Il monologo di una vita – Chiara Pugliese

Foto di Ernesto Pusceddu

Foto di Ernesto Pusceddu

La moquette nera, sotto le suole invecchiate degli anfibi, si muoveva ondeggiando ad ogni minimo spostamento. Il buio mi dava il tempo necessario ad assentarmi; non ero Eva, non ero nessuno. Il respiro doveva avere un ritmo deciso, in modo tale che scandisse ogni istante antecedente al momento in cui le luci si sarebbero sollevate e avrebbero inquadrato noi, me.

I lacci delle scarpe erano stretti, attenti a non slacciarsi mai. I cerotti intorno alle dita tenevano ferme le cicatrici, le proteggevano, le nascondevano. I capelli erano fermi, lucidi per la lacca, di un nero cupo che si camuffava con le quinte dello stesso colore, alle mie spalle.

L’udito si ovattava proporzionalmente all’aumentare della mia concentrazione: le voci della gente, che prendeva posto, erano sempre più lontane.

Sentii una voce spezzare la mia quiete: “Tra cinque secondi si inizia”.

Un brivido iniziò a farsi strada dai talloni, percorrendo ogni fibra del mio corpo, raggiungendo il cuore, facendolo accelerare.

Le luci si alzarono insieme alla musica e delicatamente ripresi una posizione dritta; guardai il teatro, era pieno. Ogni input esterno sbatteva contro la mia corazza rigida e gelida, senza riuscire a penetrarla.

“Eva, sai che tocca a te, cosa aspetti a muoverti?! Ti prego, muoviti…”. Ma gli auto-incoraggiamenti non servivano a così tanto. Con la coda dell’occhio intravedevo le mille mosse facciali che popolavano il volto del regista, seduto in prima fila. Nessuno aveva il coraggio di muovermi dal microfono centrale, nessuno poteva prendere la protagonista in spalla e farla sparire. Anche se io avrei tanto voluto accadesse. Il pubblico iniziò a chiacchierare e a rivolgermi sguardi severi, giudicanti la mia poca professionalità. E non avevano tutti i torti.

Ogni mio singolo muscolo somigliava ad un grosso macigno, incollato ad una montagna. Avrei voluto urlare, iniziare a pronunciare il mio monologo, che nessuno meglio di me, fino ad allora, aveva saputo recitare. Ma dalla mia bocca uscivano solo frasi mute, suoni senza rumore.

Avrei voluto dire a tutti che quello che stava accadendo non aveva affatto a che fare con la mia professionalità: il palco era la mia casa, la mia culla; in nessun altro posto – durante la mia breve vita – mi ero mai sentita così a mio agio. Ciò che mi bloccava nella vita fuori dal teatro, mi rendeva la migliore sul palcoscenico.

L’unica cosa che avrebbe potuto distruggere l’unico momento in cui la vera Eva poteva uscire allo scoperto, fuori dal mantello grigio che la ricopriva e soffocava durante la sua vita fuori dalle tende rosse del sipario, era lì: davanti ai miei occhi c’era mio padre.

Avevo cinque anni. Mia madre, in preda ad una delle sue solite crisi, mi prese in braccio e mi sedette sulla mia poltrona preferita: mi prese tra le mani il viso e singhiozzando mi urlò che non avevo più un padre, che dovevo imparare a crescere senza di lui, che non era necessario affinché io diventassi la più grande attrice di tutti i tempi.

Gli anni trascorsero nel silenzio più buio e cieco. Sapevo che l’aveva tradita, ma il coraggio di riaprire in una donna così fragile, una ferita così vasta, mi abbandonò presto. Crebbi con la semplice – e forse un po’ malsana – idea che lui fosse defunto. Perché era lì? Perché aveva deciso di rovinare anche la mia vera vita?

Le tristi immagini della mia infanzia si facevano spazio, spingendosi, nei ricordi, scatenando inevitabilmente una cascata di lacrime, in mezzo ad un volto gelido, pietrificato.

I miei pensieri viaggiavano più veloci del tempo, facendomi sentire ferma da ore, nonostante la melodia che riecheggiava mi suggerisse che fossero passati solo pochi minuti.

Guardandolo dritto negli occhi, percependo un sentimento di curiosità, più che di richiesta di perdono, presi la mia scelta: nessuno avrebbe avuto il potere di distruggermi.

Finalmente le mie parole mute si trasformarono in un forte rumore, che spaventò tutti i presenti: “Ora basta!”.

Il regista si coprì con entrambe le mani il volto, terrorizzato dall’insuccesso che avrebbe scatenato quella serata.

Ma io ero pronta ad essere me stessa, a dimostrare a lui che sono diventata la migliore attrice di sempre e che, di certo, non era stato merito suo.

Spostai lo sguardo a terra, riconobbi l’ondeggiare della moquette. I miei muscoli si sciolsero, come burro sul fuoco lento. La musica prese la sua parte al mio interno, si fece strada fino al cuore, facendolo decelerare. I lacci erano ben tesi, pronti a non mollare mai. I capelli luccicavano sotto il riflettore. Il viso si rilassò.

“Odio stare sola. Ho paura. Qualcuno potrebbe aggredirmi. La gente è pazza. Odio stare sola. Mi fa sentire sola.” e continuai tutto d’un fiato, dando il meglio di me. La migliore me di sempre.

Alla fine dello spettacolo, tutti i critici della sala vennero a congratularsi; tutti i direttori di compagnia ad offrirmi un lavoro.

Solo allora, dopo dodici anni trascorsi convivendo con l’odio verso lui, capii che dovevo solo ringraziarlo: tutta la grinta e la rabbia che mi hanno reso una brava attrice, erano a causa sua e a causa sua, io ero la migliore.

Chiara Pugliese

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *