar di mio zio e ti servo la cena, il minimo che possa fare è presentarmi, non credi? Mi chiamo Étienne”.

“E se mi rubi anche il lavoro, io dovrei presentarmi?”. Sorrido, “mi chiamo Gabriella”.

Non c’era nessun altro cliente. Invito Étienne a sedersi accanto a me. Gli chiedo come mai fosse tornato a Parigi e cosa l’avesse spinto a sedersi accanto a me questo pomeriggio. Svia le mie frecciatine, rigira le domande per sapere più su di me e intanto il vino corre tra i bicchieri.

Aiutiamo Philippe a pulire e lo salutiamo mentre entra in macchina e torna a casa.

“Hai mai passeggiato lungo Le Canal Saint-Martin?” mi chiede.

“No, non mi sembra..” rispondo timida.

“Allora ti manca ancora un po’ della magia di Parigi”. E non posso proprio dargli torto. Questo posto ha tutto il sapore di surreale (come mi piace definirlo) di Parigi, concentrato in qualche chilometro.

“Tu conoscerai anche Parigi benissimo, e ti ringrazio per avermi mostrato questo posto. Ma anche a te manca un po’ di magia se non hai preso un caffè davanti alla finestra del mio monolocale”. Non so se è un invito, se sono inopportuna, ma ho tanta voglia di tornare con lui a casa. E stava accadendo.

Non facevo l’amore in questo modo da quando l’ho fatto la prima volta. Mi viene difficile descriverlo: un attimo prima eravamo seduti sul davanzale della mia finestra a goderci Parigi, e un attimo dopo ero nuda tra le sue braccia.

Il mattino è già praticamente arrivato. Mi alzo e vado a fare la doccia prima che lui si svegli.

Sono contenta. Mi affretto ad uscire dal bagno per preparare la colazione, ma il profumo di caffè ha inondato già la casa.

“Buongiorno cara. Caffè?”

“Sì, grazie mille..”

“Ascolta Gabriella, devo essere sincero con te. Mi piaci un sacco e questa sintonia che c’è tra noi mi attira così tanto che passerei la giornata a convincerti di rimanere qui, con me, per sempre. Ma non posso. Sono fidanzato da sette anni con Viviane. Me ne andrò e spero che tu possa odiarmi solo per averti soffiato il lavoro e non per questa notte. E’ stata la nottata più bella degli ultimi mesi per me. Per questo ti ringrazio”.

Zitta, gli apro la porta, lo saluto con lo stesso cenno della sera prima e torno a letto.

Cosa mi aspettavo da Parigi? Cosa volevo da Étienne?

Che stupida. E’ bastata una notte, un uomo, per rendermi di nuovo la Gabriella apatica di sempre.

E’ bastato lui a farmi capire che l’amore che sto provando per questa città, in realtà, è spinto dall’attesa che accada qualcosa nella mia vita. Che l’uomo con cui le mie amiche mi avevano immaginato, lo desidero fortemente anche io.

Quella che è l’esperienza più bella della mia vita, la sto trasformando nella triste fine di un film.

Ma non può la punta spezzata di una matita, impedirti di terminare un disegno.

Così, ho preso il mio vecchio taccuino e sono uscita di casa. Il mio, di disegno, è ancora tutto da colorare.

Chiara Pugliese

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