Anastasia se ne va – Matteo Brignoli

TvyamNb-BivtNwcoxtkc5xGBuGkIMh_nj4UJHQKuoXdSh7BPc9xwpc4hqFS15wZOkVmPjt-SVuNWOAMolto anni dopo, Anastasia si trovava su un volo privato che l’avrebbe portata a coronare il sogno di una vita. Finalmente poteva abbandonarsi alla sensazione di essere arrivata alle ultime pagine di un libro. Reclinando lo schienale della comoda poltrona, socchiuse gli occhi e sognò. Il rumore dell’aereo andò scemando in quello del rasoio che, da bambina, sua nonna usava per tagliarle i capelli corti corti, così da non dover faticare ad asciugarglieli quando tornava dalle giornate al parco madida di sudore. Anastasia odiava tagliarsi i capelli: come ogni bambina sognava di poterli avere talmente lunghi da non doversi preoccupare del velo il giorno del suo matrimonio. Con i paggetti che, anziché accompagnarla sollevando il lungo abito bianco, le avrebbero dovuto tener tesi i fluenti capelli biondi. Ma lei non era nemmeno bionda, quindi avrebbe potuto scordarselo quel sogno. Rimanevano i capelli corti, di quel colore che non sapeva di nulla, né biondo né moro, ma perlomeno chiaro. Questo fino a quasi sette anni. Poi, dopo il primo anno di scuola, sua nonna le permise di farseli crescere. Ma non essendoci abituata, Anastasia li teneva comunque che non andassero al di sotto del collo. Sua nonna, Carla, di una robustezza comune per le donne della sua generazione, cresciute per forza e per dovere senza attimi di tregua dalla realtà, era totalmente soddisfatta di sua nipote. Ogni volta che Anastasia prendeva un bel voto a scuola, Carla non perdeva occasione per vantarla di fronte alle persone del paese. Usciva presto, di mattina, a prendere il pane e le brioche fresche prima che si alzasse la nipote, in modo che potesse trovare già la tavola imbandita con l’abbondante colazione per iniziare al meglio la giornata. Così si fermava a discutere con altre nonne che avevano nipoti in classe con Anastasia, e allora, spavalda, diceva di quanto sua nipote si impegnasse, di quanto fosse brava. Ma quei suoi vanti non erano pavoneggiamenti. Carla sapeva con chi doveva comportarsi così: erano le persone invidiose che godeva a sbeffeggiare mostrando sempre il lato pulito della medaglia. Perché, girandola, non si riusciva a vedere nemmeno di cosa fosse fatta. I genitori di Anastasia non c’erano mai: toccava a Carla prendersene cura, mentre suo figlio e la sua compagna giravano il mondo per concludere affari che potessero permettere a loro figlia di avere tutto ciò che desiderasse. Questo era il loro concetto di volerle bene. Anastasia vedeva i suoi genitori una volta al mese; e almeno un mese all’anno, quella volta non arrivava mai. Era per questo che sua nonna cercava di donarle tutto l’affetto che i suoi genitori mancavano di dimostrarle. Così usciva di casa presto, tutte le mattine, pioggia, neve o grandine che vi fosse, per prenderle quelle brioche al cioccolato che tanto le piacevano. Fu proprio in una di quelle mattine che Anastasia, adolescente, scoprì cosa volesse dire il rimorso, dimenticandolo solamente poi, grazie ad Andrea. Svegliatasi insolitamente prima che sua nonna rincasasse, mentre fuori dalla finestra della sua camera il cielo accennava bianchi bagliori tipici della prima neve dicembrina, Anastasia stava pensando ad un suo amico, in classe con lei da sempre. Lo conosceva fin da piccolo, e nel vederlo crescere si era resa conto che vi era qualcosa di diverso dalla semplice simpatia, qualcosa che non provava per nessun altro ragazzo. Facevano insieme la strada di ritorno da scuola, a piedi, parlando dei più svariati argomenti; sentiva un brivido lungo tutta la colonna vertebrale ogni volta che lo guardava, ed ogni volta che i loro sguardi si incrociavano era come se qualcosa in lei si schiudesse. Qualcosa si schiuse in lei pure quella mattina. Sotto le coperte che erano state minuziosamente rimboccate la sera prima da sua nonna, Anastasia sentì l’irrefrenabile impulso di portare la mano destra in basso, spostando le coperte e gli elastici dei suoi pudori. Poi provò una sensazione nuova, unica, da toglierle il fiato. Cominciò a spogliarsi: si sfilò i calzini, si tolse il pigiama e poi via tutto il resto. La nuda pelle era in armonia con le lenzuola, rendendo ogni movimento del suo corpo simile allo sciabordio dell’acqua in riva al mare. Quelle sue effusioni erano un crescendo di sensibilità. Arrivò persino a sentire ogni singolo capello. I brividi e le emozioni erano ormai una cosa unica, indistinguibili. Sfregò tra loro i piedi, e accarezzandosi i seni appena accennati, sentì aumentare il desiderio. Anastasia capì che stava per arrivare qualcosa di più. D’un tratto, mentre fuori dal suo mondo la neve si faceva più fitta, percepì un calore percorrerle tutto il corpo, fino a raggiungerle l’anima. Esplose in un arcobaleno di fragranze a lei nuovo. Rimase ansante per attimi incalcolabili; poi, immobile, Anastasia venne colta da un pensiero cupo, tetro, che spazzò via tutta quella bellezza. Si chiese se fosse stato un