Voarchadumia – Gloria Natalini

venezia canaleVenezia che aveva da poco conosciuto un incredibile periodo di fioritura delle arti, nel biennio 1575-1577 farà da palcoscenico ad una nuova ondata di peste che mieterà migliaia di vite. Su questo disastrato scenario si muoveranno una pluralità di personaggi e, in particolare alcuni di essi lo faranno nell’ombra: la società segreta dei Rosacroce e i suoi membri, tra i quali spiccavano medici, letterati e alchimisti. E proprio quest’ultimi, custodi di enigmatici segreti, metteranno al servizio della Serenissima i propri studi o verranno consumati dalla stessa Conoscenza alla quale aspirano?

***

  Anno Domini 1575

Quella mattina urla che non avevano niente di umano vibrarono prolungate nell’aria, lacerandola. Straziavano i sensi e il cielo, ormai nervato da inconsistenti dita cineree: i fumi delle pire.

Nigredo, putrefazione: la prima operazione nell’opus alchemicum. Il fuoco che riduce i corpi alla materia prima dalla quale si sono originati, uno stato dissolto che altro non è se non l’espressione dell’ouroboros, il serpente che si morde la coda: un perpetuo ciclo di morte e rinascita, questo era la vita.

Una fase necessaria, una fase nera, questo è ciò che mi è stato insegnato.

Ma io vedevo solo morte: cadaveri sfigurati ammassati e stipati come rifiuti agli angoli delle strade, uno sopra l’altro, pronti per essere gettati nelle fosse comuni o per essere bruciati. Davanti alle case, lugubri carri si occupavano di raccattare gli egri, che sarebbero stati imbarcati verso i lazzaretti… Ma la Mano Nera se li sarebbe portati via comunque, ne ero certo.

– Non potevamo fare più niente.- Asserì Bartolomeo, stringendomi una spalla.  Nonostante la maschera dal naso adunco gli coprisse completamente il volto, riuscivo a scorgere i suoi occhi lattiginosi e a carpirne l’enorme senso di tristezza e delusione che emanavano.

– Ora rimettitela – aggiunse, indicando con la canna la maschera che tenevo nella mano. Il suo nitore e gli oli di cui era cosparsa m’infastidivano, se li confrontavo con l’incuria e il disagio che avevo attorno.

– Stiamo respirando cadaveri … – mormorai in risposta, ma le mie parole si persero mentre la cenere ricadeva su di noi.

Albedo, sublimazione: la purificazione della materia, la fase bianca, ottenuta dalla distillazione del precipitato.

Eppure questa cinìgia era immonda, tutt’altro che pura e cadeva, cadeva come pioggerella fine, quasi come un blasfemo battesimo, sulle mie vesti nere mentre mi lasciavo alle spalle quello scempio umano  di carne e dolore.

La calle era deserta, le due file continue di palazzi troneggiavano meschinamente ai lati dell’angusta via: le finestre e le porte consunte erano sprangate, l’eco dei passi che rimbalzavano fra quelle pareti logore e le lontane acute grida facevano rimpiangere i tempi dei musici di cembalo e liuto che tanto avevano accompagnato le mie visite nelle strade gremite di persone e  colme di attività.

-Oii- trasalii al suono della voce sorniona: era il Moro, uno dei pochi barcaioli che apprezzavo per la loro riservatezza; fui sinceramente sorpreso di vederlo, nonostante l’avanzare della Morte Nera continuava a svolgere il suo servizio con il solito abito di broccato nero. La lunga gondola col felze scivolò pigramente sulle acque del Canal Grande e grazie al gancio di accosto di cui era munito l’anziano gansér si fermò davanti a me.

–Ha bisogno, Sior? – domandò con garbo.

Non avevo tempo di aspettare Bartolomeo, sapevo però che mi avrebbe raggiunto e non indugiai oltre.

-Al Ponte di Rialto, grazie. – asserii.

Le abitazioni, che si susseguivano austere, parevano emergere direttamente dall’acqua ma ormai l’inganno non era più capace di attecchire nel mio animo: l’onirica bellezza e la beatitudine che infondeva la Serenissima avevano lasciato il posto alla mestizia e all’oppressione. L’imbarcazione oscillava impercettibilmente mentre costeggiava, uno ad uno quegli anonimi profili affacciati sul Canale.

Qua e là dovevano esservi dei fuochi di legno di ginepro, ne riconoscevo il gradevole e delicato odore di resina.

Sorrisi. Non sarebbe bastato un mero effluvio, per quanto dolce e amabile fosse, ad allontanare questa piaga.

Rubedo, la fissazione: la ricongiunzione dei composti instabili del corpo, la fase rossa, quella in cui l’essenza ricavata dal materiale grezzo viene resa permanente.

Eravamo arrivati, l’acqua fluiva placidamente sotto a quel malandato Ponte. Mentre il gansér scendeva, il gondoliere che fino ad allora aveva remato taciturno si rivolse a me – Iddio avrà compassione delle nostre anime..?-

Lo osservai: la pelle olivastra del volto incorniciato da una nutrita barba era segnata da premature rughe che gli conferivano un aspetto attempato e solo in quell’inquietante istante, realizzai di aver pagato per un viaggio con il Caronte virgiliano dalla verde vecchiezza.

– Viviamo in un luogo dimenticato da tutti, se non anche dal vostro Dio – commentai aspramente.

L’enorme portone ligneo recava l’effige dei Rosa Croce: un simbolo sfuggevole alle menti comuni e dal significato animico a quelle devote all’ordine. I suoi taumaturghi, alchimisti, medici, filosofi, letterati e scienziati professanti di segreti perduti e improbabili custodi delle leggi naturali avevano tessuto capziose trame in buona parte dell’Europa e prima o poi sarebbero annegati nella loro stessa boria. Anelavano all’ermeneutica del divino, la loro pietra filosofale, e vogliosi com’erano di raggiungere quella caduca e crudele conoscenza non si preoccupavano della sofferenza in cui erano circoscritti ma anzi, dispensavano rimedi fasulli.

Senza prestare troppa attenzione ai saluti che mi venivano rivolti, attraversai lo spazioso salone diretto nel mio studiolo quando Nicolò, uomo di Chiesa, mi fermò con un gaio sorriso.

-Bentornato! Bartolomeo non è con te?- Scossi la testa – E’ rimasto indietro, doveva monitorare la situazione giù nelle calle.-  – Brutta storia questa … la tua Maria Luisa come sta? Non la vedo da settimane ormai – Adesso i suoi occhi scuri indagavano nei miei, quasi a voler sondare ogni vibrazione nel mio animo – Sta bene. –  risposi lapidario, e lasciai che la porta si richiudesse alle spalle.

 *

Due anni dopo il focolaio di quella terribile pestilenza si estinse, o almeno per ora, non ve ne erano più tracce.

Quella stessa Morte  non aveva risparmiato nessuno, nemmeno il già sofferente “orgoglio di Venezia”, Tiziano;  la sua avanzata aveva lasciato una Serenissima devastata ma non per questo priva della volontà di vivere: i musici erano ritornati in strada, le normali attività avevano ripreso il loro corso e il Senato si era fatto carico di commissionare la realizzazione di una nuova Chiesa intitolata al Redentore.

Ma le cicatrici permanevano, vive e nitide, nella carne e nell’animo.

Non mi ero mai davvero domandato cosa significasse aver paura di morire, anche se la verità è prima di quei terribili anni non avevo trovato un vero pretesto che mi inducesse ad interrogarmi; la mia vita da privilegiato, i miei studi e la mia famiglia mi avevano da sempre garantito tutte le rosee certezze di cui avevo bisogno.

La Grande Opera, la completa realizzazione delle tre fasi dell’opus alchemicum: questa quintessenza non era un qualcosa di materiale, bensì il raggiungimento metafisico e filosofico del proprio sé interiore.

Avrei potuto acquisire questa conoscenza, elevare la mia persona al di sopra di quella dei miei compagni. Ma ho fallito.

Il mio cammino interiore si interruppe, anni fa, quando vidi spegnersi i tuoi occhi e scivolar via il tuo sorriso dalle labbra contratte.. Fu quello quella la prima volta che il viso sfigurato della Morte venne a tormentare i miei giorni.

Ed ogni volta, la mia stessa abitazione non mi pareva mai tanto estranea come quando, sfiorando a tentoni le asperità delle pareti scendevo gradino dopo gradino nell’oblio.  Le fiaccole che avevo posto nel seminterrato  erano poco più che sufficienti a rischiarare quel buco oscuro come una tomba. La nicchia che mi si mostrava dinnanzi, scavata nella cruda roccia,  ospitava un corpo: graziose e molli membra femminili erano adagiate compassionevolmente su di un lenzuolo rosso.

Adagiai dolcemente la borsa contenente garze, fiale e boccette varie a terra.

– Maria Luisa cara. – sussurrai accarezzandole la fredda mano ricoperta da escoriazioni e bubboni.

– Ci sono qui io. –

Gloria Natalini

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