Stefano – Francesca Ribilotta

11082933_10204916597212926_1436140009_nAl mattino sono un riflesso di primo sole, una pozzanghera che riflette il rosa dell’alba, sono il profumo del caffè che si snoda tra i corridoi ed entra dalla porta, l’orlo di una tenda che solletica luminose molecole di polvere. Sono il primo battito di ciglia della giornata, così veloce e naturale che non mi conosco e non mi sono mai visto.

E ancora mi trasformo: sono un filo d’erba su un gigantesco prato verde baciato dal sole, le radici di un albero che scavano la terra, l’acqua limpida e silenziosa del sottosuolo, sono la formica sul tavolo da picnic che cerca una mollica di pane così grande da nascondermi. Sono le mie dita che girano il thè del pomeriggio con un cucchiaino mentre fisso la finestra.

E a sera sono le ombre ai lati delle strade, il primo lampione che si accende, sono tutte le ragazze davanti allo specchio a truccarsi, il mascara che gli fa socchiudere le labbra, sono una fossetta circondata dalla barba di un ragazzo che attraversa la strada, quella mano che si passa tra i capelli, sono musica da discoteca, luci rosa e verde, sono luce rossa soffusa in una stanza da letto, lenzuola bianche, sono il gemito tra un bacio e quello dopo, un respiro pesante, un orgasmo, sono il rumore della città con le sue luci accese.

E sono tutte le cose insieme perché insieme queste cose formano una vita, e che io la viva o meno passa in secondo piano a questo punto. Ci vuole pochissimo a distrarsi se sei circondato da un niente troppo pieno di enfasi e troppo povero di entusiasmo. Che sia ancora sbagliato credere nei propri sogni? Quando saremo veramente liberi? Ho la mente invasa di dettagli ormai, perché la totalità mi soffoca, in un andirivieni tormentato da visi e sorrisi appena accennati o sconvolti alle spalle, mi opprime, con necessità fallaci, false, troppo evidenti, mi logora con dubbi e promesse troppo lontane per essere ricordate, con la frenesia di quei viaggi che paghi a caro prezzo, l’euforia e l’impazienza di migliaia come me seduti in cerchio ad aspettare una droga sentendo di dover essere presenti, di doversi sdebitare. Sotto di me vedo una panchina, sento il freddo del metallo sulle cosce e a due metri da me vedo grigio, l’asfalto è ancora più duro, le luci passano in fretta, le macchine sono macchie. Non mi importa dei colori…è solo notte, un’altra notte… basterebbe alzarsi di scatto e iniziare a correre al momento giusto, facile no? Correre e vedere solo per un attimo luce… inizio ad agitarmi, guardo a destra e poi a sinistra, scatto in avanti.

Amo ancora i dettagli e che io viva o meno non ha più molta importanza. Mi chiamo Stefano e probabilmente non saprò mai se un altro uomo porterà per tutta la vita sulla coscienza il peso della mia morte o se sono stato troppo vigliacco per farlo, non sapevo veramente dov’ero o verso dove stessi viaggiando nel momento in cui ricordo una luce…era un’altra notte e al mio turno dentro il cerchio io avevo già pagato il mio prezzo.

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