Il blu dell’animo – Mirko Palombella

AttvDGpC5iWbVaTonrOWKJcNWBz8x0syTeRLHKacs7UM“E devo dire, devo dire
che sono forse troppo vecchio per capire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio.
O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio,
ma vedo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando.”
(F.Guccini) 

-Maestro Filemazio eh? Cosa mi racconti maestro? Non c’è affatto una pergamena pulita qui…
Non hai un destino felice, a quanto pare.
Le tue azioni sono state molto opinabili negli ultimi anni.

-Cos’è che sancisce il confine tra il bene e il male, gentile Signore? Qual è quella linea sottile che mi rende Dio o Diavolo?

-Silenzio Filemazio! Non sei autorizzato a rispondere!- risuonarono alcune voci nell’ambiente.

-Fermi,voi!Lasciatelo parlare, per ora. Sono io che decido. Il tuo mantello è corto e liscio Filemazio, la tua lingua invece punge come una spada dorata.
Vai avanti.

-Il bene ci distribuisce nelle persone, Signore, il male ce le fa pervadere. Non siamo noi che controlliamo il bene e il male. Non si può domare un demone feroce e non si può pervadere un angelo purissimo. Se riuscissimo a distribuirci grazie al bene, e a pervadere grazie al male, Signore, riusciremmo a percorrere un sentiero nuovo, di crescita e di speranza. Potremmo finalmente realizzare il nostro senso, il senso di ogni uomo.

– Signore, non le sembra troppo? E’ incomprensibile questo comportamento. – risuonò di nuovo in lontananza un gruppo di voci.

-Silenzio, silenzio! Come potrebbe il male, essere strumento del bene, Filemazio! Se il male è per definizione esso stesso male? Sentiamo, quale sarebbe per te il senso dell’uomo?

***

Bisanzio era calda.
Filemazio camminava per le strade della metropoli con passo lento e contemplativo. Le sue gambe si muovevano con delicatezza, ma con decisione. Il mantello s’insinuava curioso fra le sue membra e sembrava esser parte di lui.
Kapalı çarşı, chiamavano così il mercato da quelle parti. Il sole si specchiava nelle spezie, nei frutti e nei tessuti di quel mistico commercio. Il vento si cullava e risuonava fra le vesti nuove e pregiate delle Cariye degli harem bizantini. La seta donava agli occhi quello che le spezie donavano agli altri sensi. Gli odori si mescolavano e si dividevano. La gente camminava freneticamente e sembrava non sentirli, ma se ne beneficiava.

La vide da lontano Filemazio. Se ne stava nascosta fra i vicoli più angusti del labirinto cittadino. Aveva il collo di una Dea e i capelli le accarezzavano le orecchie, che vi spuntavano fuori come piccole gocce d’acqua infrante su una roccia.

-Buongiorno maestro Filemazio! Il sole la bacia e la illumina!-
Gridava intanto uno dei giovani mercanti nelle vicinanze.
Il Maestro chinò leggermente il capo e accennò un saluto velato, mentre i suoi occhi erano fissi ancora sull’immagine di quella sagoma così inebriante.
Gli adepti si aggiravano per l’intera città, risvegliati dalla visione del Maestro, che dava loro insegnamento.
Filemazio terminò il suo cammino, e tornò finalmente alla “Casa del Mare”, così la chiamavano i mercanti stretti fra le piccole vie.
Sì, pareva infatti d’immergersi nell’oceano più profondo. Era l’oceano divino. La Moschea Blu li guardava dall’alto in basso, col suo sguardo turchese. Gli archi e le colonne si vestivano di maioliche verdi, azzurre e talora blu dell’animo. Vi si poteva nuotare.

Filemazio sembrava quasi danzare sul filo di un vento invisibile mentre si orientava tra due dei sei minareti che s’imponevano davanti alla moschea. Uno dei muezzin più anziani nel frattempo si preparava a salire sul balconcino della torre per diffondere di persona l’Adhan, come si faceva in tempi più lontani. Il richiamo sacro iniziò ad inondare Bisanzio e Filemazio entrò nella camera personale dell’Imam, per preparare la predica sacra.

***

Cos’è questo odore di incenso? Mi domandai.
Le miei narici sussultarono per un momento. Era fragola, unita a un retrogusto di pesca.

Era distesa sulle morbide sete che rivestivano il letto. Le padroneggiava e le muoveva con armonia. Una sinfonia leggiadra percuoteva il mio cuore. Sentivo un canto di Dio pronunciato da un drago, un demone audace che si cullava nell’acqua divina.

-Smettila di giocare, smettila!- Avrei voluto gridarle.

Eppure quel gioco mi schiacciava e avrei voluto cullarmi anch’io. I capelli adesso le coprivano le orecchie, perché sparsi e schiacciati dal peso della testa. Aveva le spalle leggermente incurvate verso la seta, come se le potessero spuntare le ali da un momento all’altro. Sognavo ali candite ed azzurre, in quel momento. Mi riscoprii invece artigli lunghi e sagaci.
Così sagaci che unii il piacere delle narici a quello della vista, e poi della carne.

