Amalia – Federica Caputo

420649_526985104010126_873400841_n– Quando la distruzione si impossessa di te non puoi più tornare indietro, quando cedi all’impulso di fare del male è troppo tardi per cambiare idea. –
L’avvertimento, sussurrato mentre passeggiavamo insieme sulle rotaie, mi fece tremare di inquietudine.
Le pietre scricchiolavano sotto i nostri scarponi, il sole ci bruciava le spalle e la testa, ma niente poteva fermarci. Continuammo a seguire le rotaie che attraversavano pianure spoglie e campi di grano dorato. Era quasi mezzogiorno e non tirava un filo di vento, sudavamo copiosamente ed eravamo entrambe stanche.
Il cielo era limpido e tutto intorno a noi la luce del sole faceva risplendere ogni cosa di una luce tutta nuova. Ma in quel momento io non riuscivo a vederla. Avevo troppa paura per poter apprezzare una sola delle bellezze che quella giornata splendida aveva da offrirmi.
– E’ importante che tu capisca che ormai è troppo tardi per rimediare. – continuò lei, guardandomi con quegli occhi neri e impenetrabili. Avrei tanto voluto annegare in quell’oscurità, avvolgere le mie paure in quella notte perenne e non riemergere mai più.
Invece ero lì, a friggere sotto il sole di agosto, mentre lei mi parlava di quanto fossi senza speranza e di come la mia vita fosse finita da un momento all’altro.
Avevo la gola troppo secca per risponderle che avevo capito, che non c’era bisogno di ripetere un’altra volta che la mia vita era finita.
“Non puoi più tornare indietro.” Questa frase mi era stata ripetuta così tante volte che ormai non aveva più significato per me.
Lasciammo le rotaie per attraversare un campo di grano, e mentre immergevo il mio corpo in quel mare dorato, sperai con tutta me stessa di perdermici.
Lei continuava a ripetere sempre le stesse frasi, quindi smisi di ascoltarla.
Col senno di poi, posso osservare che il mio unico desiderio in quei giorni era quello di sparire. Ogni problema che mi ritrovavo ad affrontare mi spingeva a desiderare di scomparire.
Non era come pensare al suicidio, non esattamente. Non volevo morire, ma sparire in un posto sicuro, in cui avrei potuto riposare da sola, per sempre magari, oppure finché non fossi stata pronta a tornare indietro. Non credo che sia come desiderare di morire.
Camminai fra le spighe, lasciandomi accarezzare e pizzicare, era una bella sensazione.
Lei invece non aveva perso tempo, sapevo che era già dall’altra parte del campo ad aspettarmi, e magari stava ancora borbottando che era troppo tardi.
Non avevo fretta di raggiungerla, cercai di godermi ogni cosa di quel campo, unica piccola gioia dopo giorni.
Avevo ucciso un ragazzo, lo avevo fatto a pezzi e gettato in una cava abbandonata poco distante dal campo di grano in cui stavo indugiando. Lei mi aveva aiutato, diceva di essere mia amica e per questo mi aveva accompagnata; ripeteva senza sosta che il mio gesto era imperdonabile e che non esisteva perdono, e io le avevo creduto.
Perché non farlo? Perché cercare giustificazioni?
Abbandonai il campo e il caldo mi colpì di nuovo con violenza, riprendemmo il cammino in silenzio, ripensando alla notte appena trascorsa.

Lei, lei che ha preso parte a uno degli eventi più tragici della mia vita: non ricordo il suo nome, in realtà non credo che lo abbia mai detto.
Non la conoscevo bene, era apparsa dal nulla e mi aveva offerto il suo aiuto, ricordo solo questo.
Era una figuretta esile e bassa, dai capelli corvini e dagli occhi più scuri della notte.
Nei giorni peggiori, quando ho disperatamente bisogno di sapere che è reale, che è esistita, la chiamo Amalia.
Amalia, con il suo forte senso morale, mi ricordava quelle fanatiche religiose fermamente convinte della facoltà del loro dio (qualsiasi esso sia) di prevedere ogni cosa.

Amalia non venerava nessuno. Fedele al suo senso morale fino all’estremo, tutte le parole che mi aveva rivolto dal momento in cui la conobbi a quello in cui mi lasciò furono solo parole di disprezzo, accompagnate a decisamente poco rosee descrizioni di quello che sarebbe stato il mio futuro, di come la mia vita sarebbe stata compromessa e del fantomatico perdono che mi sarebbe stato negato, qualsiasi cosa avessi fatto per riscattarmi.
Mi propose di suicidarmi?
Sì, un paio di volte.
Occhio per occhio, dente per dente. Era un’altra cosa di cui era fermamente convinta.
Si comportava come se mi disprezzasse, ma era allo stesso tempo preoccupata di quello che sarebbe stato di me dopo che il corpo fosse stato trovato.
Camminammo per molte ore quel giorno, ma non mi chiese mai perché lo avessi ucciso.

Proseguimmo per una strada sterrata, e il fiume di parole che mi riversò addosso in quei due o tre chilometri mi fece quasi pentire di aver accettato la sua compagnia.
– La morte è come un veleno che non sparisce mai dal nostro corpo. Gli antidoti sono molteplici, ma non si guarisce dalla morte. Vale anche per chi la semina, non si torna indietro. –
Amalia disse tante altre cose, pronunciò un mare di altre parole, ma avevano tutte le stesso significato.
Non si torna indietro.
Una frase, quattro parole: all’inizio ascoltarle era stata come una pugnalata, poi non avvertivo che un lieve pizzicorio.

I chilometri tra noi e la periferia della città si accorciarono, lo sterrato divenne asfalto e prima che potessi accorgermene ero sulla soglia di casa mia, a parlare da sola guardando nel punto in cui avrebbe dovuto trovarsi Amalia. Mi guardai intorno, ma era scomparsa.

La cercai per qualche giorno, finché non trovarono il cadavere che avevamo fatto a pezzi insieme, e da quel momento dovetti pensare ad altro.
Non conoscevo quel ragazzo, e Amalia mi aveva offerto molto più aiuto di quanto avessi immaginato all’inizio. Non c’era nessuna prova che potesse ricondurre a me, quindi il caso non fu mai risolto.

La morte è un veleno dai mille antidoti, ma nessuno la elimina del tutto.
Ho passato tutta la vita a lavare via la colpa, ma è impossibile. Costituirmi è stato uno dei miei primi pensieri, ma poi pensavo ad Amalia.
Era stata al mio fianco, rischiando la vita per me, e io non sapevo nemmeno come si chiamasse.
Farmi arrestare sarebbe stato un insulto a tutto ciò che aveva fatto, a tutto ciò che significava per me.
Anche se non la vidi mai più, anche se non seppi mai se era stata un sogno oppure no, conservo il suo ricordo nel mio cuore.

La distruzione è una tentazione irresistibile, è come un campanello.
Non tanto acuto da dare fastidio, ma abbastanza forte perché tu non possa ignorarlo.
Quando la distruzione ti possiede, non si torna indietro.
Quando la morte ti avvelena le cure sono molteplici, ma nessuna cura del tutto.
La morte resta sempre dentro di te.

Federica Caputo

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