male ciò che aveva appena fatto, come se tutto quel piacere, donatole così, per caso, non richiedesse invece un dazio. Presa dal panico si rivestì in fretta e rifece il letto, sistemando le coperte disfatte e adagiandovi poi sopra il cuscino. Diede un sguardo al cielo fuori dalla sua stanza. La neve era ormai realtà: un lieve strato bianco arabescava i camini del vicinato, e si sentì dentro quell’immagine che fece sua per una vita intera; tra il freddo della neve appoggiato vicino al caldo del fumo di un focolare. Dentro sé aveva una sensazione agrodolce che la teneva in equilibrio. Aveva appena imparato cosa fosse il rimorso. Decise di non dire assolutamente nulla a sua nonna riguardo a quella novità. Sarà per il timore che le avevano sempre insegnato, da bambina, su qualsiasi cosa riguardasse la sorellina (come la chiamavano); sarà perché non ne aveva voglia. Di questa storia parlò, molti anni dopo, solo ad Andrea, perché prima di lui molte altre storie di rimorsi si susseguirono nella vita di Anastasia, al punto che una sentita sfiducia verso i sentimenti si radicò in lei. E tutte le volte che il mondo la pressava con la sua meschinità, lei si rifugiava nella sua camera, sola, ad immaginarsi una realtà diversa perché aveva bisogno di cambiare aria, trovare rifugio in un posto fidato lontano da tutto e da tutti, da mamma e papà. Perché i primi a tradirla furono i suoi genitori, così borghesi da dimenticare i valori affettivi primordiali. La vita nel piccolo borgo austriaco dove crebbe Anastasia non eccelleva per spinte emozionali. Situato ad un quarto d’ora di macchina da Vienna (quando il traffico non era intenso) era il quadro perfetto della piccola borghesia post-moderna: la maggior parte degli abitanti faceva parte del settore terziario, come broker o semplici banchieri, assicuratori e ristoratori. Non vi erano fabbriche nell’arco di chilometri, e il clima risentiva di questi benefici, mantenendo il variare delle stagioni costante ed equilibrato per un ambiente tipicamente austriaco. Anastasia poteva correre tra immensi spazi verdi in mezzo alle case del centro, o prendere il primo pullman per Vienna allo stesso modo. Era un paese a misura d’uomo, tutto pensato al proseguo di vite che avevano bisogno di null’altro se non di agiatezza e dignitosa calma. È essenziale, nella vita, riuscire a vivere con dignitosa calma. Nei momenti di calma tutto si appiattisce, e l’unica forma distinguibile è quella esuberante della linfa emozionale. Fiumi di emozioni scorrono, pompati nei nostri stessi corpi da un irrefrenabile senso di vuoto. Il vuoto della calma, necessario per concepire quella voglia di vita che altrimenti non vi sarebbe, robotizzandoci nella razionale quotidianità priva di momenti intimi, languida di sentimenti. Stare al mondo non è sicuramente impresa da tutti: la maggior parte degli esseri viventi, ad esempio, commette inconsapevolmente l’errore di riempirsi di sentimenti altrui, negandosi a se stessi. Come il cane che scodinzola al padrone per avere il suo biscotto. Insomma, spesso e volentieri si maschera la voglia di vivere attraverso ammennicoli che portano ad una falsa compassione. Essi ci privano di qualsiasi visione fuori dall’appiattimento della calma apparente. Una calma mascherata. Questa calma farlocca ci arriva per vie traverse: uno stallo sentimentale, una routine appagante e straziante, una striscia di polvere bianca. Solo una cosa, però, può far fronte a questa inibizione dell’io: trovare una persona esterna a noi che ci trasmetta la calma necessaria e la voglia alla vita. L’amore è fonte di calma: placa tutte le frenesie, rendendo gli uomini liberi dal macigno dell’apparire, dall’arrivismo e dalla frenesia. Frena l’insaziabile voglia di fuga che a prima vista pare l’unica soluzione possibile, pur creando, poi, una nuova routine. Come quei giovani che, stanchi della miserabile vita offerta loro dalla propria patria, cercano altrove questa voglia di vivere, riuscendo a colmarla solamente attraverso giustificazioni. Ma d’altronde, la gioventù è tale perché priva di ogni vissuto. Anastasia, nella sua gioventù, cercò spesso di colmare il suo vuoto con la voglia di fuga. Fuga da tutto e da tutti; lei compresa. Fuga dalla sua famiglia, essa stessa in fuga da lei. I genitori di Anastasia erano i proprietari della più rinomata banca del paese, e non potevano permettersi nemmeno un attimo di tregua dal loro lavoro, pena il mancato tenore di vita al quale erano abituati. Una volta cresciuta, quando Anastasia si trovò a fare un bilancio su come fossero i suoi genitori, mise sul piatto che avevano viaggiato per tutto il mondo, senza mai scoprirlo veramente. A controbilanciarlo, sapeva che avevano dovuto sopportare sacrifici immensi, soprattutto nel non vederla così spesso come facevano i genitori dei suoi compagni di scuola. Ma questi non furono gli unici elementi che Anastasia esaminò per giudicare i suoi genitori. Seppe anche di tutti gli intrallazzi, legali o meno, che erano tenuti a sopportare e a fomentare. Ma purtroppo, non vedendoli praticamente mai, era difficile per lei attribuirgli delle vere colpe al di fuori di quelle assenze troppo spesso pesanti. A sua nonna invece era legata indissolubilmente. Per non deluderla dedicava tutta se stessa allo studio, ottenendo sempre ottimi risultati. Nei week-end rimaneva sempre a casa con lei, salvo occasioni eccezionali come i compleanni dei rari amici o le cene tra coetanei. Per questo non aveva una compagnia particolare con la quale uscire a divertirsi: si sentiva un po’ fuori dal coro, ma amava quella cornice che la rendeva davvero unica, quasi vintage. Pensava di essere nata nell’epoca sbagliata, Anastasia, e si immaginava invece agli inizi del Novecento a Trieste, a camminare trasognata con Hector Schmitz, il suo scrittore preferito, mentre insieme attendevano l’arrivo di Joyce. Era affascinata da Trieste, che vide per la prima volta quando ancora non andava a scuola, durante una vacanza con sua nonna. Ancora non poteva sapere della passione che nacque in lei verso quel posto, e il conseguente aumento della voglia di fuga per raggiungerlo. Ricordava un molo lunghissimo e la piazza sovrastata dal mare, e dietro i palazzi comunali quelle catene montuose messe lì a balenare un cielo azzurro che rifletteva un misto di acqua e architettura. Le sembrava di stare in un’Atlantide emersa. Sua nonna le mostrava ogni minimo particolare che fosse legato a qualcosa di storico. E di particolari storici a Trieste ve ne sono un’infinità. Quando Anastasia vi tornò, ormai adulta, per studiare all’università di psicologia, aveva trovato le parole giuste per definire quella città. Se Saba (altro poeta triestino a lei caro) scrisse che la sua città era caratterizzata da una“scontrosa grazia”, Anastasia preferì modificare la citazione in “la scontrosa bellezza”. Perché bella era bella, Trieste, e mentre tutte le sue coetanee sognavano di andare a studiare chi a Parigi, chi a Madrid, lei pensava solamente alla sua Trieste. Era disposta a tutto pur di riuscire ad avere un posto all’università di psicologia della città, situata alla fine di una vecchia funicolare in disuso che si dice porti un po’ sfiga. Ma poi, qualcosa cambiò. L’ultimo anno di superiori, all’età di diciotto anni, Anastasia cadde nella trappola dell’assuefazione. Molte volte era riuscita a sfuggirne, prima di capitolare nel labirinto dell’amore restrittivo. Quando accadde era una sera di festa paesana. Allora, in quelle occasioni erano soliti esibirsi per le strade alcuni artisti sloveni, vagabondi dalla nascita che passavano di paese in paese senza mai invecchiare. Si diceva in giro che avessero scoperto l’elisir dell’eterna giovinezza e spesso, tra la folla, si potevano scorgere mentre contrattavano merce nascosta in sacchetti di cuoio con gli abitanti. Erano uomini e donne altezzosi, gli uni nerboruti, con folte barbe scure e capelli lunghi raccolti in trecce durissime, le altre più gracili, dai capelli sfibrati e flaccide pelli dovute alle ripetute gravidanze che avevano devastato i loro sguardi. Quando arrivavano lo si sentiva dall’odore di fumo per strade e il vociare crescente che le loro voci roboanti provocavano fino a notte inoltrata. Quella sera Anastasia aveva ricevuto da sua nonna il permesso di uscire da sola, e dopo essersi lavata, andò in camera a scegliere il più bel vestito del suo guardaroba. Indossò un bellissimo abito bianco, lo stesso che indossava anche quel giorno di maggio, a Crepuscale, sotto la Magnolia. Le piaceva tantissimo quel vestito, e fortuna (o sfortuna, ma lei non la considerava tale) volle che, passati i diciott’anni, non crebbe molto, e quindi riuscì a portare quel vestito per anni. Uscendo di casa salutò sua nonna. La luce in quei giorni si protraeva fino a dopo ora di cena, e quindi camminava preceduta dall’ombra della sua figura, illuminata alle spalle dal tenue sole d’estate. I primi lampioni cominciarono ad accendersi debolmente, e pian piano la sera avanzò su tutto il paese. Nella borsetta che portava a tracolla aveva il giusto per comprarsi qualcosa da bere, ma aspettò. Voleva prima vedere le esibizioni di quei maghi circensi che tanto la ammaliavano. Camminando tra la gente si avvicinò ad un gruppo di spettatori messi in  cerchio intorno ad uno dei nomadi, con in mano una grande torcia tesa verso l’alto. L’immagine le ricordò quella della statua della libertà che aveva visto sui libri di scuola. In sottofondo, una musica orientale si diffondeva inebriante. Il mangia fuoco era uno dei personaggi che più piacevano ad Anastasia: stette per un bel po’ a guardarlo esibirsi mentre roteava più torce accese contemporaneamente, lanciandole sopra la testa per prenderle a turno con i denti serrati. E ad ogni passaggio, un applauso si levava dal pubblico, che si faceva via via più gremito. Anche Anastasia applaudiva incantata, fino a che un rullo di tamburi non fu segnale dell’arrivo di un numero davvero pericoloso. Sforzandosi a parlar la lingua tedesca, chiese l’incitamento degli spettatori.

