La crudeltà della verità – Ernesto Pusceddu

11159373_10206732411933566_27986471_oHo tanti sentimenti in me e l’immagine di lei
sovrasta tutti; ho tante cose, e senza di lei
ogni cosa si dissolve
I dolori del giovane Werther
 

MARCO

Le mie ferite sanguinavano come se dei coltelli, dall’interno, le lacerassero continuamente, con estrema lentezza e precisione. Lei prese le mie spalle tra le mani e mi fece sdraiare su un caldo letto, coperto da lenzuola al profumo di lavanda. Poi prese il mio viso e mi parlò, «No, non preoccuparti, non è più necessario adesso». Io non le dissi che ciò che stava per fare sarebbe stato inutile, che le mie ferite non avrebbero mai smesso di sanguinare. La lasciai continuare fissandola con inespressività, senza lasciar trasparire che nel profondo, quel suo muoversi lentamente tra garze e disinfettanti, sapeva ancor più dolce della morte.

LUCE

Presi dieci, cento, mille cerotti, delicatamente, con la punta delle dita, come fossero diamanti rari,  li posai tutti, con attenzione chirurgica, sulle sue ferite. Quale dolore avrebbe potuto fermarmi dal farlo? Era così pieno dalle sue pene da poterne sentire l’odore, da poterle vedere. Traboccava miseria da ogni poro e a ogni respiro e per questo necessitava della mia forza; solo quella avrebbe potuto salvarlo. Aveva perso ogni cosa; sua madre, uccisa dall’alcolismo di quel suo marito, così egoista da non vedere le voragine che stava aprendo nell’anima dei suoi cari; sua moglie, stufa della  cupezza che le parse un tempo affascinante, aveva deciso di meritare un animo vorticoso ma privo di buio, facile e limpido; sua figlia, portata via dalla madre con forza, come se lui non fosse in grado di occuparsene, come se le avesse fatto del male, gliela strappò dalle mani come si sradica un albero,  impedendogli di poterle insegnare almeno il suo nome.

Ma lui non era un pessimo padre e nemmeno un pessimo marito e io, Luce, lo sapevo; sapevo che semplicemente non aveva compreso come provare meno dolore, trascinandosi nell’autocommiserazione, nel limbo dell’eterna insicurezza, incapace di mantenersi in equilibrio.

Questo, io lo sapevo, era il classico problema di chi, di dolore, ne prova così tanto da farne un tutto così fitto e intrecciato da non permettere il passaggio di luce alcuna. Crescendo, giorno dopo giorno, si era fatto scudo di Maya, non protettivo, perché pieno, in realtà, di interne spine che ne feriscono il possessore, provocando un dolore intriso e inscindibile da sé, e di sé così pieno, da non volere nessun altro al suo fianco.

Questo è ciò che secondo sua moglie avrebbe trasmesso a sua figlia. Non era stato abbastanza il suo sforzo di rendersi migliore, di renderla felice nel piccolo e seppur con dolore. Lo lasciò minandolo di disattenzione, non degnandolo di una motivazione, chiamandolo codardo e dimenticando quando lui aveva preso il suo di dolore, lo aveva chiuso nel pugno e, dall’alto dei suo due metri, l’aveva lanciato lontano da lei, regalandole uno splendore, ormai nuovamente usurato.

Io, Luce, sapevo tutto questo ed ero certa che curandolo lui avrebbe ripreso a vivere e si sarebbe fatto carico del mio di dolore, come in un continuo gioco di assimilazione.

Presi altri cerotti e provai, giorno dopo giorno, a fermare quel terribile sanguinamento. Lo feci senza pensare alle conseguenze, senza rendermi conto di star mettendo da parte ogni piccolo desiderio dell’anima mia, come una formica incastra la cicala, come un cammello imbroglia il sole.

Ogni lato della mia vita non gli riguardava in quel momento, sarebbe stato superfluo e quasi egocentrico nel suo volersi porre in prima persona rispetto a lui. Smisi così di curarmi di tutto, se non delle sue ferite, giorno dopo giorno, mese dopo mese.

Un anno dopo, non potei più fare a meno di non vedere come la mia vita mi stesse sfuggendo di mano. Iniziai a chiedermi dove stesse finendo il tempo, ormai non più misurabile con i suoi normali canoni, le mie passioni, ammantate di polvere nel mio appartamento, il mio pensiero, monotematico e scialbo, disimpegnato e assopito. Diedi la colpa al mondo moderno, avverso all’amore, al tempo, critico e inesorabile, ai miei genitori, che poverini, di questa storia non ne sapevano nulla. Non capivo pienamente di star scivolando nell’oblio dell’immedesimazione, nello specchio delle Brame, che mi mostrava sempre bella, sempre eterna, senza mai dirmi la verità.

