La mia vera guerra – Chiara Pugliese

mani che escono dalle sbarreBraccato tra i confini del reame
io fuggo la mia fame
e trasporto sulla schiena
le frustate e la catena.

“Ha diritto ad un avvocato. Se non può permetterselo, gliene sarà assegnato uno di ufficio. Consegni ogni oggetto personale. A breve le verrà comunicata la data del processo”.

Lente e decise, afferro le brevi frasi – simili ad un telegramma – che questa giovane ragazza ripete con una disinvoltura che mi fa quasi schifo.
Non faccio in tempo a lasciare le chiavi di casa su quella scrivania malandata, che la guardia mi afferra i polsi come se volesse spezzarli, prende quei cerchi di ferro che ha agganciati alla cintura e li lega attorno alle mie fragili ossa. Il freddo del metallo fa salire un brivido fino al mio collo. Scuoto la testa, digrigno i denti.

Mentre mi spinge verso in avanti in questo corridoio stretto e grigio, lo stesso che mi ha ammanettato, mi dà qualche colpo sulla nuca.
“Ah coglione, pensavi di riuscire a scappare davanti al mio naso? Ma sai chi sono io?”.
“Un coglione” urla la mia mente, mentre le labbra subiscono grandi dentate, pur di rimanere chiuse.
Passiamo davanti alla cella in cui ci sono tutti i nuovi arrivati. Non ci fermiamo. La tentazione di chiedergli dove cazzo mi stia portando, cresce esponenzialmente rispetto ad ogni passo. Il corridoio è sempre più stretto e io sempre più intimorito.
Non so cosa abbia fatto per meritare questo trattamento speciale, irritante.

Finalmente questa processione infinita termina con una normale porta di cui la gentilissima guardia, la stessa che mi tiene i polsi, ha la chiave.
“Buongiorno ragazzi, contenti di chi vi ho portato oggi?”
“Minchia, giovincello…”
Erano in tre in quella stanza, piena di fumo proveniente dalle loro sigarette.
Io non dovrei essere qui. Io non ho fatto nulla per meritare quello che mi sta per accadere. Non so precisamente cosa, ma ho la sensazione che l’unico che non si divertirà sarò io.
“Allora un diciannovenne! Ti sei superato questa volta!”
“Non vi deludo mai, lo sapete”.
Mi fanno sedere sull’unica sedia, difronte all’unico tavolo, presente tra quelle mura che raccontavano solo cose macabre.
“Allora passerotto, cosa hai fatto per meritarti la prigione?”
“La stessa domanda che mi pongo anche i…”
Ma non faccio in tempo a terminare la frase che uno di loro mi pianta le falangi sulle labbra. Evidentemente, la discussione dev’essere a senso unico.
“Sai come l’ho beccato? Ho visto Gianni a terra e lui che scappava. ‘Sto stronzo gli aveva gonfiato per bene la faccia…”
“Ottimo, quindi vuol dire che sarà a nostra disposizione per qualche anno… Non sai cosa ti aspetta”

Speravo che le voci sui carabinieri di questo posto fossero false. Speravo che avessi almeno la possibilità di spiegare che, l’unico motivo per il quale l’ho picchiato, è mia madre, malata, senza lavoro né tanto meno pensione; che le mani luride di Gianni, dovevano rimanere ben lontane da lei. Che da grande mi sarebbe piaciuto essere un carabiniere. Avrei voluto cambiare questo schifo di posto. Ma ora non ne sono più così sicuro.

Giovanotto, da quando il fascismo è caduto va tutto a puttane, lo sai? E sai di chi è la colpa? Dei comunisti come te!”
Il calcio mi arriva dritto nel fianco. Cado dalla sedia. Penso che siano tre, le costole rotte.
“Riesci a respirare? Finché non sputi sangue, non ritorni nella tua cella”
Avrei voluto vomitarlo, il sangue.
Dopo sette giorni, non ho ancora toccato cibo: basta uno di loro di turno, a togliermi il cibo ad ogni pranzo. Sono dimagrito, penso, dieci chili o qualcosa di più. Ho gli occhi gonfi, vedo sfocato ormai. La pelle è così sottile che sento le costole nell’esatto punto in cui si sono spezzate.
Penso a mia madre; a come siamo riusciti a superare la guerra. Penso alla vera guerra che sto vivendo, che mi sta uccidendo ogni giorno.
“Macchelli, dai si fa una passeggiata
Un pugno in faccia. Un calcio nell’inguine. Una gamba rotta. Una gomitata dritta nello stomaco. Il mio sangue ovunque. La vista nera. Il respiro assente. Mia madre sola, ormai.

Chiara Pugliese

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