Riflessi di coscienza – Lorena Bontempi

TeschioCos’è quella una ruga ma no non può essere quelle vengono solo alle vecchie decrepite non a me che ho a malapena cinquant’anni con tutto quello che spendo per le cremine varie ci mancherebbe anche che quella sia una ruga già con il primo capello bianco ho avuto i miei problemi ma sai per quello c’è la tinta una spennellatina e via tutto sistemato ma le rughe no se ti vengono sei letteralmente segnata sei vecchia e non ci puoi fare niente a meno che non ti riempi di quelle porcherie che ti iniettano che poi ti viene una faccia che ti potrebbero benissimo esporre al museo delle cere e dico ho affrontato pure una gravidanza e non ho  avuto nemmeno le smagliature e adesso ho le rughe sì le rughe come biglietto da visita contatele bene che ognuna sono dieci anni di vita.

Adele si guardava alla specchio, girava il volto da ogni lato per poterlo osservare da ogni angolatura. Sì, era una ruga quella che era comparsa sul suo viso, proprio lì, sulla guancia sinistra, sembrava una piccola venatura di un foglio accartocciato. Fin da quando era ragazza era sempre stata ammirata per la sua bellezza, era la classica persona che si pensava potesse avere tutto ciò che voleva perché il suo aspetto glielo permetteva e in un certo senso era veramente così. Aveva imparato presto a contare su questa cosa e più cresceva, più acquisiva consapevolezza del proprio corpo e del potere intrinseco che esso aveva. Apprese da sola l’arte della seduzione: le bastava qualche sguardo, oppure accarezzarsi leggermente i capelli lunghi e lisci mordicchiandosi un po’ le labbra e il gioco era fatto. Un uomo dopo l’altro, tutti prima o poi cadevano vittime del suo gioco e la cosa la riempiva di orgoglio e di ammirazione per se stessa. Si sentiva davvero brava in qualcosa e non si era mai definita frivola o semplice; per lei la seduzione era un’arte e ogni uomo che conquistava era come un bel trofeo da esporre fieramente.

Si sentiva perfetta nel suo corpo, quasi come fosse stato lui a modellarsi sul volere di lei e questa cosa paradossalmente la spaventava a morte: aveva la presunzione che il corpo fosse qualcosa di immutabile e immanente, non soggetto ai normali cambiamenti della vita. Non poteva accettare che quel lui, suo fedele compagno, fosse in qualche modo fuori dal suo controllo e potesse sferrarle un tiro mancino da un momento all’altro.

Fu così che Adele vide la sua prima gravidanza. Un colpo basso che le era stato inflitto, perché quel bimbo che cresceva dentro di lei stava cambiando ogni cosa. Da qui nacque la sua malattia. Poteva sentire le sue forme mutare sotto il suo sguardo attento, il seno che cresceva, i fianchi che si allargavano per fare spazio alla nuova creatura, le gambe gonfie e pesanti; non voleva, no, non poteva permettere che tutto cambiasse così senza che lei potesse farci niente. Aveva iniziato a controllare spasmodicamente tutto ciò che mangiava e mangiava sempre meno, eliminava il cibo dalla sua giornata, poco alla volta, come un barattolo di biscotti che giorno dopo giorno si svuota fino a quando rimane completamente vuoto e freddo. Non mangiare la faceva stare bene, le sembrava di fare qualcosa di buono per se stessa, di prendersi cura di sé, di avere ancora la percezione della sua persona, nonostante tutto.

A colazione 20 grammi di cereali con lo yogurt sì ma magari dello yogurt faccio a meno accidenti come sono in ritardo per il lavoro mi sa che non riesco a mangiare nemmeno i cereali e poi devo correre a prendere il bus non c’è tempo a pranzo trecento calorie sì ma magari anche se ne assumo qualcuna di meno mi fa solo che bene che dici magari un’ insalatina leggera niente olio perché dicono che faccia male ah che bello sentirsi così sgonfi faccio un po’ fatica a concentrarmi ma del resto sarà perché ho dormito poco stanotte magari a casa oggi ci torno a piedi due passi non fanno mai male e schiariscono le idee stasera a cena? Mmh, troppe cose da fare magari giusto una mela e poi a letto che domani è un’altra giornata.

 

Il giorno che venne alla luce suo figlio Adele non era felice. Quando glielo misero in braccio faticava a stringerlo al petto, lui, la creatura che in maniera così subdola le aveva causato tutto questo. Si sentiva in colpa per la sua incapacità di non provare amore nei suoi confronti, si sentiva una fallita e già sapeva che sarebbe stata così anche agli occhi di suo figlio.

Il bambino dovette stare parecchio tempo in ospedale per via di alcuni problemi dovuti alla malnutrizione perché,  secondo le infermiere, “era già tanto se da quel telaio di pelle fosse uscito ancora vivo”.

Adele si trovava dunque sola e spaventata a morte a dover crescere da sola un bambino che nemmeno voleva. Più suo figlio cresceva, più si sentiva sputare addosso le frustrazioni di una donna incapace alla vita, il che le valse a conquistarsi un sentimento di odio puro e incondizionato da parte dell’unica persona che avrebbe potuto portare gioia nella sua vita.

Appena ebbe l’età, suo figlio se ne andò di casa, cambiò addirittura città e di lui non seppe più niente, così come del padre che sparì appena appresa la notizia della sua gravidanza.

Stupida sei era l’unica persona che ti era rimasta stupida dico è tuo figlio lo dovevi amare come fanno tutte ma tu non sei mai stata come le altre vero sei sempre stata stupida e la cosa migliore da fare non l’hai mai capita sei sempre stata sbagliata e ne dai la conferma ora dico guardati sei sola qui davanti a uno specchio a piangerti addosso per una ruga sì perché ora che hai anche quelle figurati se trovi qualcuno che ti vuole sola vecchia e fallita brava bel lavoro che hai fatto con la tua vita potevi essere felice potevi avere quello che volevi potevi essere meglio di così.

Rimase tutta la sera in piedi davanti allo specchio del bagno fino a quando il suo corpo, ormai solo letto di un fiume totalmente prosciugato,  non ne poté più e cedette. La trovarono i vicini ancora a terra un paio di giorni dopo e fu portata d’urgenza all’ospedale della città.

Neanche a crepare sono buona, pensò per prima cosa quando riprese coscienza nella stanza candida.

Lorena Bontempi

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