Due piani – Fabio Parola

Room in New York, Hopper, 1932

Room in New York, Hopper, 1932

Tutte le cose sono in travaglio
E nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l’occhio di guardare
Né mai l’orecchio è sazio di udire.
Ciò che è stato sarà
E ciò che si è fatto si rifarà.
(Qoelet 1, 8-10)

Gli inquilini del piano di sopra litigavano. Fuori pioveva una pioggia sottile, nebulizzata sulla città che iniziava ad accendere i primi lampioni. Lui urlava qualcosa, ma non riuscivo a capire. Il fumo aveva creato una sottile nuvola nella stanza, davanti e sopra di me che stavo seduto e avevo quasi finito la sigaretta. Un cane abbaiò in strada e sentii un piatto rompersi. Urlavano più forte adesso. Lei sembrava spaventata, c’era come una nota di isteria nella sua voce. Continuavo a non cogliere le loro parole. Chissà chi aveva lanciato il piatto. È strano pensare di essere al sicuro in casa, pensare che quello che succede nella stanza in cui siamo sia nostro e isolato, privato. I muri sono così sottili. Chissà cosa sentono di me al piano di sotto, quante cose avranno colto che credevo mie. Sentii sulle labbra il calore del tabacco che bruciava e spensi la sigaretta soffiando fuori l’ultima boccata. Aveva iniziato a piovere un po’ più forte sulla città e quel cane continuava ad abbaiare. Sopra avevano smesso. Strano: di solito andavano avanti per un’ora, a volte anche di più. In realtà non sapevo quando avevano cominciato, quindi poteva benissimo darsi che stessero andando avanti da tutta la giornata. Me n’ero accorto per caso, di quella lite, così come per caso, quasi con stupore, mi accorgevo adesso che avevano smesso. Non mi sono mai considerato una persona invadente, curiosa a sproposito, anzi, sono sempre stato piuttosto riservato. Eppure quelle liti non passavano mai inascoltate da parte mia e credo neppure da parte del resto degli inquilini. E come potevano? Erano spettacolari: erano così accese, così cariche di rabbia e di sentimenti, così cinematograficamente perfette. Davvero sembrava di stare in un film. Passioni così forti, così nettamente concretizzate in un grido, nel lancio di un piatto, in una porta sbattuta potevano essere vere solo al cinema. Erano da manuale di sceneggiatura, ma erano assolutamente vere. Quei litigi arrivavano a intervalli regolari e potevi presagirli quando, dopo un periodo di silenzio condominiale, ti ricordavi che era da un po’ di tempo che non li sentivi fare casino. Allora, un paio di giorni dopo, eccoli, i piatti, gli schiaffi, le urla, il pianto. La commedia napoletana.

Vivevo in un condominio da poco. Ero abituato alla quiete della casa dei miei genitori, una casa grande, ben tenuta e isolata dal vicinato da un giardino che penso, tutto sommato, abbia portato via a mio padre, per la manutenzione, più tempo di quanto lui se ne sia mai concesso per goderselo. All’inizio quell’involontaria partecipazione alle crisi di coppia dei miei condomini mi aveva disturbato. Sembrava quasi maleducato, ai miei occhi, continuare le mie faccende mentre loro si scannavano, si sfinivano e poi, improvvisamente come avevano cominciato, ripiombavano nel silenzio. Poi ci feci l’abitudine e presi a vivere la mia involontaria compresenza a quelle liti come si ascoltano le telenovela girando per casa presi da altre incombenze: si coglie qualche frase, qualche passaggio della discussione, si guarda, passando in salotto, una scena e poi si va in un’altra stanza e, ripassando di nuovo davanti alla tv, si vede che tutta la situazione è cambiata e non hai capito come né perché. Non avevo mai incontrato la coppia che mi forniva quel divertissement ed era parte integrante dello spettacolo la caratterizzazione fantasiosa che, nella mia mente, avevo dato ai due attori: lui era piuttosto alto, sui trentacinque anni, moro e, fisicamente, in quella difficile condizione in cui si trova un corpo maschile che sta lentamente abbandonando la muscolosa tonicità dei vent’anni per approdare alla rassegnata mollezza dei quaranta; lei, invece, era di qualche anno più giovane, a volte non le facevo raggiungere nemmeno la trentina, capelli castani, media altezza, fisico che non poteva dirsi né bello né disprezzabile. Lui faceva il corriere o qualcosa di simile ed era pragmatico, irascibile (era quasi sempre lui a dirigere quel concerto di stoviglie e urla) e, in fondo, sincero. Lei era creativa, sensibile, a tratti materna, e lavorava con i bambini. Avevo deciso che si erano conosciuti al liceo ed era stata, per entrambi, la prima vera storia d’amore e, tra alti e bassi, anche l’unica che per loro poteva dirsi tale. Si amavano, questo non l’avevo deciso io mentre mettevo a punto i miei personaggi. Si amavano davvero, come spiegare altrimenti il loro coabitare nonostante la violenza di quei litigi? Se c’è una cosa che so sull’amore, una cosa al riguardo che posso dire con sufficiente certezza, è che lo si misura da quanto si è disposti a soffrire per una persona. Da quel punto di vista la loro era una passione invidiabile. Come potevo giudicarli negativamente io, seduto su quel divano nella semioscurità, avvolto da quella nuvola di fumo grigia come la mia persona? Erano fortunati: per loro il film, la favola, le travolgenti vicissitudini del vero amore erano divenuti reali. O, per lo meno, era bello lasciarglielo credere.

Mi alzai dal divano e andai in cucina. Presi un bicchiere e lo misi sul tavolo. Sul tavolo c’era una bottiglia di vino rosso. Riempii il bicchiere, tappai di nuovo la bottiglia e, con il vino in mano, andai allo stereo. Guardai i dischi allineati sulla mensola sopra lo stereo. Bevvi un sorso e scelsi un disco, lo misi nello stereo e Aphex Twin iniziò a suonare Selected Ambient Works Volume 2. Tornai a sedermi, con il bicchiere e una rivista che avevo raccolto lungo il tragitto dallo stereo al divano. Aprii il giornale ma non avevo voglia di leggere. Lo richiusi e lo appoggiai accanto a me. Lasciai cadere la testa nella comodità del divano e chiusi gli occhi.

Non poteva essere tutto lì, soltanto lì. La vita vissuta davvero non poteva passare solo per una sequela di esplosioni e bipolarismo, come accadeva per la mia coppia preferita. Quella tragicomica realtà non poteva essere l’unica concretizzazione possibile de l’amor che move il sole e l’altre stelle e rompe le stoviglie e si rende ridicolo alle orecchie di un’intera palazzina. Eppure, stando al mio ragionamento, quanto si amavano quei due per essere ancora insieme nonostante quello che passavano. Bevvi un altro sorso. Mi ricordai di una sera dell’estate appena finita. Si stava tornando a casa ormai, era tardi, e stavo raggiungendo la mia auto parcheggiata. Un amico mi accompagnava, dovevo dargli un passaggio fino a casa.

“Ho rivisto Ludovica, sai?” mi disse a un certo punto del tragitto.

“Sì? Saranno due anni che non la vedo” risposi.

“Venerdì scorso. Ogni volta è una cosa… wow”

Avevamo bevuto. Forse io un po’ di meno. Lui sentiva di sudore e birra, ma nemmeno io ero un fiore in quel momento. Lo guardai divertito.

“E’ sempre stata molto bella” dissi. “Vai e colpisci, no?”

Lui rise.

“No, no, non posso adesso. Ci stiamo rivedendo” mi disse.

“Chi? Tu e Chiara?”

“Bravo”

Ero sorpreso e non sapevo come deviare il discorso su qualcos’altro.

“Non sapevo. In questo caso…”

Era meglio non proseguire. Restammo in silenzio fino a che raggiungemmo casa sua. Fermai l’auto. Lui abbandonò il capo contro il poggiatesta e si sfregò gli occhi con un sonoro sospiro. Eravamo tutti e due stanchissimi.

“Grazie del passaggio” mi disse.

“Figurati”

Aprì lo sportello e scese, fece un passo verso casa, poi si girò e tornò indietro. Mise la testa dentro l’auto e mi guardò con un’espressione grave, come di chi sta per chiedere scusa o rivelare un segreto impensabile.

“E comunque ricordati sempre”, mi disse, “che le donne che più abbiamo amato sono quelle che non abbiamo mai avuto.”

Restai in silenzio un attimo. Poi lo guardai sorridendo.

“Questa era profonda” gli dissi.

“Già”, rispose serio, “questa era profonda. Buonanotte.”

Il vino nel bicchiere era quasi finito e ora anche lo stereo era silenzioso. Di sopra tutto taceva. Mi accesi una sigaretta, la deposi in un incavo del posacenere e finii il vino rimasto. Ripresi la sigaretta, sbuffai il primo fumo e andai a posare il bicchiere nel lavello della cucina. Ero quasi in corridoio, diretto finalmente verso i miei impegni più seri e doverosi, quando sentii di nuovo rumore dal piano superiore. Non capivo di cosa si trattasse e mi fermai.  C’era come un mormorio continuo e sommesso di sottofondo e, di tanto in tanto, una delle due voci si innalzava per un secondo, diventava più acuta o più forte. Poi tornava il mormorio incomprensibile. Dopo una quindicina di secondi era chiaro che i due erano a letto. Decisi che ero stufo di quella specie di voyeurismo uditivo, per quanto involontario fosse; che avevo ben altro da fare, dopotutto. Raggiunsi la scrivania e i miei affari.

Pensavo a un pomeriggio di qualche anno prima. Era stato un febbraio tra i più freddi che ricordassi e l’aria era cristallina e sottile, così gelata da tagliare la pelle. Camminavo lungo un sentiero in un parco, vicino al fiume. Era domenica e, nonostante il clima impietoso, altra gente passeggiava tra gli alberi, persone strette nei loro cappotti e così vicine da urtarsi con i gomiti mentre avanzavano. L’erba del parco era coperta da un leggero strato di brina ghiacciata che non si era sciolta dalla mattina. La condensa del mio respiro disegnava nuvole perfettamente delineate davanti alla mia faccia. Ero più giovane e, probabilmente, avevo un aspetto migliore. Andavo a un appuntamento con una donna. L’ultimo che avrei avuto con lei, in verità. Dovevamo incontrarci sulla sponda del fiume, nel posto in cui per la prima volta ci eravamo baciati. Ci eravamo concessi questo vezzo sentimentale, cinematografico quasi quanto le liti degli innamorati che si agitavano adesso sopra la mia testa. Ricordavo che ci eravamo accordati sul luogo quasi senza pensarci, ma a posteriori conclusi che sarebbe stata la cornice ideale per il piccolo dramma in cui stavo per recitare la mia parte. Se dovete lasciare una donna, fatelo sulla sponda di un fiume. È incredibilmente tranquillizzante guardare l’acqua mentre si viene incolpati per comportamenti, errori o dimenticanze alle quali non si ha mai fatto davvero caso; e l’acqua torbida può essere molto ispirante quando si cerca di ribattere con argomentazioni altrettanto confuse, oscure e vorticanti. Non voglio annoiarvi ora riportando il contenuto di quella discussione. Sono sempre, per tutti, le solite storie, che con le stesse parole hanno posto fine a milioni di amori e in eterno continueranno a farlo. La gente è tutta uguale, se ci si fa caso. Nemmeno io fui diverso dagli altri: piansi, cercai di ottenere l’ultima possibilità che tutti chiedono e quasi tutti sprecano, attaccai, scaricai colpe, pesi, responsabilità. Negavo con decisione ogni colpevolezza e un attimo dopo la assolvevo completamente e neppure adesso saprei dire da che parte stava la ragione. Se di ragione si può parlare. Se c’è qualcuno che saprebbe trovarla. E mentre questo spettacolo si consumava su una panchina fredda, due coppie di giovani scesero sul pontile davanti a noi e iniziarono a giocare, a scherzare, a farsi fotografie. Due ragazze e due ragazzi che si scambiavano nei ruoli di fotografo, soggetto e commentatori ironici. Rimasero lì una quindicina di minuti e sembrava non si fossero accorti di noi, che invece avevamo smesso di parlare e li osservavamo. A un certo punto, senza un motivo apparente, tornarono verso la riva. Forse il freddo aveva avuto finalmente la meglio sulla loro vitalità. Mi venne in mente, mentre ricordavo seduto dietro la scrivania, che allora accadde una cosa particolare, l’unica per la quale valga la pena raccontare questa stupida storia. Mentre l’ultimo dei quattro ragazzi stava per superarci, si fermò e ci guardò, divertito:

“Scusateci” disse. “Adesso potete tornare ad amarvi.”

Poi, con una rapida corsetta, raggiunse gli amici, lasciandoci interdetti e spiazzati. Dopo un attimo mi misi a ridere. A ridere di gusto, tanto che lei, meravigliata, quasi indignata, mi chiese cosa ci trovassi di tanto divertente, in quella situazione. Non era proprio il caso di smascellarsi in quel modo. Già, pensandoci, non era il caso. Non mi si conveniva, direte giustamente. Eppure, davvero, ero sollevato da quello che era accaduto. Quella frase era così sbagliata che per forza doveva essere stata inserita in quel momento della mia vita da qualcosa di superiore, da un agente esterno dall’acuta ironia. Era come se Dio, il destino o qualsiasi altra entità pensiate presieda all’ordine universale mi avesse dato un colpetto con il gomito e mi avesse fatto una battuta. Come se mi avesse sollevato dal mio posto su quella panchina gelata e mi avesse messo a sedere accanto a sé a guardare lo spettacolo. Come se mi avesse fatto capire quanto erano piccole, futili e in fondo, proprio per questo, divertenti le mie vicissitudini. Non so quante volte possa capitare, nella vita di un uomo, di trovarsi contemporaneamente dentro di sé e fuori di sé; di agire, parlare, vivere ed essere consapevoli al tempo stesso della propria limitatezza; di capire, in fondo, quanto sia ingenuo quel nostro agitarsi per mille, velleitari motivi e provare tenerezza verso se stessi. Realizzare di non essere il centro del mondo è una delle esperienze più tranquillizzanti che si possano vivere. Per quello ero scoppiato a ridere: perché era tutto tranquillo adesso, tutto era nel posto giusto, non in quello che io, dalla mia prospettiva, avevo deciso essere adatto. Quella frase aveva riportato ogni cosa alla sua giusta dimensione.

Con uno scatto della mano lanciai via la sigaretta e vidi che, consumandosi da sé, aveva finito per bruciarmi le dita tra cui la reggevo. Mi guardai attorno e tornai al presente. Andai in bagno e misi le dita scottate sotto l’acqua fredda del lavandino. Guardandomi allo specchio, ripensai a quella battuta e sorrisi. Tornai a sedermi alla scrivania. Di sopra, finalmente, tutto taceva. Spinsi indietro la sedia, accavallai le gambe sopra i fogli sparsi e mi accesi un’altra sigaretta.

Fabio Parola

***

Fabio ParolaMi chiamo Fabio Parola e sono nato a Brescia nell’aprile del 1994. Studio sociologia all’Università di Trento, mi piace il cinema e ho un debole per il jazz degli anni ’60, Ernest Hemingway e T.S. Eliot. Scrivo racconti e, quando non riesco a dormire, qualche poesia (le trovate sulla mia pagina Facebook, verso libero). In compenso suono malissimo e ballo peggio. Quello che io scrivo perché ne ho bisogno spero voi lo leggiate perché vi piace.

2 thoughts on “Due piani – Fabio Parola

  1. PICENI ETTORE ha detto:

    un bel racconto, ricercato senza diventare stucchevole e forse … con qualche nota biografica

  2. sedia ha detto:

    Grazie, sicuramente tornerò. Geremia Barese

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