Castelli di fumo – Lorena Bontempi

fffEra un freddo giorno d’inverno. Fuori il respiro caldo delle persone disegnava flebili nuvole che si dissolvevano verso l’alto confondendosi con il fumo di sigaretta. Lei non fumava; guardava dall’alto la ressa di gente accalcata fuori dal locale e si divertiva a riconoscere a quali figure potesse associare quelle spirali di fumo. Ad un tratto qualcosa attirò la sua attenzione. Un ragazzo dai pantaloni eleganti aveva disegnato nell’aria una fantastica rosa. Nella sua mente quella piccola nuvoletta cominciava ad assumere i colori più vivaci e i profumi più inebrianti. Lui alzò lo sguardo quasi fosse consapevole dell’opera d’arte appena creata e volesse assistere allo sbocciare del piccolo fiore. Fu in quel momento che i loro sguardi si incrociarono; si erano trovati. Nell’immensità di quella grande metropoli lei sapeva di averlo trovato e ancora non conosceva il suo nome. Si fissarono per qualche secondo, poi lui le fece un cenno con la mano invitandola a raggiungerlo di sotto. Si immaginava di seguire il profumo della rosa e che le gambe fossero mosse da muscoli involontari tanto quanto quelli del cuore. Si sarebbe innamorata a poco a poco, dapprima cercando di non farlo notare per poi lasciare esplodere tutto in un solo colpo, esattamente come fanno i fuochi d’artificio con il loro lungo sibilo che preannuncia il fragore dei botti e le mille scintille di luce. Lei si sarebbe svegliata ogni mattina pensando a come avrebbe potuto renderlo felice, perché era convinta che l’amore che si dà è in qualche misura uguale a quello che si riceve e anche lei ne aveva bisogno, dell’amore. Sapeva che aveva la tendenza all’idealizzazione. Per lei, lui era qualcosa di intoccabile, eterno, come la musica, come la poesia. E di poesie lei gliene scriveva e ne era gelosissima, quasi più gelosa di quanto non lo fosse di lui in carne ed ossa, perché le poesie che gli scriveva erano esattamente il lui visto tramite gli occhi di lei, tramite il filtro di quella retina che sapeva trasformare anche i suoi peggiori difetti nei versi più dolci. A volte non sapeva se lo odiava o se lo amava di più. Odiava quel suo non poterci essere, la sua paura di donarsi troppo a lei perché ciò lo faceva sentire derubato della sua libertà personale e odiava sopratutto il fatto che lui la portava a detestare se stessa per il fatto di desiderarlo così intensamente. Ma cos’è, in fin dei conti, l’odio, se non il corrispettivo sincero dell’amore? Il promesso sposo di Psiche – pensava – altro non è che un sentimento come un altro farcito delle più melodrammatiche e stereotipate convenzioni. Lei invece spesso lo aveva odiato e in questo impeto che le scorreva dentro riconosceva la più bruciante forma d’amore che scoppiettava come fiamma ardente. Le piaceva pensare che qualcuno, il Destino forse, o una sorta di altra entità, tessesse silenziosamente la tela delle vite di ciascuno e che, per una strana ma fantastica casualità, uno dei nodi di quella trama rappresentasse proprio il loro incontro, così insignificante nella ricchezza di quell’immenso tessuto, ma al contempo così perfetto e necessario, proprio lì dov’era.

Questo intreccio così stretto e completo le ricordava i loro corpi mentre facevano l’amore. Nudi, inermi, curiosi, desiderosi. Due singole entità alla ricerca di quell’unione che avviene solo quando anche le anime si ritrovano nude l’una davanti all’altra. Lei si immaginava di poter entrare in ogni singolo poro della pelle di lui e di amarlo e di renderlo suo. Lui invece impazziva per l’odore di lei e lo respirava quasi come fosse ossigeno puro durante una scalata e ad ogni inspirazione cercava di trattenerlo il più a lungo possibile, per imprimerlo nelle narici, nei bronchi, nei polmoni.

E quante volte avevano fatto l’amore quella volta che lui l’aveva portata al mare. Era una calda mattinata d’estate, era presto, forse all’alba. Lei dormiva ancora, lui era entrato in camera sua di soppiatto e le aveva riempito il letto di conchiglie; l’aveva svegliata con un bacio e le aveva detto di prepararsi che oggi l’avrebbe portata a vedere il mare. La piccola baia dove arrivarono era uno dei posti preferiti di lui, ci passava le estati intere con suo nonno che ogni giorno lo portava a pescare al largo. La sabbia che le scaldava i piedi era bianca e fine. Si tuffarono in acqua e nuotarono a lungo, fino a raggiungere una grotta isolata che ospitava lunghe schiere di coralli di tutte le forme e colori. Lì, lui la cinse con l’asciugamano e la strinse forte a sé. Ammirarono ancora un po’ la bellezza del paesaggio che li circondava che era insieme il tutto e il niente, là dove la linea dell’orizzonte non lasciava intravedere nessun tipo di confine. Poi fecero l’amore.

            Ma ritorniamo ora al nostro amico, che con un cenno della mano la invitava a scendere.

Lei lo fissò a lungo, quasi impaurita. Si risvegliò dal suo sogno ad occhi aperti – le capitava troppo spesso ultimamente – ed era consapevole che anche se fosse andata da lui, dopo quella sera non lo avrebbe più rivisto. Lui se ne sarebbe tornato da dove era venuto, niente di strano del resto, come capita sempre durante eventi di questo tipo. Il cervello riprese il controllo dei muscoli delle gambe, gettò la rosa nel cestino e con una smorfia amara volse la testa dall’altra parte.

Le restava ancora da capire se, anche se per pochi minuti, anche se solo dentro la sua testa, lei fosse stata veramente innamorata di lui.

Lorena Bontempi

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