Povero Piccolo Principe – Giacomo Polga (Dagored)

disoccupazione-giovanileSono un ragazzo come tanti altri: un disoccupato. E’ da un paio di settimane che vivo in questo stato, da quando ho finito scuola cioè. Bei tempi quelli della scuola: lì almeno sentivi soltanto parlare dell’enorme baratro nero che aspettava sulla soglia del traguardo noi giovani sfortunati. Mi sembrava talmente lontano che trovavo anche la forza di riderci su. La realtà però si sbarazza in fretta delle risate spensierate, e infatti eccomi qua, finito dentro con anima e corpo, nell’enorme baratro nero, e quasi non me ne sono accorto neppure. Sì perché riflettendoci bene è proprio triste il nostro destino: si passa dai banchi della classe al divano di casa propria con una velocità davvero strabiliante. Prima si è studenti e poi disoccupati. Un nesso logico ormai. Non posso fare a meno di pensare che ci sia un che di fortemente patetico in tutto questo; anche di derisorio oserei aggiungere. Qui a casa non ho granché da fare. La maggior parte del tempo mi annoio e mi giro i pollici. Neanche la televisione riesco più a guardare: il terrorismo psicologico che proclama mi fa salire il vomito. Comunque, giorno dopo giorno la situazione si fa più pesante, e c’è sempre qualcuno pronto a ricordartelo. Alcune sere fa, per esempio, me ne andavo a zonzo per le vie del centro con Alessandro, amico mio. Alessandro è alto abbastanza e ha uno spazio così tra gli incisivi davanti che lo fa sembrare un po’ tonto quando apre bocca. La sera era tranquilla e noi pure, ma lui a un certo punto fa:
-Qual è il posto per due come noi in questo mondo?
Lo guardai perplesso: – In che senso?
Sì insomma… il nostro posto nel mondo… Siamo disoccupati!
E che vuol dire! ribattei pronto e un po’ arrabbiato. Per tutti esiste un posto in questo mondo! Per tutti! Non siamo pur sempre diplomati? Certo che ti poni delle domande troppo idiote te! Non vorrai mica fasciarti la testa prima di cadere! Abbiamo finito da poco, vedrai che qualcosa salterà fuori non preoccuparti. Lo dice anche mia madre. Lei prega per noi.
Sembrò contento. Io però non ero poi tanto sicuro delle mie parole, e tra l’altro non sapevo se mia madre pregasse davvero per lui. Comunque la sua domanda mi turbò e ci pensai tutta la notte: Qual è il posto di due giovani disoccupati in questo mondo che corre come un treno? Le prospettive sono disastrose. Dormii gran poco. La mattina mi svegliai stanco e in preda al mal di testa. Non riuscii nemmeno a fare colazione, perché non me la sentivo di mangiare le cose dei miei genitori, e ormai questa è diventata un’abitudine che si estende pure al pranzo e alla cena. Mi costringono loro a mangiare qualcosa. Il fatto è che ho cominciato a sentirmi come una specie di ospite. Un ospite in casa mia. Anzi, un ospite persino di me stesso.
Quel giorno comunque me ne tornai a letto. Avevo una brutta cera e mio padre lo notò buttando l’occhio in camera. Mi disse:
Che hai?
Niente.
Che fai oggi?
Niente.
Potresti uscire a cercarti un lavoro!
Aveva ragione naturalmente. Non potevo mica farmi abbattere così da stupidi pensieri notturni! Che ne era della mia dignità? Dovevo muovermi e fare qualcosa. Mi vestii e uscii in strada. Sapevo dove stava un’agenzia, me l’aveva mostrata Alessandro un giorno, lui c’era già stato. La raggiunsi e la osservai. Una colata di cemento con appiccicata sopra una scritta bella grande: Human Power. Che nome idiota, pensai. Aveva anche una vetrata dove erano affissi i foglietti con le offerte di lavoro. Mi parevano tante epigrafi. Rabbrividii. Le lessi una ad una: Ingegnere gestionale, Ingegnere meccanico, Ingegnere meccatronico, Ingegnere elettronico, Montatore meccanico (con esperienza), Perito chimico (con esperienza), Magazziniere (con esperienza di almeno sei mesi), Addetto alle slot machine (con esperienza), Neo laureato in Ingegneria informatica e ancora un Ingegnere meccanico.
Rimasi basito. Non sapevo fare niente di tutto questo. Il senso di malessere di poche ore prima riesplose più forte. Mi posai con la mano alla vetrata perché mi pareva di svenire e da dentro un signore mi guardò in modo strano. Corsi via dalla vergogna e tornai a casa pensando: Cosa diavolo fa tra l’altro un ingegnere?
Trovai mio padre sulla soglia.
Già qui?
Già.
Cosa ti hanno detto?
Di tornare domani.
Di tornare domani?
Eh sì, era pieno di gente e non riuscivano mica a gestirli tutti. C’è la crisi sai!
Parve credermi. Mi chiusi in camera e non mi mossi più. Stavo parecchio male. Signore Dio dammi la forza il mondo mi rema contro. Pregavo. Scese la notte e con essa vennero le stelle. Le osservai come al solito dalla finestra ed esse posarono la loro grazia su di me e mi calmai. Devo confessare che sono la mia grande passione, le stelle. Da sempre mi son piaciute, sin da quando ero bambino e giravo in passeggino e contemplavo l’Universo in orizzontale. Credo sia da lì che me ne sono innamorato. Uno dei miei primi ricordi è che cercavo di catturare con le manine quelle piccole luci brillanti, e mi pareva anche di riuscirci. Volevo farle tutte mie. Quando mio padre mi parlò dell’enorme distanza che in realtà ci separava da loro, mi feci comprare un telescopio per raggiungerle e stare in loro compagnia. Aspettavo con gioia la notte e mi arrabbiavo se pioveva o faceva brutto. Imparai a riconoscere la maggior parte delle costellazioni del cielo e durante il giorno mi piaceva disegnarle. A scuola mi ero scoperto bravissimo con parsec, effetto Doppler e anni luce, e una volta avevo addirittura accarezzato il sogno di studiare Astronomia pure all’Università, ma poi mi confidai con il mio professore e quello mi fece passare completamente la voglia: Astronomia? Bah… E dopo che vuoi fare? L’astrologo? Per carità lascia perdere! Cercati un lavoro piuttosto se non hai altre idee! L’idraulico per esempio! Ho sentito che gli idraulici prendono bene!
Le sue parole mi fecero come crollare addosso l’intera volta celeste, e non ritornai mai più sull’argomento.
Ripensai al professore e alla giornata trascorsa, ma quella era davvero una notte troppo bella e luminosa per portare del rancore. Le stelle sembravano cullare le mie angosce, placandole. Mi addormentai in modo beato. Sognai Orione a spasso con Andromeda e Cassiopea, l’Unicorno chino dinnanzi alla Croce del Sud, il Carro Maggiore che trainava il Carro Minore e la Stella Polare che guardava tutti dall’alto e sorrideva.
Il giorno dopo mi svegliai rigenerato e pieno di speranza. E’ la volta buona di entrare in quell’agenzia!, mi dissi. Mangiai due biscotti e salutai i miei genitori. Io vado! Avrei trovato un lavoro, me lo sentivo, un bel lavoro adatto a me. Scesi. Fuori c’era un caldo da soffoco. I marciapiedi erano bollenti. Davanti ad un bar dei ragazzi ridevano e bestemmiavano. Cominciai a sudare e rimpiansi di non aver portato con me dell’acqua. C’era l’anticiclone africano, dicevano. Arrivai che ero ormai inzuppato e chiusi gli occhi davanti alla vetrata con i foglietti. Inspirai forte ed aprii la porta. C’erano già diverse persone e dietro al banco stava una signora di mezza età che fumava una sigaretta elettronica. Mi fece compilare una specie di questionario necessario ad iscrivermi. Aspettai il mio turno guardando gli altri. Donne e uomini tutti più o meno giovani. Toccò a me.
E così sei diplomato in liceo artistico. Eh, è difficile con l’arte di questi tempi. Hai esperienze di lavoro?
No. Ma a volte ho dato delle ripetizioni. Solo che quello non lo potevo scrivere.
Conosci l’inglese vedo.
Abbastanza.
A che livello? A1, A2, B1, B2?
Non lo so. Credo un A2.
E il tedesco lo conosci?
Per niente.
Che cosa cerchi nello specifico?
Un lavoro.
Qualsiasi?
Sì. Qualsiasi sì.
E disegnare ti piace?
Abbastanza.
Cos’è che ti piace più di tutto?
Le stelle!
Mi venne proprio spontaneo. La vecchia mi guardò come si guarda un animale morente, quasi a voler dire: Povero Piccolo Principe, le stelle in questo mondo! Mi pentii di averlo detto e mi vergognai.
Va bene, disse infine, ho capito più o meno le tue credenziali. Le inserisco con tutte le altre nel database e se viene fuori qualcosa ti chiamo ok? Lascia pure un tuo contatto.
Si vedeva che era una frase di pro-forma. Tornai a casa adirato e me la presi con me stesso e con la sorte. Pensavo allo sguardo della vecchia. Corsi dietro a un gatto che mi seguiva fino a quando salì su un albero. L’avrei preso a calci. Non risposi nemmeno a mio padre. Mi chiusi in camera a disegnare galassie.
Ancora non ho notizie dall’agenzia. Il telefono è tranquillo che fa paura. Se devo stare ad aspettare una loro chiamata faccio in tempo a morire di stenti. Non che mi facessi chissà che illusioni del resto. Mi sento da schifo. Mi pare di essere un numero qualsiasi da inserire in uno stupido computer. Mi pesa troppo essere un ospite, ospite in questa situazione, in questa famiglia, in questo Stato, in questo corpo. Non so proprio che fare. Magari un giorno mi iscriverò all’Università a studiare le stelle. Non lo so. Intanto domani mattina me ne torno in agenzia di persona a sentire che dicono, metti che qualcosa mi hanno trovato. Però l’idea dell’Università devo dire che mi ispira. Magari diventerò qualcuno un giorno, qualcuno di importante, e che si fotta il mio professore in quel caso! E se dovesse andar male, beh tanto peggio! Penso che mi accontenterei anche di scrivere oroscopi.

Giacomo Polga

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