MARCO

La lasciai fare senza mai proibirle nulla, senza chiederle alcun che ma pretendendo le sue parole, i suoi gesti e le sue così untuose cure. Essi erano infatti come una colata d’acqua calda nel gelo siberiano, aprivano pori e cuore come un fiore sboccia a primavera e regalavano la gioia di una presenza, negando alla solitudine il suo eterno e indiscusso dominio. Godetti di questo strano tepore fino a quando le ferite non cominciarono a ricreare i propri margini, e come nei peggiori testi musicali restarono le cicatrici, chiare e lisce come spiagge sarde ma gonfie come pulsazioni arteriose. Mentre passavo le mie dita su di esse, catalogandole secondo la loro triste provenienza, mi resi conto che mai e poi mai sarei riuscito a pagare quel conto, che mai e poi mai avrei potuto rinfrancare il suo animo frastagliato. Luce aveva infatti la sua dose di pene da portare avanti. La sua nebulosa di dolori vorticava imperterrita sulla sua testa obliando il sole. Lei vi aveva messo una luce artificiale, una lampada che la illuminasse nel tempo da dedicare a me. Ma chi ero io, umile ragazzo di grandi origini ma dal cuore strappato, per curare quei suoi malanni che il tempo aveva creato e che da me aveva assorbito come una spugna?

L’essere differenti si rivelò quindi nell’essere incapace di saper porre anche solo un cerotto sulle sue di ferite. Nutrivo  per lei un sentimento fortissimo che non riesco a definire; non era sicuramente amore, perché di amore ha solo i gesti, che possono sì essere forti e colmi d’affetto, ma restano comunque come la facciata scenografica di uno spettacolo teatrale; non era “bene”, perché “bene” è il nome che si da a qualsiasi cosa alimenti, anche solo per poco, qualsiasi nostro vizio e desiderio, come l’eroina è bene per il tossico. Nutrivo per lei un sentimento inconcludente e senza nome che mi permetteva di continuare a starle vicino abbastanza a lungo da non ferirla, cosa che mai avrei voluto, ma troppo poco per farmene desiderare dell’altro o di averne per sempre; era un sentimento che vagava senza meta tra la gratitudine, la simpatia, l’affetto, il piacere, l’empatia, l’odio. Ma non era amore. Questa parola infatti, dal significato così ignoto da farmi odiare il suo creatore, era ormai esclusiva di mia figlia, unico barlume di umanità nel mio cuore. Luce invece, lo si poteva leggere nei suoi occhi, non desiderava altro che le mie mani sul suo viso, la sua testa sul mio petto, voleva solo che il mio sorriso lacerasse il suo velo di malinconia e dolore e che pulsante la facesse sentire viva, come si sente un albero quando dona i suoi frutti. Ma come potevo io, morto d’animo, rianimare la sua vita offuscata, prossima all’oblio? Come potevo, se non riuscivo nemmeno a vederla senza che servisse una stupida giustificazione, uno stupido leit motiv? Eppure volevo, necessitavo la sua presenza; tutto con lei appariva superfluo, il tempo scorreva a un terzo della sua interezza, si riduceva da solo a uno scorrere annebbiato, dolce perché privo di ostacoli ma illusorio, avversario della verità, della realtà.

Lei era, una secchiata d’acqua fredda nel deserto, rinfrescante nella sua durata ma poi vaporosa e flebile, in un secondo svanita nella calura e nell’aria. Come canne al vento, diceva Deledda, ci pieghiamo senza spezzarci mai, e io ero vento, e lei canna, una sola canna.

LUCE

Quando mi resi conto dell’inutilità delle mie azioni mi vergognai di quel pensiero, perché per quanto fossi stata inutile per me, ero stata altrettanto utile per lui e mi rendevo egocentrica ed egoista nel  voler porre le mie azioni come degne di nota. Ma non si può nascondere il profondo, e sapere di aver fatto del bene non mi impedì di sentirmi meno male quando mi annunciò la sua definitiva partenza. Potei solo annuire lievemente con quell’unica parte di me che ancora non si fosse pietrificata, fissandolo senza avere il coraggio di chiedere, pretendere o strappare un bacio; ricevetti invece un abbraccio imbarazzante, come quando coppia si lascia promettendosi eterno affetto e amicizia. Ma noi nemmeno siamo stati insieme, non nel senso canonico, siamo stati più platonici, più astratti e per questo la verità della nostra storia mi colpì con fragore proprio al termine della stessa, quando quella luce di cui tutti parlano si affacciò al mio volto e mi disse che era ora. Mi tagliai le vene e mi accasciai sul letto, nella stessa posizione nel quale lo trovai. Fissando quel soffitto, dissanguandomi, la verità si impose quando ormai la falsità mi aveva ucciso. Mi disse che il nostro amore non sarebbe potuto essere altrimenti perché altrimenti sarebbe stato finto, falso, un amore peggiore dell’immedesimazione, come se quest’ultima dovesse necessariamente condurre alla morte. Invece avrei dovuto completamente attraversare questo percorso restando viva come aveva fatto lui, facendomi salvare da qualsiasi altro stolto dalla personalità incerta che si sarebbe commosso alla vista del mio cuore squarciato a brandelli finissimi. Ma ora è troppo tardi per attaccarsi alla vita, e in un attimo il mio odio non va a lui ma alla verità, che odiosamente necessitava di proporsi quando più la mia menzogna meritava sostentamento, quando più la Luce andava alimentata. Odio la verità.

Ernesto Pusceddu

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