L’intervallo – Fabio Parola

tumblr_lt8dkx1lA91qfvkydo1_500Quod non mortalia pectora coges, auri sacra fames
(Seneca)

Quando finalmente suona la campanella tutte le nostre figure, blu nelle uniformi della scuola, si scompongono all’improvviso, abbandonando l’immobilità coatta della lezione di matematica. In un turbinio di matite, penne rosse e blu, gomme e astucci impacchettiamo un’altra mattinata e usciamo dalla classe verso il cortile. Gianni si avvicina per mostrarmi le ultime figurine che ha ottenuto da uno scambio con Alessandro. Gianni compra un sacco di bustine di figurine e cerca di scambiarle solo se ha bisogno di qualche pezzo particolarmente raro. I soldi non comprano le carte rare. Le carte rare sono il bacio di una Dea Bendata molto democratica che pareggia le nostre diseguaglianze familiari in un gesto rituale: quando apriamo una busta nuova siamo tutti uguali, ricchi, poveri, scemi e secchie. Tutti con la stessa speranza di essere re per un giorno. Certo, Gianni aumenta le proprie possibilità, potendo comprare più bustine degli altri. Tutto ha un prezzo, lo sa Gianni e lo sappiamo noi ed è così che va per noi che abbiamo 10 anni e per i nostri genitori e per le maestre e le suore. Credo funzioni così persino per il preside chiuso nel suo studio a fare chissà che. Gianni ha le possibilità per corteggiarla, questa Dea Bendata, che è tanto democratica ma rimane una puttana, come ogni persona, dopotutto. Questo suo vantaggio, però, non ce lo fa pesare e non possiamo dire che Gianni si renda antipatico: in fondo sta solo sfruttando al meglio le proprie armi e, nonostante il vantaggio di partenza, rimane un giocatore molto sportivo e corretto. Io, nel business delle figurine, posso dire di essere un self-made man: sono partito con una carta regalatami, credo, proprio da Gianni (un magnaccia molto prodigale, l’avrete capito) e da lì, con una serie di scambi ben calcolati con compagni che avevo ben calcolato essere abbastanza stupidi da accettarli, mi ero costruito un piccolo gruzzolo. Poi il colpo di fortuna: mio cugino più grande arriva una domenica a casa mia e mi lascia una scatola di scarpe. Dentro non ci sono scarpe, deo gratia, ma una vagonata di figurine. Ricordo di averle impilate e di essere riuscito a raggiungere il piano del tavolo della cucina. Certo, non erano tutte carte di prima scelta ma, con una seconda visita ai babbei di qui sopra, ero riuscito abbastanza facilmente a sostituirle con pezzi migliori e, alla fine, potevo dire di possedere un album di tutto rispetto. Questa storia delle carte del cugino, unita alla lezione di Gianni e alla nostra stretta familiarità con la Dea Bendata, era la conferma delle tre certezze che muovono il mondo: i soldi, la fortuna e il ricambio generazionale.

Gianni, avuta la mia approvazione sulla transazione, mi lascia per andare a lavorarsi uno di quegli scemi che ci forniscono così facilmente le carte che ci occorrono. La classe arriva in cortile. