L’isola nella bottiglia – Chiara Piredda

Sardegna, Fiorenza Piredda

Sardegna, Fiorenza Piredda

“Dai nonna!! Abbiamo finito i compiti, ora leggici la lettera segreta!”

“Sicure bambine? Tutti? Anche quelli di matematica?”

“Si nonna, tutti! Dai! Dai! Dai!”

L’anziana alzò lo sguardo verso il ripiano della cucina. Fissò per qualche secondo la valanga di carciofi da pulire. Lo abbassò e incrociò i quattro occhietti vispi e supplicanti delle sue adorate nipotine. Come resistere a quei nasini spruzzati di lentiggini?

“Va bene, vado a prenderla…torno subito”

Si diresse verso la camera da letto, aprì il cassetto del comò e prese una busta ingiallita.

Odorava di stantio ma sapeva di gioventù.

Le bambine, vedendola tornare con la lettera in mano prima esultarono felici, poi  veloci presero posto ai suoi piedi, su due sgabelli.

“Chi l’ha scritta nonna?”

“Non si sa, è un mistero. Vostro nonno dice di averla trovata chiusa in una bottiglia di vetro, mentre pescava!”

“Bambine, prima di leggerla vi metto in guardia: questa lettera parla di una terra lontana e magica, tutti quelli che ne hanno appreso il contenuto sono stati colpiti da una condanna”

“Che condanna nonna?”

“Dalla condanna di volerla raggiungere! Quindi ve lo chiedo per l’ultima volta: siete sicure?”

“Sicure!”

“Ok.”

                                                                                                                                                          05.06.1950

Salendo in cima a Su Nuraghe ho scoperto l’essenza della libertà.

Ai piedi della collina una distesa blu, immensa, interrotta soltanto da piccole increspature bianche, marginata da una lunghissima striscia di sabbia. Talmente blu, talmente bella da ribaltare i ruoli e imporre il suo colore al cielo. In lontananza l’irraggiungibile linea bianca millantata da mille racconti: pochi impavidi la oltrepassarono e tanti i bambini sognarono di poterla raggiungere. Come non bastasse, a incorniciare quel dipinto incantato, i veri padroni del mare: i gabbiani. Leggeri si librano nell’aria disegnando contorni di animali mai esistiti e oggetti dalle forme sconosciute. Ho il viso immerso nel vento. La sabbia scintilla sotto il sole e trasforma la spiaggia in una distesa di polvere magica, ornamento perfetto per quelle acque, scelto dal più ambito stilista. Alle mie spalle, una schiera di colline aride sembrano piccoli seni spogli delle loro vesti.

Decido di abbandonare la pace dei sensi e scendere a valle per toccare con mano quel panorama. Verso il paradiso, i rami pendenti carichi di corbezzoli accompagnano la strada sterrata e le piante di lentischio tracciano il sentiero quasi fino al mare. Le cicale si svegliano, intonano le prime melodie dell’estate e collaudano nuovi accordi. Cammino tra le frasche, si abbassa il vento e sento il caldo sollevarsi dalla sabbia rovente. Scelgo uno scoglio. Mi siedo e lascio ciondolare i piedi nudi nell’acqua di mare.

Il ciottolato amplifica il suono dei passi. Quelle viuzze ripide e strette sanno di battaglie consumate stentatamente, sanno di giorni in cui gli antichi hanno scoperto il senso della fame e il sapore del sangue. I muri delle case si affacciano l’un l’altro, sono vicini ma non abbastanza da potersi toccare; anche loro conservano le cicatrici di battaglie passate, sono corrosi, scalfiti dal piombo di mille armamenti. Dalle loro pareti giunge il dolce vociferare di una lingua tagliente e a tratti armoniosa, ornata da fonemi eccentrici. I pochi passanti si dirigono alle loro dimore. Sono anziani invecchiati dal sole, cresciuti sereni, felici con poco. Molti conducono un passo lento e altalenante, oscillano attorno a un baricentro stanco. Le donne portano in capo un fazzoletto nero, su mucatore. Lo piegano a forma di triangolo e ne incastrano gli angoli sotto il mento. Indossano lunghe gonne, ampie e scure. E’ gente che ancora custodisce il valore della famiglia, dell’umiltà e del buon cibo.

Lo chiamano su pane carasau o carasatu, il suo nome richiama l’arte del “carasare”, del tostare. E’ un pane esigente. Non è sufficiente un banale forno a legna o una lievitazione prolungata per la sua lavorazione, ma un unico e irrevocabile requisito: l’unione della famiglia. Ogni membro varcando la soglia di sa dommo e cochere (la stanza dotata di forno a legna, adibita alla lavorazione e cottura del pane), diventa un elemento essenziale della catena di montaggio. Quel motore si attiva ai primi arbori quando il cielo è ancora scuro, riempie la giornata della sua fragranza e si spegne all’imbrunire. A fine giornata le braccia delle massaie sono affaticate, i loro volti appaiono stanchi e radiosi allo stesso tempo. Accanto al forno s’innalzano pile del prezioso pane avvolto in tele di lino e compresso da tavole di legno.

C’è qualcosa che contraddistingue quel popolo. E’ il sudore il companatico costante di quella gente. Sono lavoratori umili e dignitosi. Il loro temperamento s’intona con la natura della terra che li ha allevati: diffidenti e introversi, ospitali e fervidi.

Quella terra agreste, avida di piogge sporadiche, si rivela un’esperta seduttrice: esibisce le sue doti migliori, incanta con la natura selvaggia, con il profumo di mare, di pane, di saggezza. Lega i suoi figli con corde invisibili e corte. Induce nostalgie implacabili a chi si allontana dalle sue rive e regala bellezza a chi la accarezza con lo sguardo.

E’ una terra solitaria che si lascia abbracciare soltanto dal mare.

Le bambine rimasero zitte per pochi secondi.

“Ma nonna è già finita! Io mi sento normale e tu Gaia?”

“Anche io! Non mi sento colpita da niente!”

“Stanno per iniziare i cartoni, andiamo ad accendere la tv!”

Corsero via irrefrenabili, verso il salotto.

Rimase sola in cucina, lei, la lettera e i carciofi.

Abbassò lo sguardo nostalgica e in fondo a quel fiume di parole fissò la sua firma sbiadita.

                                                                                                                                                    Chiara Piredda

One thought on “L’isola nella bottiglia – Chiara Piredda

  1. Fleta ha detto:

    At last! Something clear I can unsntdraed. Thanks!

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