Accelerazioni – Chiara Pugliese

11022889_10203400417277991_423680159_nOre 3:00

“Ah, finalmente anche il quindicesimo capitolo è andato. Ora metto la sveglia e.. Cazzo! Quand’è che sarebbero arrivate le tre?” penso. Imposto la sveglia, come ogni giorno alle sette e trenta, e mi addormento senza esitare, in pochi secondi.

Ore 7:40

Ho rimandato la sveglia di dieci minuti. Sono già in ritardo sulla tabella di marcia. Credo sia meglio, a questo punto, saltare la colazione, dirigermi in bagno per una doccia veloce e uscire subito. Sì, farò così.

Ore 8:15

Oggi è domenica, l’unica biblioteca disponibile apre alle dieci. Ma non posso aspettare le dieci. Sono due ore sprecate. Devo comunque uscire. Andrò in chiesa: quale posto più silenzioso di quello?

Ore 9:00

Sono seduto nell’ultimo banco a destra di questa chiesa che credo appartenga all’età barocca, dato che è piena di ghirigori intagliati nel legno. Bisbiglio tutto il capitolo che ho letto questa notte. Mi inceppo; mi confondo con quello precedente; il profumo di incenso mi inizia a stordire. Ricomincio da capo.

“Guarda Lucia, ci sono ancora i giovani che credono ancora. Guarda con quale concentrazione prega”. Mi volto, ci sono due signore anziane con il velo e il rosario in mano.

Le maledico per avermi distratto e ricomincio da capo.

Ore 10:00

Sono davanti al cancello della biblioteca ad aspettare che apra, ma non arriva nessuno. È la quarta sigaretta che fumo da quando sono sveglio. “Cosa cazzo aspetti ad arrivare?” penso.

E nel frattempo che il fumo mi riempie i polmoni, le righe di biologia scorrono nella mia mente, veloci, confuse.

Finalmente arriva il custode. Occupo il solito posto. Rileggo il quindicesimo capitolo. Questa notte non è servita proprio a nulla. Non posso essere così incerto su uno dei capitoli più gettonati all’orale. Devo rileggerlo, almeno altre due volte. In fondo sono solo novantasette pagine. E ci sono le figure di mezzo, quindi massimo quattro ore e l’ho finito.

Ma.. Se i capitoli sono ventidue, e ho quattro settimane.. No, no, non posso farcela. Dovrò leggerlo in due ore. E poi rileggerlo. E andare avanti.

Ce la posso fare.

Ore 13:00

Lo stomaco inizia a brontolare e io ancora non ho finito di leggere il capitolo.

Esco, prendo la bicicletta, mi affretto ad andare a mensa.

C’è troppa fila, arriva fino alle scale. Non posso perdere più di venti minuti per il pranzo. Torno indietro e compro due pacchi di patatine alle macchinette. Risparmio tempo e denaro, è perfetto.

Ore 17:00

Apro gli occhi. “Cazzo, ma sei un cretino!” mi dico sotto voce. Mi ero addormentato. E non ho ancora finito di leggere per la seconda volta il capitolo.

Non ce la farò mai. Non posso, in quattro settimane, finire di leggere il libro, rileggerlo e ripeterlo ad alta voce. Mi serve un trenta. Non posso rovinare la media, non ora che sono così vicino al traguardo. Mi serve una mano. Un aiuto. Qualcosa.

Ore 17:15

“Pronto?”

“Ohi, Giò, ciao.. Sono Jonny, ci siamo incontrati qualche mese fa, a cena dal Lucio.. Non è che per caso potresti farmi un favore?”

“Oh frà, si ho capito chi sei, dimmi tutto.. Ti serve qualcosa, giusto?”

“Ehm.. Sì.. Ma ti dico quando passi dal Matteotti, ok? Sono qui”

“Eh no bimbo, non farmi fà du viaggi, dimmi subito che te serve”

“Guarda Giò.. Non riesco a studià.. Vedi te che portarmi”

“Ok. Tra dieci minuti sto là, cià!”

È la fine del mese e io ho solo quaranta euro. Avrei dovuto mettere la mia parte per pagare la bolletta, ma l’esame è più importante.

“Ma che è?!”

