Cemento blu – Francesca Ribilotta

porticato del centroHo sempre creduto che alcuni eventi ci formino il carattere e la mente, che alcune immagini rimangano tracciate dentro di noi per farci crescere o impazzire, che il destino ci voglia felici per alcuni momenti e la vita ci tenga ad intristirci per altri. Forse è proprio l’angoscia del ricordo che tiene nitide le immagini di quel pomeriggio di Giugno.

La sedia grigia di metallo sulla quale ero seduto me la ricordo ancora, mi sentivo scivolare a tratti mentre aspettavo il mio caffè con lo sguardo perso nel vuoto, cosciente del mio colloquio del pomeriggio, della mia ansia, della mia voglia di riuscire. Ad un tratto la vidi: camminava lenta ma decisa, con un passo che stavo forse vedendo al rallentatore, gli occhi blu si spostavano dall’asfalto ad un punto imprecisato davanti a sé, i capelli neri le oscillavano sul torace e sulle spalle, lunghissimi, il viso sottile e la pelle bianca mi illuminavano. Notai lo sguardo di chi è perduto nel mondo e che nell’immensità di ciò che ci circonda percepisce la propria piccolezza e fragilità. Ed io ero lì, sperduto nella sua immagine, nei piccoli ed intensi momenti che sgocciolavano via mentre mi passava davanti e posava gli occhi su di me, un momento appena avvenuto e già passato. Un eternità mi era passata accanto insieme al respiro trattenuto della mia impotenza alla vista di quel viso.

Tempo dopo mi sono reso conto dei vincoli sociali che spacciano atti di coraggio, come quello che feci io, come la più facile via per ritrovarsi in una situazione imbarazzante: in parte perché ce ne vergogniamo, in parte perché siamo gelosi della nostra autostima. E ci ritroviamo in un vortice di occasioni perdute, un circolo vizioso di rimpianti, sicuri di un autostima mai messa alla prova. Ma io non pensavo a niente di tutto questo.

“Ciao, io sono Marco… piacere” le dissi, mi guardò un attimo, “Io mi chiamo Anna” rispose, “ti va di prendere un caffè?”, lei sorrise piano, quasi non sorridesse da tempo, ma non volli crederci. Per me era troppo bella per essere triste, davvero. “Sì” rispose. Le feci strada e la invitai a sedersi e in pochi istanti mi venivano in mente così tante domande che non riuscivo a pronunciarne nemmeno una, così iniziai chiedendole che cosa faceva, “La domanda giusta è cosa dovrei fare” disse. Era vaga e lo era di proposito, ma ogni volta che rispondeva io mi incuriosivo un po’ di più, mi chiese del mio lavoro e io le parlai dei miei studi, delle ricerche, della mia passione per la scrittura e del colloquio che stavo attendendo con ansia. Bevemmo il caffè distrattamente e fumammo entrambi una sigaretta, io non riuscivo a smettere di guardarla, con quel tono svogliato di parlare, i movimenti a volte fluidi delle mani, a volte lenti e concentrati, quegli occhi blu, il suo sorriso. Finimmo il caffè, lei fece per alzarsi ed io mi alzai prima di lei, spaventato, non volevo che andasse via. Allora mentre il mio cervello impazziva nel trovare un modo per trattenerla lei piegò la testa di lato e mi fissò così, per alcuni istanti, il viso aggrottato di una lieve curiosità, gli occhi più cupi e profondi che avessi mai visto mi stavano trapassando da parte a parte, “Vieni con me” disse, poi chinò la testa, sorrise e mi guardò di nuovo “Voglio raccontarti una storia”.

Da certe cose è meglio scappare, è meglio stare lontani da certe vite! Anna ha il viso candido e gli occhi blu, e non rideva da tempo, è tutto a soqquadro dentro di lei, ma le sue mani e i suoi occhi, la sua bocca…

Passeggiammo tutto il pomeriggio e mi raccontò di lei, della sua vita, dei problemi con la legge che l’avevano ritenuta complice di amici falsi e meschini, di come i genitori l’avessero buttata fuori di casa, avesse trovato un lavoro e di come fosse finita col lasciarsi andare alla droga, “ sono uscita ieri dal centro di recupero per la terza volta” disse mentre raccontava e tenendosi ad un palo con un braccio per lasciarsi andare e girarci intorno, la sua voce triste e l’espressione un po’ risentita un po’ rassegnata che si portava dietro da una vita mi ubriacavano, ed io che camminavo accanto a lei seguendo il suo passo l’ascoltavo e la guardavo cercando di parlarle con gli occhi, che non ce n’era poi veramente bisogno. “Perché mi dici tutto questo?” le chiesi, ma non rispose subito e nemmeno sorrise, “Perché so che manterrai il segreto” rispose.

Parlammo poi di tutto ciò che ci veniva in mente, mi faceva domande e io le rispondevo, non volevo risposte da lei, non osavo farle domande forse perché la sua tranquillità un po’ mi inquietava ma cercavo di spronarla banalmente a trovare qualcosa che le piacesse, speravo che inconsciamente si sarebbe dedicata a qualcosa interessandosi ai miei discorsi, mi sentivo quasi in dovere di starle accanto, proteggerla, magari salvarla. Io che mai ero stato molto altruista ero stato incantato e in modo passionale ero incredulo, non era cosciente di se stessa ne della sua vita, gli occhi blu fissavano troppo spesso il cemento quando avrei voluto da morire che riflettessero il cielo. Quando i lampioni si accesero lei iniziò a spegnersi e si fece più cupa, agitata, rispondeva piano e mi guardava triste mentre io le sorridevo, cercavo di farla ridere. Non so quanta fatica feci per dimenticarmela quella risata. “Devo tornare a casa” disse, “Addio”. “Ciao”, le risposi sorridendo mentre lei se ne andava e si voltava per un attimo, sorridendomi e agitando la mano piano e poi prendendo a camminare più veloce, mentre io rimanevo lì, a guardarla ancora per un po’, avevo stampato un sorriso incancellabile che mi tenni per tutta la notte.

Avevo incontrato una favolosa tragedia. Sono così belle che non ti commuovono ma ti trasportano, in un attaccamento repentino che non puoi evitare. Ma ho imparato a mie spese che queste splendide tragedie non vogliono essere salvate, che non c’è quasi alcun modo di proteggere qualcuno da se stesso, che l’imprevedibilità può scorrere dal sangue al cervello e fotterti brutalmente, come solo le favolose tragedie sanno fare. Non rividi più Anna, mai più, perché conoscevo tutto quello per cui non voleva farsi conoscere, tutto quello per il quale non riusciva ad accettarsi, perché adesso mi portavo dentro tutto ciò che lei non voleva essere. Piansi mille lacrime quando il numero di telefono risultò inesistente, non volevo crederci. Scesi dalle scale e corsi fuori per le strade, non avevo niente attorno, arrivai nel bar in cui ci eravamo fermati e mi sedetti sulla stessa sedia grigia ripetendo il suo nome, passai lì il pomeriggio credo. Dopo due mesi non mi voltavo più alla vista di lunghi capelli neri, a metà anno era scomparso il sorriso e la risata si era dissolta un po’ più tardi, ma da un anno a questa parte vedo ancora quegli occhi blu che riflettono il cemento.

Francesca Ribilotta

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