Arbitro di nessuno – Chiara Piredda

imagesLei mancina, lui destrimano, avevano abbattuto il muro della timidezza durante i dettati, grazie alle gomitate. Era scattata la curiosità innata e viscerale che spinge a scrutare il prossimo di nascosto e in allerta. Al primo involontario contatto, aveva percepito un senso di repulsione che puzzava di femmina, misto a un dolce piacere che piano l’aveva spinto a farlo di nuovo, volontariamente. Lei aveva sorriso con gli occhi, scoprendo due magnifiche fossette.
“Come ti chiami?”
“Cloe, tu?”
“Leo”
“Leo, puzzi di minestra!”
“Tu di piscio di gatto”.
Erano partiti con il piede giusto.

Sentirsi in minoranza significa misurarsi. Minoranze sociali, etniche, religiose, linguistiche forzano il confronto dell’io con quello del loro. Misurare con unità universali è inverosimile, ma alcuni righelli sono ben tarati, sono giusti. Così, se la maggioranza non è altro che un gruppo di teste calde, di marmocchi troppo cresciuti e violenti, il confronto diventa semplice.

Leo colpevole di un fisico gracile, una costituzione cagionevole e con l’aggravante di un’amica troppo carina per uno come lui, veniva malmenato con cadenze più regolari del Natale. A volte, se faceva abbastanza freddo, gli infilavano la testa nella fontana vicino scuola. Aspettavano che diventasse livido e compiaciuti dal colorito malsano e dalla mucillagine tra i capelli lo lasciavano andare. Altre volte gli rubavano la cartella, ci sputavano dentro per poi rendergliela cortesemente. Una volta gli avevano strappato di dosso i pantaloni e legati a nodo morto su un ramo. Pubbliche umiliazioni e schiaffi gratuiti si davano il cambio con un rigore degno di Buckingham Palace.
Una via d’uscita a quel tormento c’era: diventare come loro. Esisteva un rito di iniziazione a cui la maggioranza dei deboli era ricorsa. La salvezza dei malmenati esasperati, la luce in fondo al tunnel. C’era.
Cloe, protetta da un velo d’irresistibile grazia, era intoccabile ma colpevole di un’amicizia ingiusta.
“Leo, domani lo farai, ammazzerai il gatto della signora Augusta e loro ti lasceranno in pace!”
“Ci pensi? Potrai tornare a casa pulito, vestito!”
“Cloe no”
“Perché no, vuoi farti menare?”
“Perché no”

Perché ci sono forze smisurate, camuffate dietro corpicini gracili e indifesi. Alcune sono palpabili, evidenti al punto da rimbalzarci sopra, da schermare e rendere inscalfibile l’individuo. Altre ingannano, sgusciano fuori silenti, imprevedibili e sbalorditive.
Lui era grandine col sole, fragole a febbraio, mandorli in fiore d’autunno. Era questa la sua forza.

“Leuccio…dov’è il gatto?”
“A casa sua, in giardino… ”
“Sei proprio cretino! Ti piacciono le botte, eh?”

Li aveva fissati pochi secondi, quel tanto che basta a scavalcare il punto di non ritorno. C’era in ballo la reputazione del gruppo, il rispetto dei marmocchi indifesi, la fama e l’etichetta. L’affronto era indeclinabile.
Così, in sommossa, l’avevano trascinato sotto il sole, vicino a una grande fossa dove veniva depositata la calce viva, elemento essenziale per l’edilizia degli anni ’50.
Alle loro spalle una processione di grembiulini neri gli faceva da scia, incuriositi e allo stesso tempo spaventati dalla sorte che avevano scampato.

“Sai che si dice? Si dice squagli anche il ferro”
Leo iniziava a sentirsi solo, circondato sì e no da due dozzine di sguardi, cercava quello di Cloe. In una finestra temporale effimera, aveva colto il significato della parola “omertà”. La maestra aveva cercato di estrapolarne invano l’essenza. Ora lo sapeva: era un abile trampoliere, allenato a scavalcare i tanti senza pestare nessuno. Era un veleno corrosivo che ripuliva la vista da immagini scomode e i timpani da parole sbagliate, da rendere ogni singolo spettatore un vigliacco. Era una vile variante della solitudine.

Irritato da quello sguardo criptico e risoluto, il capobranco aveva preso una manciata di calce e l’aveva scaraventata dritta sulla sua faccia.

La lama affilata della violenza aveva inciso la tela e infilando un dito nella fenditura, poi due, poi l’intera mano, poi l’atra, aveva ampliato lo squarcio; da lì erano passati in tanti, tutti veloci e ridenti. Poi i lembi erano rimasti calanti, abbandonati al silenzio.
Corroso dalla calce, aveva perso un occhio.
Non ricordava il dolore, l’infuso di adrenalina aveva fatto il suo dovere, ma era stato sfigurato a vita da una banda di bulletti gangster, più nell’anima che nel corpo. Si era risvegliato su una branda con un’enorme garza sul capo e con accanto la madre livida di rabbia e di dolore.

“Ci dispiace”
Le parole più abusate del periodo. Un via vai di sguardi addolciti e teste inclinate avevano pronunciato il vocabolo risolutivo, il meglio abbinato a quella brutta storia. Li fissava con sguardo monoculare, alcuni accompagnati dai genitori, altri accompagnati da un alone di commiserazione.

Per sempre inciso nel volto, sarebbe cresciuto con una nuova costante. Provava mancanza di se stesso, dell’io gracile e sano. Non avrebbe mai rimpianto il mancato rito d’iniziazione, il dazio salato aveva preservato l’inflessibilità dell’animo. Sarebbe diventato un uomo ferito nella carne, con in grembo due nuove coscienze: l’integrità dell’io e la fragilità del loro.

Ne era davvero valsa la pena?

“Sarebbe bastato solo un gatto morto”
Ne era certa Cloe.

Chiara Piredda

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *