Tre incipit per un romanzo: e voi quale avreste scelto?

foto di Federica CaputoPrimo incipit

-E’ qui per farmi altre domande?-
-Le domande sono sempre le stesse, ma vorrei avere risposte diverse-
-Non sarà così-
-Iniziamo-

La spia rossa della videocamera indicava l’inizio del video. All’interno della stanza c’erano un uomo e una donna, seduti l’uno di fronte all’altro; lui su una poltrona verde scuro, lei su una vecchia sedia di legno. Gli occhi della donna erano fissi sulla luce rossa, quelli di lui erano concentrati su una risma di fogli stropicciati che stringeva tra le mani. Lesse e rilesse alcune righe per cercare di carpire dei significati che in realtà non c’erano, dopo alcuni minuti si arrese e concentrò le sue attenzioni sulla donna che le stava di fronte. –La narrazione in alcuni punti è incoerente, eviterò di sottolineare nuovamente il fatto che in realtà ciò che lei spaccia per una storia vera risulta un semplice lavoro di fantasia.-
-Lo ha appena fatto.-
-Cosa?-
-Ribadire che ho inventato tutto. Nella stessa frase ha detto che non avrebbe ribadito il fatto che è un lavoro di fantasia, ma nel frattempo lo ha comunque fatto, non trova che anche questo sia contraddittorio?-
L’uomo sospirò, evidentemente irritato dal modo di comportarsi della sua interlocutrice. –Ok, iniziamo dal principio. A che periodo risale il primo dei fatti narrati nel suo manoscritto?-
-Era il sei marzo-
-Di quale anno?-
-Non lo ricordo-
-Aveva intorno ai diciassette anni, da quello che ha scritto. Adesso ne ha …?- Si fermò un attimo ad osservare la sua espressione che cambiava in modo radicale a causa di quella domanda così semplice. Era sicuro che avesse meno di venticinque anni. –E’ possibile che lei non conosca nemmeno la sua età attuale?-
-Lo scorrere del tempo, quando si attraversano determinate situazioni … –
-Diventa irrilevante.-
-Già- L’espressione malinconica della donna gli fece battere il cuore ad un ritmo insolito; guardandola sentiva che ogni parola detta su quella storia apriva una ferita dentro di lei. Il dolore traspariva da ogni suo gesto e non poteva fare altro che contagiare anche lui, che tentava di essere razionale e credere il meno possibile a ciò che aveva letto in un manoscritto che prendeva sempre più le sembianze di un romanzo di fantasia.
-Perché lo ha scritto?- chiese, ma non ricevette alcuna risposta, quindi decise di cambiare domanda. –Nel manoscritto si fa chiamare Frederick, posso sapere il suo cognome?-
– Frederick Van Hayek –
-Non è originaria di Manara, vero?-
-I miei genitori erano originari dell’Est Europa, ma non ricordo il Paese di preciso-
-Lei non ricorda molte cose- Frederick uscì dalla stanza e il giovane pensò di averla in qualche modo offesa con la sua ultima affermazione, ma quella tornò alcuni minuti dopo con due tazze di tè e gliene porse una, lui l’afferrò e cominciò ad osservare la bevanda con un’espressione corrucciata.
-Lei conosce il motivo.- affermò Frederick quando il vapore che saliva dalla sua tazza si affievolì fino a scomparire del tutto.
-Per credere a quella storia assurda mi servirebbe una perizia medica coi fiocchi.- scherzò, o almeno fece finta di scherzare, mentre sorseggiava il suo tè.
Frederick annuì lentamente, perfettamente conscia della piega che quella conversazione e l’intera situazione stavano prendendo.
-E’ ora che lei torni a casa. – disse mentre raggiungeva l’atrio e spalancava la porta. L’uomo si fermò sull’uscio, col mazzo di fogli stropicciati tra le mani e la osservò per alcuni lunghissimi istanti.
-Ci pensi, basterebbero solo alcuni esami e io potrei credere a tutto ciò che è scritto qui dentro.-
-Mi creda, di tempo per pensarci ne ho avuto anche troppo.- e chiuse la porta.
Frederick tossì e salì le scale fino alla porta della camera da letto. Vi entrò e, sdraiandosi sul letto appena fatto, aspettò uno dei suoi soliti attacchi di emicrania che arrivò con sorprendente puntualità.

Il giorno tornò e con esso anche Alioth Ineran. Aveva un modo comunissimo di suonare il campanello, ma per lei era diverso da qualsiasi altro. Era come se il citofono fosse innamorato di lui, e al suo tocco cantasse, invece di trillare nel solito modo.
Si era appena addormentata dopo l’ennesima notte insonne e i suoi giorni di permesso dal lavoro erano finiti, avrebbe dovuto mandarlo via e non voleva.
Scese le scale con passo attento, stanca e col viso stravolto dal sonno. Non le importava di come sarebbe apparsa al suo ospite, spalancò la porta e senza proferire parola sparì nel corridoio del piano inferiore.
-Mi perdonerà se per questa volta parliamo mentre mi preparo, ma devo andare a lavoro oggi!- disse entrando in una delle stanze. Alioth pensò che si trattasse del bagno.
-Se le reca troppo disturbo torno un’altra volta.- rispose lui avanzando nel piccolo atrio.
-Prego, si accomodi, mi chieda quello che deve chiedermi senza troppi preamboli!- disse lei mentre attraversava il corridoio abbottonandosi una camicetta bianca dal taglio semplice e senza fronzoli. Portava dei jeans scuri e all’apparenza molto vecchi, non aveva ancora indossato le scarpe e si guardava intorno entrando in cucina e ispezionando il pavimento; molto probabilmente le stava cercando. Alioth andò in soggiorno e restò in piedi invece di accomodarsi alla solita poltrona. Doveva affrontare il discorso senza preamboli, ma temeva una reazione esagerata da parte della donna. Quella mattina sembrava decisamente più tranquilla rispetto agli altri giorni in cui le aveva parlato, era forse il lavoro a farle questo effetto? Un impiego in un semplice call center poteva fare questo ad una donna che sembrava tanto irrequieta e circondata da oscuri pensieri? Frederick nascondeva molte cose e in modo abbastanza palese da permettere ad Alioth di capire per grandi linee su quali cose lei mentisse.
In primis sul suo lavoro. Era impossibile possedere una casa come la sua con un lavoro modesto come quello. Non era un’abitazione enorme, ma si trattava comunque di due piani e molto probabilmente l’edificio comprendeva anche una cantina. Un’operatrice di un call center non avrebbe potuto permettersi quel lusso.
Allora che genere di lavoro avrebbe potuto fare? Aveva conoscenze particolari? Forse era la figlia di qualche importante personaggio politico di Manara che aveva deciso di darsi all’incognito e all’indipendenza.
Sosteneva di non avere alcun parente o amico a Manara. Qualcuno doveva esserci, però.
-Allora?- Chiese Frederick, era appoggiata allo stipite della porta che collegava l’atrio al soggiorno. Aveva trovato le sue scarpe, anche quelle sembravano molto vecchie, e più adatte alla palestra che al lavoro; sulla camicia aveva indossato un maglioncino rosso e aveva cambiato idea sui pantaloni, sostituendo i vecchi jeans con dei semplici pantaloni neri dal tessuto che sembrava poco elastico. I capelli erano raccolti in una treccia morbida fermata da alcuni elastici e un nastro anch’esso rosso. Non era truccata, e le occhiaie erano facilmente visibili: viola scuro, quasi nere.
Prima di rispondere Alioth indugiò ancora un po’ su quella figura che per lui era tanto aggraziata e debole. Si era presentato a casa sua il prima possibile quella mattina, indossando i primi stracci che aveva trovato e quasi dimenticandosi gli occhiali da vista. Aveva corso per il tratto di strada che andava dalla metropolitana a casa sua.
-L’altro giorno ho accennato alle visite mediche- esordì prendendo coraggio –Voglio proporle di seguirmi alla base militare di Manara per eseguire gli accertamenti che verificheranno o meno la veridicità della sua storia.-
Frederick non si scompose, si aspettava quella richiesta.
-Mi accompagni a lavoro, parleremo per strada- Afferrò una giacca leggera dall’appendiabiti nell’atrio e uscì di casa lasciando la porta aperta, Alioth la seguì a passo svelto e si chiuse la porta alle spalle, attraversarono il piccolo vialetto circondato due aiuole curate quel tanto che basta perché i fiori sopravvivessero, e uscirono sulla strada.
Camminarono per alcuni minuti in silenzio, fianco a fianco sul marciapiede.
-Mi piace andare a lavoro a piedi, ma con una moto credo che sarebbe più divertente.-
-E potrebbe permettersela col lavoro che fa?- il marciapiede cominciò a farsi sempre più stretto fiancheggiando l’enorme strada a tre corsie che portava alla zona industriale di Manara.
Frederick sorrise –Non trova che sia molto strano che la redazione di un modesto giornale di città abbia contatti con le forze militari della stessa e che facciano accordi per scoprire se quello che ho scritto è vero? Non ho mai chiesto che la mia storia venisse divulgata, perché dovrei accettare?-
-Penso che … – Alioth fece per spiegare ma si fermò.
-Non sono l’unica ad avere dei segreti, signor Ineran. Non vedo perché dovrei essere sincera con lei se non mi dice neanche per chi sta lavorando. Non metto in dubbio la sua futura carriera da giornalista, ma non riesco a spiegarmi che genere di contatti ci siano tra lei e l’ufficiale Kerioth – tossì, più per dare una pausa al discorso che per altro e poi aggiunse –Ma posso immaginarlo.-
La situazione stava prendendo una piega pericolosa, Alioth non poteva rivelare altro e Frederick sapeva troppo. Il giovane inforcò gli occhiali che teneva appoggiati sulla testa e camminarono in silenzio per tutto il tragitto. Arrivarono allo stabile dove si trovavano gli uffici del call center e Frederick si fermò, in attesa.
-Credo che non la vedrò più a casa mia almeno per qualche giorno.- disse lei, notando che Alioth non sapeva cosa dire.
Lui la guardò negli occhi per alcuni istanti, poi annuì.
-Le auguro una buona giornata.-
-Grazie. Spero che i suoi superiori non le facciano una strigliata per tutto questo.-
Ed entrambi andarono per la loro strada.

***

Secondo incipit

11096522_862891003752866_374917904368560378_nSiamo tutti figli dell’incertezza. Ogni nostro passo, per quanto ragionato, è accompagnato dal dubbio. E’ come camminare in un corridoio buio e ad ogni passo, dietro di noi si accendono le luci, ma ciò che ci sta davanti è inghiottito dall’oscurità. Ci si guarda alle spalle ed è tutto chiaro, speriamo che davanti a noi non ci siano ostacoli che ci facciano cadere, anche se in realtà sappiamo che non può andare tutto liscio. Nonostante questo non ci fermiamo mai, ogni tanto tiriamo un sospiro verso il passato, ma lo sguardo è sempre rivolto in avanti, verso un futuro migliore. Alla fine sembra quasi semplice, meccanico. Però sappiamo benissimo che la vita non è solo una tranquilla passeggiata senza torcia; ci sono momenti, tratti di strada, che siamo costretti a percorrere correndo, dimenticando il passato e proiettandoci verso il futuro, verso la svolta che tanto si desidera di incontrare. Quella famosa occasione che di incontra una sola volta nella vita.
Queste sono le ragioni che spingono le gambe di Alioth Ineran a muoversi, a correre fino a consumare i polmoni. Gli occhi rivolti dritto di fronte a sé, la mente lanciata verso la seconda possibilità che tanto desiderava, che non avrebbe mai sperato di ricevere. Tutta la sua esistenza è affidata a quella corsa disperata.
Tra un sospiro e l’altro sorride e nella sua giovane mente si chiede se quella sia la scelta giusta.

I walked ten thousand miles, ten thousand miles to see you
And every gasp of breath I grabbed at just to find you
I climbed up every hills to get to you
I wondered ancient lands to hold just you
[The Sore Feet Song-Ally Kerr]

Capitolo uno – La mia realtà

Le sei del mattino sono l’orario migliore per svegliarsi. Durante l’inverno è ancora abbastanza buio per poter assaporare gli ultimi istanti di sogno che durante la giornata verranno dimenticati. D’estate a quell’ora non fa ancora troppo caldo e l’aria sa’ di mare. Si può vedere il sole sorgere e programmare mentalmente la giornata.
Neera si sveglia ogni mattina alle sei e ha questo tipo di pensieri. Apre gli occhi e sbatte ripetutamente le palpebre fino a svegliarsi completamente, sposta le coperte calde e si stiracchia, aprendosi in un forte sbadiglio. Fa fatica a restare sveglia ma sa che non può rimettersi a dormire, l’aspetta una grande giornata e non vuole fare tardi. Poggia i piedi sul parquet freddo e il contrasto tra il caldo delle coperte e il pavimento le crea una brivido piacevole. Osserva la sua piccola stanza che è in realtà una soffitta in cui entrano a stento i mobili e il letto. Guarda la scrivania immersa nella penombra, dove giace un quaderno con la copertina azzurra: il suo diario. Si mette finalmente in piedi e scende le scale lentamente, mentre cerca di ricordare il suo ultimo sogno, ma i dettagli sfuggono e ha solo la sensazione che sia stato piacevole. In cucina incontra sua madre che le sorride e le dice che la colazione e quasi pronta, ma è in ritardo e dovrà consumarla da sola. Neera risponde al sorriso e si siede a tavola. Sua madre, Nissa, le da’ un bacio sulla fronte, poi scappa verso l’atrio, prende il cappotto e va via.
Neera mangia lentamente, ne approfitta per osservare la casa che si illumina per via del sole che è finalmente sorto.
E’ il 17 settembre e il freddo autunnale non si ancora fatto sentire, la luce incontra l’acqua e si riflette sulle finestre della piccola casa. Neera prende la cartella e una giacchetta leggera, si specchia per mezzo minuto e sistema la camicia con un solo bottone sbottonato, il maglione rosso un po’ largo, i jeans comprati da poco e gli stivaletti rossi, sorride al suo riflesso ed esce di casa. I passi rimbombano sul molo di legno e lo sciabordio dell’acqua sotto la casa/palafitta la accompagna per alcuni metri, poi sulla strada.
I minuti le scivolano lentamente addosso mentre si avvicina al liceo di Manara.
Era una strana mattina per Neera Bay, all’alba del suo primo giorno al quarto anno di liceo. Non aveva alcuna voglia di ricominciare, ma allo stesso tempo qualcosa la spingeva ad accelerare il passo; si sentiva impaziente e u po’ nervosa. Sensazioni che non le si addicevano in relazione al primo giorno di scuola. In fin dei conti l’aspettava un edificio umido, saturo di studenti che l’avrebbero ignorata, nella migliore delle ipotesi. Col solito gruppetto che la indicava, come se si trattasse di un raro animale da osservare con attenzione.
Solo perché non parlava, perché era muta da undici anni. E tutti sapevano il motivo, in quella scuola nulla poteva restare nascosto per tanto tempo. La morte di Sandor Bay era sulla bocca di tutti quando lei aveva solo sei anni e adesso che era stato tutto dimenticato e sepolto nelle menti dei cittadini, alcuni continuavano a pensare alla figlia del dottore come ad una ragazzina in cerca di attenzioni.
Neera era semplicemente prigioniera della propria mente, per quanto possa essere semplice smettere di parlare da un giorno all’altro, senza nessuna ragione medica specifica.
Così “la ragazza muta” frequentava il liceo ed era assistita da un professore di sostegno come tanti. Forse un po’ troppo giovane ed inesperto per quel ruolo.
Neera attraversò l’atrio dell’edificio con un po’ di paura, percorse velocemente il corridoio pieno di studenti che sembravano non vederla e raggiunse la sua nuova classe.
Istvan Szolt l’aspettava già da alcuni minuti e nel vederla entrare accennò un sorriso stanco e di cortesia.
-Spero che tu sia pronta –
Neera annuì.

Neera Bay era nata nell’Europa dell’est, in una città universitaria dove suo padre e sua madre abitavano da circa tre anni. Dopo la sua nascita si erano trasferiti a Manara, per sfuggire ai ritmi pressanti delle città universitarie e un po’ per dare una svolta alla loro nuova vita, che comprendeva molte più responsabilità. Neera era una bambina allegra e in continuo movimento, la sua mente assorbiva qualsiasi informazione e il suo corpo necessitava di molto movimento. Come ogni bambina sognava l’avventura e l’amore, intrecciandoli in fantasie che nella sue mente erano perfettamente plausibili. Manara era un luogo magio per lei, dove aveva tanti amici e potevano organizzare vere e proprie spedizioni, di quelle che si leggono nei libri. Dopo la morte di Sandor le cose erano radicalmente cambiate.
Da quel momento era sprofondata nel silenzio anni di terapia erano solo serviti a capire di essere sola nella battaglia contro la sua stessa mente.
Alcuni suoi amici d’infanzia avevano preso le distanze e Neera non poteva fare altro che cercare di tenersi stretta quelle poche persone che volevano ancora restarle accanto. Ma le difficoltà di comunicazione erano una barriera difficile da superare, e col tempo tutta la sua buona volontà si era riversata nell’imparare al meglio la lingua dei segni insieme a sua madre, per poter comunicare facilmente almeno con lei.
Continuava a frequentare lo studio della psichiatra regolarmente, anche se non riusciva a trarne profitto. La vita era pesante, le giornate scorrevano lente e piene d’ansia per ogni piccola cosa. Si sentiva vecchia e priva di speranze per il futuro.

La diciassettenne Neera Bay trovava sollievo dalle proprie ansie facendo lunghe passeggiate per i moli tra le paludi. Amava appostarsi tra le canne ed osservare i maestosi aironi bianchi, i maschi proteggevano il territorio gonfiandosi ed arruffando le piume in un modo che da bambina trovava molto buffo. Li invidiava mentre conducevano la loro semplice vita da uccelli, risolvendo i problemi col semplice linguaggio del corpo. Neera avrebbe voluto arruffare le piume contro le ragazze che nei corridoi la spintonavano e parlavano male di lei come se fosse una bestia. E dopo averle spaventate a dovere avrebbe aperto le maestose ali bianche e avrebbe spiccato il volo.
Spesso si rattristava perché avrebbe sul serio dato tutto per prendere il posto dell’airone maschio che sguazzava nell’acqua a pochi metri da lei, in cerca di pesci o insetti.
Invece era una ragazza di diciassette anni che trovava difficile anche imparare una stupida lingua dei segni che odiava con tutta sé stessa.
Mentre passeggiava per l’ennesima volta tra i moli traballanti pensava che avrebbe voluto vedere la sua vita prendere una svolta definitiva. Affrontare un evento che le avrebbe cambiato radicalmente la vita; non le interessava se in modo positivo o negativo.
Nell’aria fresca di metà settembre, Neera scopre sé stessa a pregare dopo tanto tempo; con lo sguardo rivolto al cielo plumbeo e triste, chiedeva di ricevere la possibilità di cambiare la sua esistenza. Rimase ferma per alcuni minuti, quando la pioggia cominciò a pizzicarle il viso con sottili gocce sempre più intense, si riscosse e rise di sé stessa, e della propria ingenuità.
Calò il cappuccio sulla testa e si diresse a passo svelto verso casa. Stava per spuntare sul molo principale quando un’asse scricchiolò e si ruppe.
Neera inciampò e finì nell’acqua fangosa fino alla vita. Fece leva con le braccia aggrappandosi alle assi del molo più robuste e tornò velocemente in piedi. Imprecò molte volte nella sua mente e ricominciò a camminare.
Quando tornò a casa si era già fatto buio e Nissa non era ancora tornata.
Dopo una doccia veloce e una cena veloce quasi quanto la doccia, Neera si chiuse nella sua camera a pensare, leggere un libro e navigare su internet.
Si addormentò appena sentì sua madre entrare in casa, col pc ancora acceso appoggiato sul bordo del letto.

***

Terzo incipit

foto di Federica CaputoLa profondità dell’animo umano.
Utilizzare la parola profondità al fianco di un qualcosa di così potente come l’anima.
Quando penso a questa frase immagino un abisso in cui si può solo cadere, e cadendo si ha l’impressione di essere fermi, perché l’abisso non ha fine.
Muoversi restando fermi.
Questa è la storia delle creature di un dio che non è Dio.
Tutto ciò che seguirà è falso, perché io non esisto.
Ed è meglio così.

-Mi dispiace, ma non riesco a seguirla-
Il giovane si strofinò vigorosamente il volto con le mani e sospirò con fare irritato. Si raddrizzò sulla poltrona scomoda che emanava il caratteristico odore della falsa pelle, cosa che lo irritava ancora di più. Faceva caldo quella mattina lui aveva corso per una buona mezz’ora per arrivare lì; i capelli scuri gli si erano appiccicati alla fronte ed aveva ancora un po’ di fiatone.
-Alec, giusto?- chiese la padrona di casa, come ignorando le lamentele del ragazzo. Lui annuì con fare cupo e la osservò accigliato.
Frederick Binadoka. Ventidue anni. Trasferitasi nella città di Manara da chissà dove, lavorava come operatrice telefonica in un’azienda di poco conto, con uno stipendio da fame e ben poche possibilità di fare carriera o cambiare mestiere. Dal punto di vista lavorativo aveva ben poche gratificazioni e nel tempo libero Alec ignorava cosa facesse. Non sapeva chi fosse veramente quella ragazza dallo sguardo vivace e dal sorriso triste. Gli occhi chiarissimi, color pergamena osservavano ogni cosa con energia e passione, ma nient’altro esprimeva il suo interesse. Le labbra erano eternamente piegate tra il sorriso e l’indifferenza. Come se fosse perennemente inconsapevole di cosa passasse nella sua stessa testa e facesse una media ponderata delle proprie emozioni. I capelli biondi le ricadevano sulle spalle sul lato sinistro e tirati dietro l’orecchio sul lato destro. Parlava solo se le era strettamente necessario e con frasi minime, perché tendeva ad incespicare nelle parole e questo probabilmente era per lei motivo di grande irritazione.
Ne conosceva tante di persone così: silenziose, tristi e con una vita apparentemente insignificante agli occhi di tutti. Eppure lei non era così comune come poteva sembrare, e a renderla diversa era solo una caratteristica, qualcosa che alle altre persone comuni mancava.
Lei era pazza. O almeno questa era l’unica spiegazione che Alec poteva dare in quel momento.
In teoria era lì per conto della redazione del giornale per cui lavorava come sottopagato stagista, ma in pratica era stato spinto da una curiosità morbosa ed irrefrenabile per il suo caso.
Il manoscritto era arrivato in redazione due settimane prima, spedito anonimamente e indirizzato in maniera specifica ad Alec. Vedendo per la prima volta quella risma di fogli stropicciati Alec provò una serie di sensazioni negative che lo spinsero e nasconderla e dimenticarla. Ma questa prima tattica durò poco ed entro tre giorni il giovane fu di nuovo al punto di partenza, col manoscritto tra le mani e l’istinto che gli suggeriva di cestinarlo e non pensarci più. La curiosità prese presto il sopravvento e il ragazzo lesse quelle pagine nel giro di cinque giorni e quella prima lettura lo confuse, facendo aumentare le sensazioni negative. Decise di rileggerlo e l’effetto fu amplificato. La confusione e la curiosità la spinsero a cercare l’autore del manoscritto e dopo numerose ricerche incrociate e qualche aiuto divino, Alec era risalito a Frederick.
-E’ sicura, veramente sicura di aver stampato e di possedere tutt’ora un’ unica copia del manoscritto?- quella domanda l’aveva già fatta molte volte, ma continuava a ripeterla. Aveva sospettato fin dall’inizio che il mittente fosse proprio Frederick, l’autrice del manoscritto, ma al contempo, per qualche strano processo mentale, non voleva crederci. Ma lei sosteneva con convinzione di possedere solo una copia del manoscritto e di averla messa al sicuro nel suo studio e, soprattutto, di non aver mai parlato con nessuno del manoscritto e che lui era stato l’unico a leggerlo dopo averlo scritto.

Federica Caputo

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