“Quezta essere magia impossibile, ya”

Canzonando un po’ la parlata senza intento d’offesa, lo sloveno prese da un grosso baule alle sue spalle una catena d’acciaio.

“Ora voi legare me, e dare fuoco a catena, e io bruciare vivo con quezta catena ya!”

Due volontari lo legarono per bene, chiudendo infine la catena con un lucchetto senza però averne le chiavi. Come potesse bruciare una catena, Anastasia ancora non poteva saperlo. Ma se non avesse sconfitto la logica della realtà, non lo avrebbe mai scoperto. Mentre la gente stava a guardare interdetta, Anastasia venne attratta da un lungo cane che si aggirava alle sue spalle. Era un levriero dalla pelle grigia, mastodontico e magrissimo allo stesso tempo, con dei piccoli occhi gialli che luccicavano nel buio della sera. A prima vista incuteva timore, ma osservandolo Anastasia si accorse che sembrava smarrito: si voltava continuamente come in cerca di qualcosa o qualcuno; forse del suo padrone, che doveva avere buon gusto visto il collare alto, a righe verticali marroni, che donava una certa forma di regalità. Si fermò proprio di fronte a lei, che ormai dava le spalle all’uomo che prendeva fuoco. Il levriero la fissò sollevando il muso appuntito e la annusò. Anastasia rimase immobile, impaurita dalla possibilità di esser morsa. Poi si chinò anche lei, piegandosi sulle ginocchia, fino ad arrivare a guardare il cane al suo livello. Dopo alcuni istanti la paura di Anastasia si alleviò, ma non provò minimamente ad accarezzarlo, come se vi fosse una sorta di timore reverenziale verso la figura di quel cane. Un urlo si levò dietro a lei. Tetro, le entrò nelle viscere gelandole il sangue, mentre lento andava sfumandosi in una flebile risata. Senza accorgersene, era già voltata verso il mago, di cui rimanevano solo alcuni tizzoni ardenti e lo scompiglio tra la folla. Nessuna catena, nessuna persona, nulla di fronte a lei. Gli spettatori allora iniziarono ad applaudire entusiasti, mentre l’attenzione di Anastasia venne attirata da un particolare che sfrecciava alto nel cielo. Veniva verso lei: la oltrepassò sfiorandole il viso ad una velocità disarmante e andò a posarsi sulla testa del levriero, rimasto impassibile dove lo aveva lasciato. Era una gazza dalla testa e le ali nere, e un petto bianco sul quale scintillavano ancora piccoli pezzi di brace. Anastasia stropicciò gli occhi con i palmi delle mani, e quando asciugò quei pochi rimasugli di lacrime portate dal fumo, vide il levriero e la gazza di spalle andarsene via indisturbati. Provò a seguirli, cercando di scomparire dietro a ogni spigolo delle case proprio come facevano loro, che sembravan roteare in un girotondo confuso e distorto, fino a che non urtò contro qualcuno per la foga di non perderli di vista. Cadde per terra con la testa che le girava, il vestito bianco tutto sporco.

Matteo Brignoli

One thought on “Anastasia se ne va – Matteo Brignoli

  1. Jayna ha detto:

    That’s not even 10 miunets well spent!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *