Auf Kurs – Federica Caputo

11187961_879022898806343_1674801850_oTesa verso il confine del tuo mondo stringevi la mia mano e io non avevo il coraggio di lasciarla andare.
Fermi sul bordo della tua mente, distanti undici piani dall’asfalto, non mi degnavi di uno sguardo mentre io avevo occhi solo per te, per le tue spalle, per i tuoi capelli. Le mie orecchie si nutrivano del tuo respiro mente ti reggevi con tutto il tuo peso alla mia mano, tirando sempre più forte verso il precipizio.
Io piantavo i piedi a terra senza avere la forza per portarti via con me.
Il vento spazzava il cemento tutto intorno a noi così forte da farmi vacillare, ma io resistevo con tutte le mie forze.
Tu continuavi a tirare, sempre più tesa verso il vuoto, sempre più convinta a portarmi con te.
Molte volte mi ero chiesto cosa significassi per te, se la mia esistenza contasse qualcosa o se per tutto il tempo passato insieme non ero stato altro che un appoggio. Un corpo di cui ti eri servita come si fa con una sedia quando si è stanchi, una parete su cui ci si appoggia per riprendere fiato, una finestra a cui ci si affaccia per respirare una boccata d’aria fresca.
Mi avevi trascinato in quel limbo di insicurezze e risentimenti, e solo in quel momento, mentre stringevo la tua mano sull’orlo di quel gesto estremo me ne sono reso conto.
Lentamente il giorno mutava in notte e le luci della città risplendevano sotto di noi, intorno a noi.
Continuavi a guardare in basso verso la strada a diverse decine di metri sotto di noi.
Là, senza proferire parola tendevi il piede destro verso il vuoto e lentamente lo ritraevi, indugiando sul pensiero di mollare la presa e lasciarti cadere.
Il vento diventava sempre più forte, più tumultuoso dei miei pensieri mentre ti guardavo e mi tremavano le gambe.
Faceva freddo ma io bruciavo avvolto da un fuoco che era solo dell’anima.
A niente erano servite le preghiere e i fiumi di parole che avevo riversato sul tuo cuore distante anni luce dal mio.
Avevi smesso di parlare e di ascoltare dal momento stesso in cui avevi messo piede sul tetto di quel palazzo. E dopo alcuni tentativi anche io avevo smesso di parlare, ma restavo vigile e in ascolto, col corpo e col cuore teso verso di te, per carpire un piccolo segno da parte tua, nella speranza di ricevere amore almeno per una volta, almeno un’ultima volta.
Ripensando col filtro della ragione a tutti i momenti passati insieme, a ogni tedio, a ogni momento che mi era parso felice e che ora si mostrava per ciò che era in realtà: un amore a senso unico, un desiderio insoddisfatto, un mare di menzogne e di illusioni tutte mie, di cui non potevo darti la colpa.
Allibito e offeso, arrabbiato e finalmente sveglio, continuavo a stringere la tua mano, libero da ogni illusione.
Niente più amore, niente più passione che brucia nelle vene né voglia di tenerti con me nella speranza di proteggerti, desiderando di essere amato.
Il fuoco si è spento e la landa gelida del tuo mondo si è aperta davanti ai miei occhi come a un marinaio che si accorge di aver perso la rotta. Seguendo le tracce nella neve sono finalmente giunto a te, cuore gelido del mio mondo.
Ora vedo chi sei.
Ora sento freddo e non vedo l’ora di tornare a casa, lontano dalla neve e dal ghiaccio che mi penetra la pelle come mille aghi affilati, come la rabbia di non essermi reso conto prima di ciò che stavo facendo.
Adesso posso sentirti.
Capisco che il tuo silenzio è solo silenzio e che io sono solo la sedia, la parete, la finestra aperta su una vita che non è tua e che hai desiderato di possedere.
Ti lasciai andare e tu cadesti, tornando nell’oblio da cui io ero finalmente riuscito ad emergere.

Federica Caputo

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