Le sollevai il lenzuolo rosso con cura, come se accarezzassi un fiume denso come l’olio. La luce entrava dalla finestra e definiva le sue forme poetiche. Erano sacre. La sua pelle profumava d’amore. Ed era sacra. I suoi occhi mi sfinivano e inquietavano. Erano sacri.
Le sue labbra incidevano le mie, le tracciavano, e ci scrivevano sopra.
Ci perdemmo nell’amore della carne, e la carne ci donò tutto il suo orrore.
Era l’orgasmo.
La luce sacra e demoniaca del mondo che infuriava dentro di me si risvegliò all’improvviso. Il cristallo che univa le realtà più disperse ed intime della mia persona si fuse con le gemme di un mondo perso, di un mondo lontano e persino di uno futuro.

E vidi un’umanità smarrita.
Vidi il sangue e la guerra. Vidi l’inferno, il pianto e la morte. Vidi un anziano che gridava ai martiri e ai fiori delle lapidi. Vidi l’arroganza, lo scippo e lo stupro. Vidi la carta bruciata e la terra ammazzata dalla chimica del diavolo. Vidi l’acqua macchiata di nero e il sole ghiacciato dall’uomo, le micce del caos del suono. Vidi i terremoti delle foglie d’autunno, le valanghe della polvere delle droghe, i pendii infiniti delle metropoli.
Vidi antichi arcieri morti, mura dominate dall’istinto, case incise dai diavoli della terra. Vidi il buio e bevevo da esso, vidi il cielo e ne fui schiacciato.
Vidi il potenziale di un bocciolo e le fiamme in un bosco, la forza di un leone selvaggio e il valore di un corno d’avorio.
Vidi il battito di ali aquiline, e il sudore di mille schiavi in catene.
Vidi il calore di un focolare domestico, e il dolore di una madre tradita.

Luisàn si rivestì velocemente e scappò dalla porta sul retro.
Era spaventata.

***

Lasciai la porta leggermente socchiusa e guardai per l’ultima volta verso il ricordo di quella donna. Mi voltai verso la folla. I piccoli lumi accesi con cura dai cerimoniali mi entrarono dentro. Non mi accecavano, piuttosto, mi schiarivano il cuore. Mi rendevano capace. Entravo in un cielo stellato e puntellato da stelle reali, che si potevano toccare, e ci si poteva bruciare. Non c’erano limiti in quell’ambiente. Il sacro si sposava col terreno e si pregava. Non c’erano limiti lì, il povero diventava ricco e il buono diventava cattivo, la prostituta diventava sacrosanta.

-Fratelli.
Ricordate il nostro cammino.
Il cammino della speranza.
Siamo noi i pilastri della terra, sappiamo preservarla.
Siamo noi i miti del nostro mare, sappiamo amarlo.
Siamo noi lo strumento della pace, sappiamo metterlo in pratica. Ricordate, siamo il cammino e la via che i figli dovranno seguire, sappiamo tracciarla con cura.
Andate e diffondete l’amore, denigrate la guerra, baciate la terra e sentitevi giusti. Sentitevi amore.

La predica si spense lentamente, ma con ritmo costante. I fedeli sembravano incantati dalle parole del Maestro. Erano incantati perlopiù da quell’aria così illuminata, miracolosa, che riposava negli occhi di Filemazio, che poco prima della cerimonia, sembrava mutare.

Il mare della moschea avvolgeva i fedeli e il maestro, li rendeva un unico insieme.

***

– Il senso dell’uomo, mio signore, è guidare.
– Guidare cosa, Filemazio?
– Guidare se stessi, Signore. Prendere coscienza dell’uomo che vive dentro di noi, e non solo. Prendere coscienza della nostra ricchezza. La ricchezza del male. Prenderne il potere e guidarlo nel nostro cammino. Guidarlo per il bene.
– Il male non può essere controllato, Filemazio! Il male è istinto e predazione, è sacrificio e omicidio. Non sono così certo di poter comprendere le tue ragioni, né tanto meno di accettare la tua pergamena e il male che alberga nella tua carne.
– Anche qui, come in vita, Signore, guiderò il mio demone e lo accrescerò. Lo curerò finché avrà un corpo feroce e violento, ma un animo pacifico e soave.

-Signore, i cancelli sono aperti, è il momento di prendere una decisione.- risuonarono le solite voci incaute.

Munkar, l’angelo bianco, guardò per l’ultima volta le cicatrici negli occhi di quell’uomo, mezzo santo e mezzo demone, il così tanto acclamato Maestro Filemazio.

Nakir, l’angelo nero, gli indicò con debito dubbio il destino che per lui era stato finalmente deciso.

Risplendettero luci velate e il Paradiso e l’Inferno si aprirono nello stesso momento, per la prima volta, in un’unica grande porta.

Filemazio, finalmente, avanzò inconsapevole di quale sarebbe stato il suo destino, con il Corano sempre stretto fra le mani e Luisàn sempre fissa nella mente…

Mirko Palombella

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