Tajrish – Chiara Piredda

Racconto TajLi aveva accolti silenziosa e magica avvolta soltanto dalla luce arancione dei lampioni. La torre Azadi, simbolo della capitale, s’innalzava maestosa nel buio. La quiete che di notte avvolge le città non conosce nazionalità: la stessa pace domina in tutte le metropoli del mondo, mette a proprio agio i forestieri, dà loro il tempo di mettere a fuoco ciò che gli occhi non hanno mai visto. Il taxi, una Peugeot bianca che risaliva ai tempi dello Scià, aveva accostato accanto alla nuova dimora. “Quanto le devo?”…“In chande?” le prime parole coniate in quella terra straniera.

Il mercato nel quartiere Tajrish era il cuore della cultura persiana, l’emblema della storia di quel popolo. Varcando la soglia s’intraprendeva un viaggio alla scoperta di profumi, colori e suoni nativi. Nei vicoli angusti del bazar, tendoni di stoffa facevano da tetto e sacchi pieni di spezie da tramezzi. Gonfi di colori, sprigionavano profumi dalle essenze sconosciute, allineati l’uno accanto all’altro, ricordavano la tavolozza di un pittore: curcuma, zenzero, cumino, cardamomo, paprika, zafferano, foglie di piante essiccate e frutti dalla provenienza ignota. Una gioia per gli occhi e una giostra per il naso. I commercianti parlavano tra loro emettendo suoni gutturali e squillanti. Le donne, avvolte nello chador, facevano da padrone in quel tunnel orientale. Era facile imbattersi in venditori che alla vista di uno straniero si avvicinavano e con fare amichevole gli porgevano una tazza di tè, accattivando la sua simpatia.    

Fra i sacchi di spezie aveva scorto due grandi occhi a mandorla, dai contorni così definiti da sembrare disegnati con una matita nera. Lo sguardo attento e profondo l’aveva fiocinata. Impassibile, senza batter ciglio, la fissava. Su per giù undicenne, con i capelli nero corvino, la carnagione olivastra e un atteggiamento contegnoso, gestiva in piena solitudine il banco della frutta. Attento ai movimenti dei passanti, si assicurava che la merce non gli fosse sottratta da sotto il naso e ogni tanto allungava la mano per porgere dei fazzoletti a un vecchio mutilato che stava seduto in penombra, il quale ci sputava dentro. Era il padre o forse un amico, e quel ragazzino un piccolo Aladino.

Ripensava a quando aveva undici anni, agli esordi della carriera scolastica. Aiutava in casa e studiava, era una bambina diligente. Ascoltava i racconti del nonno, di quando a sette anni aveva abbandonato la scuola per aiutare i suoi a lavorare la terra, ma erano racconti lontani quasi fiabeschi. Vedere quel ragazzino in balia di se stesso, piccolo e autonomo, le aveva aperto un mondo. Si trovava lì sotto il titolo d’insegnante. Percepiva uno stipendio sostanzioso e godeva di tutele statali straordinarie. Parlava poco il farsi, conosceva una manciata di termini che masticava male.

“Un chilo di mele!”, le aveva indicate con l’indice. Il ragazzino aveva capito al volo quei vocaboli stranieri e, sollevando il mignolo, aveva chiesto conferma della quantità da venderle. Veloce come una scheggia le aveva impacchettato il tutto. Lei aveva allungato la mano porgendogli il denaro e gli aveva fatto segno di tenere il resto; irremovibile aveva rifiutato il gesto generoso.

La vita incalzava nella nuova terra e la quotidianità indossava la veste mediorientale. Tutte le mattine teneva lezione nella scuola internazionale. I week-end pullulavano di feste ai bordi di piscine ornate di ninfee galleggianti e calici di vetro affusolati. Era l’utopica vita lussuriosa che i comuni mortali possono realizzare solo nei luoghi dove il divario tra ricchi e poveri è palese, dove Mercedes di classe A si affiancano ruspanti a Renault sgangherate degli anni ‘60 che, tutt’altro che ecologiche, sfrecciano lasciando scie di fumo nero; dove donne dai lineamenti perfetti, dalle labbra tatuate, cariche di gioielli in oro rosso, camminano accanto a donne senza denti, con ai piedi ciabatte in plastica di scarsa qualità che provocano vesciche anche dopo mesi di usura. Il ring del faccia a faccia tra ricchezza e povertà: l’una armata di guantoni, l’altra scalza a pugni nudi.

Tutti i venerdì si recava al bazar. Aveva imparato a conoscerlo, iniziava ad abituarsi agli odori e al via vai frenetico di gente. Passava davanti alla bancarella della frutta, dove il piccolo guardiano dagli occhi a mandorla osservava vigile. Si scrutavano reciprocamente e lei, anche se non era necessario, si fermava a comprare qualcosa. Le lingue diverse interferivano tra loro ma lo sguardo faceva da interprete. Quel giorno, prima di allontanarsi gli aveva lasciato un pacchetto e una busta con del filetto di prima scelta tra la frutta esposta. Aveva voltato le spalle repentina, ed era sparita prevenendo l’eventuale rifiuto. Lui guardingo aveva ceduto alla curiosità, l’aveva scartato scoprendo il contenuto: dei Lego. Pedagogia, psicologia infantile, quanti paroloni, quanti corsi di aggiornamento aveva collezionato, per poi tornare sempre allo stesso nocciolo: stimolare la fantasia dei bambini, coadiuvarla nella crescita. Così aveva scelto i Lego.

La sera smistava con cura la frutta e la riponeva in cassette di legno. Piccolo e stanco, prendeva il braccio del vecchio, se lo portava al collo e lo tirava su. Lentamente si dirigevano verso casa: neanche l’ombra di piscine, né di calici affusolati, né di ninfee galleggianti. Due brande, un cucinino e un bagno turco potevano bastare. Ora, ciò che di più colorato c’era in quella stanza erano i Lego. Senza forze, crollava in un sonno profondo.

I venerdì si rincorrevano veloci, puntualmente, quando passava davanti al banco della frutta, accennava a un sorriso ma non riceveva risposta. “Cara, cosa ti aspetti esattamente da un ragazzino di undici anni che vende frutta al bazar di Tajrish? Noi occidentali, abituati a elargire grazie e sorrisi per galateo, restiamo interdetti se non riceviamo la risposta scritta nel protocollo delle buone maniere. Dai per ricevere: non è questa la diffusa idea di fondo? Quanta spontaneità c’è un in gesto gentile? Quante volte azzeriamo le aspettative? Quante volte porgiamo un regalo e scordiamo di averlo fatto? Beati i pesci rossi che in pochi secondi rimuovono il ricordo delle loro azioni benevole così da non sentirsi abbastanza appagati dal buon gesto compiuto”.

In bilico tra l’imbarazzo e il senso di stupidità, a modo suo, si era data una risposta: aveva cercato di accattivare la simpatia di quel ragazzetto e per quanto il gesto fosse sincero non c’era riuscita. Subito era caduta nella rete del pregiudizio. “Forse i nostri mondi sono davvero diversi, non si intersecheranno mai. Forse il senso di riconoscenza non appartiene a questo popolo. La differenza è lampante: odorano di spezie, contano partendo dal dito mignolo, scrivono al contrario da destra verso sinistra, appendono la carne per strada all’aria. Il loro linguaggio criptato spaventa, il loro sguardo scuro e profondo stordisce. Emanano una diffidenza che forse, chissà, cela una reale ostilità nei nostri confronti. Si affidano al corano ciecamente. Per non parlare della poligamia, il maschilismo radicato. Affonderanno nel loro stesso fanatismo”.

L’ennesimo venerdì era passato davanti al bancone della frutta del piccolo guardiano dagli occhi a mandorla. In penombra il vecchio mutilato che sputava dentro un fazzoletto sudicio, in prima fila il ragazzino che la fissava impassibile. Aveva tirato dritto fino alle viscere del bazar, verso i suoi banchi preferiti che esponevano gli oggetti più disparati: tovaglie bordeaux ricamate in seta bianca, quadri d’autore, cimeli in argento e ottone, borse di pelle di coccodrillo. Si era sentita tirare il soprabito da dietro, si era voltata e davanti a sé era apparsa una manina che le porgeva una composizione di simboli fatta con i Lego “شكرا”: grazie.

Chiara Piredda

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