“Roba bona frà, non ti preoccupà”

“No Giò, intendevo che voglio sapere proprio cos’è.. Non ho mai preso nulla, io”

“Anfetamina. Ti sballa un attimo ma poi stai accelerato per almeno sei ore, fidate de me, frà.”

Mi fido. Gli do i soldi e mi saluta.

Entro in bagno. Mi siedo sul cesso. Non ho mai fatto nulla del genere. Per un po’ rimango così: la bottiglietta d’acqua in una mano e l’anfetamina nell’altra. Non ci credo. La tentazione di mandare tutto a quel paese è tanta; tanto quanto quella di buttare quella merda nel water, tirare lo sciacquone e andare a casa, a riposare.

Ma io, a biologia, devo prendere trenta. Metto la droga in bocca, bevo qualche sorso d’acqua, mi sciacquo la faccia e riprendo il mio posto.

Il sonno c’è ancora e la concentrazione è addirittura diminuita. Giò mi avrà dato roba scarsa, pescata da chissà dove. Ho speso quaranta euro in nulla, fanculo.

Ore 19:45

“La biblioteca è in chiusura” si sente rimbombare, in un silenzio assordante.

Le parole riecheggiano e un’eco snervante riempie il vuoto che mi circonda. Abbasso lo sguardo: le mani si muovono lentamente. Mi spavento. Mi guardo intorno e invece mi sembra che sia tutto accelerato. Chiudo gli occhi per un momento, respiro profondamente e mi calmo. Non ho più sonno, né tanto meno avverto la minima fame; sento che potrei affrontare anche una giornata intera di studio senza fermarmi neanche per un secondo. Corro in bicicletta come un fulmine e arrivato a casa, sistemo il libro di biologia sotto la tiepida luce della lampada e inizio a leggere. Penso che così velocemente non abbia mai letto. Mentre mi mordo le labbra, le pagine corrono e la mia mente sembra assorbire tutto ciò che l’occhio cattura. Quel trenta sarà mio.

Ore 23:30

Mentre rileggo il ventesimo capitolo, le immagini dell’architettura della membrana cellulare sembrano avere colori strani. Il cuore inizia ad accelerare. Respiro profondamente e strofino gli occhi; non posso fermarmi proprio ora. Quando li riapro, noto delle macchie rosse sul libro: era sangue e proveniva dal mio naso. Corro in bagno, tampono il più possibile, ma il flusso diventa sempre più corposo. Mi siedo e la stanza inizia ad assumere strane forme, come se fosse della plastilina nelle mani di un bambino. Un formicolio inizia a salire dalle punta delle dita, fino a raggiungere il collo. Mi sento immobilizzato, non riesco a capire cosa stia succedendo. Proprio ora che stavo per finire il libro.

Mi accascio, inizio a tremare sempre più forte. Credo siano convulsioni.

Ore 02:00

Come se mi fossi risvegliato da un terribile incubo, apro gli occhi dopo un lungo respiro. Capisco che sono in ospedale, ma come ci sia arrivato per me è un mistero.

Il dottore, appena accortosi che fossi sveglio, mi si avvicina e prima ancora che possa aprir bocca, immagino già le parole che mi sta per rivolgere.

“Sarai sicuramente un ragazzo in gamba, perché hai deciso di rovinarti la vita così?”

Vorrei tanto rispondergli che a rovinarmi la vita, di certo, non è stata una botta di anfetamina. La droga che mi sta risucchiando la giovinezza è l’angoscia di non riuscire in qualcosa. Nello studio. Nell’ultimo esame della mia carriera universitaria.

Ore 03:00

Firmo un modulo per uscire dal pronto soccorso.

Ventiquattro ore fa ero un ragazzo come gli altri, che, però, studiava un po’ troppo, senza credere in se stesso. Ora sono una persona che ha bisogno di due settimane di riposo; che deve assumere dei tranquillanti per evitare che le convulsioni si ripresentino; che non potrà sostenere il suo ultimo esame durante il primo appello utile perché due settimane – umanamente – non possono bastare per studiare quel malloppo di libro. Ma che, almeno, ha un po’ più di autostima di ieri.

Chiara Pugliese

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