Senza rumore – Francesca Ribilotta

A Bosnian Muslim woman, survivor of Srebrenica atrocities in 1995, Sehida Abdurahmanovic, arrives at Potocari memorial cemetery, near Srebrenica, on March 31, 2010, to visit graves and pay her respects to relatives, victims of the Bosnian-Serb ofensive in July 1995. Serbia's Srebrenica apology on Wednesday March 31 met with bitterness and cynicism in Bosnia where Muslim survivors of the massacre slammed Belgrade for dodging the term genocide and Bosnian Serbs felt betrayed. AFP PHOTO / ELVIS BARUKCICEsiste un posto, su tra i colli bolognesi, dove puoi fermarti al lato della strada e lasciare la macchina a ridosso di una banchina erbosa, guardare le luci scintillanti e ascoltare, per tutto il tempo del mondo ad occhi chiusi, il rumore della città.

La città di Sarajevo non ha rumore. Le luci, di notte, fanno paura… sembrano piccole fiaccole, fuochi, forse non per me. Io che guardo dalla finestra di questa casa a due piani col suo grande giardino vengo da un altro mondo, da un’altra vita.
Le macchie di sangue sulle strade di Sarajevo sono i boati ammutoliti di bombe lanciate quasi vent’anni fa e i visi, le case crepate, rotte, schiantate al suolo, i muri attraversati dai proiettili continuano a suonare piano, una canzone di morte e di sterminio, la storia intonsa e mai ricostruita della guerra, impossibile da dimenticare.
E io devo tapparmi le orecchie ed essere vita, devo creare, giocare, ridere… sono così lontane le voci delle persone tra le strade e i rumori delle macchine sotto i tetti della Rossa.
Srebrenica invece non canta, non trema più, non sente il mondo e il tempo andare avanti. La bellissima donna bosniaca è stata stuprata e ha partorito mille e mille figli illegittimi, serbi e americani, e altrettanti mille ne ha uccisi. E adesso fissa il vuoto, invecchiata e sola, e non accetta che nessuno ne solchi più il viso con le dita, non risorge più e sta in ginocchio, trattenendo le lacrime. Il rifugio è bruciato, cova le sue ceneri incandescenti.
Un giorno mi portarono a visitare un immenso capannone, con niente attorno che non fossero sterpaglie ed alberi spogli, mi fecero fermare davanti alle grandi porte quadrate e dissero che lì, in quel capannone, ce n’erano morti di bosniaci, a migliaia. Una folata di silenzio mi scosta i capelli dal volto, grigio, travi di metallo a dividere l’immenso spazio, i miei passi risuonano più fortemente di quanto io abbia mai sentito e all’interno… l’arte è la brutalità e la perversione dell’animo umano tra quei vetri sporchi e quelle mura abbandonate, il mio respiro si fa più pesante, inizio ad avere paura, è inquietante…
È caos, migliaia di persone urlano, sbattono i piedi e piangono, le donne stringono forte i loro bambini al petto, li consolano e li cullano, tante persone vengono ancora sospinte dentro quello spazio che diventa sempre più stretto, urlano in una lingua strana mentre i caschi blu li buttano a terra. Alcuni sono legati, altri bendati, al centro di quel grandissimo spazio inizia una fila, si respira sangue e polvere da sparo, sudore e morte. Nessun uomo, donna ,vecchio o bambino che non indossi una divisa uscirà vivo quel giorno da quel piccolo ed assurdo universo, gli occhi di quei testimoni aspettavano solo la morte, non esisteva il mondo oltre quelle mura. Mille e mille spari, mille e mille munizioni, urla, boati e sangue a oltranza, sia genocidio: questi sono gli ordini del comandante. Apro gli occhi e sbatto forte le palpebre, lo vedo, scritta rossa in maiuscolo: Tito sarai un dio tra i dannati dell’inferno.
E adesso? Anche dopo vent’anni non si cambia ciò che non vuole essere cambiato, la forza di voler ricordare non dona spazio a un futuro che non trova ossigeno, i fumi della guerra circolano ancora nei polmoni dei bosniaci.
“Come ti chiami?” chiedo ad un bambino biondo sporco di terra sui gomiti e sulle ginocchia, lui mi fissa intensamente e mi guarda per intero con curiosità e sospetto, ma non risponde. Ervil ha ventidue anni e mi fa da traduttore, quando il piccolo parla lui mi riferisce: “ha chiesto se hai una sigaretta” dice, io guardo quei capelli biondi che mi arrivano appena all’ombelico senza poterci credere, “ hai solamente sette anni, Cristo Santo!” rispondo quasi gridando.
Ho lavorato mesi con quei bambini, comunicando a gesti e a sguardi, cercando di imparare la loro lingua e insegnandogli la mia quando potevo. La frustrazione di non poter comunicare non era niente in confronto a quella che provavo per la loro condizione: i figli orfani di una generazione bruciata dai propri fratelli e distrutta dagli ordini di un pazzo rifioriva adesso arsa, sventrata dalla leggerezza e dall’immaginazione che ogni bambino dovrebbe avere…quanti fogli bianchi ho riposto trattenendo una lacrima, io che mi perdevo tra le immagini dei libri, che da piccola avevo amato le favole scoprivo che lì le favole erano bruciate e disperse come i genitori di quei piccoli, futuri uomini stanchi della desolazione e allenati nel rancore di ricordi incancellabili. Ho imparato durante il mio progetto di volontariato quanto ci si possa sentire tremendamente insignificanti ma utili allo stesso tempo: componemmo un murales. Non potei lasciare altro che colori e figure ai ragazzi della casa Pappagallo e forse qualche ricordo felice, delle chiacchiere, qualche risata… mi piace pensare di aver lasciato di me pezzi di immaginazione e di vita in quella terra buia in cui non vado più.

Esiste una torre nel centro di Bologna dove puoi guardare la città da tutti i lati e guardarla risplendere e bruciare di vita, piena ed intensa, e sentire l’aria pulita mentre di sotto infuriano mille rumori. È un pezzo di vita in più che puoi goderti da un piedistallo altro cento metri. Vedo i tetti rossi sotto di me e li sento respirare, “sono fortunata” penso, e sorrido. Il ricordo di quei visi rimarrà sempre dentro la persona migliore che mi hanno fatto diventare.

Francesca Ribilotta

One thought on “Senza rumore – Francesca Ribilotta

  1. Gigi ha detto:

    Bellissimo, brava!!

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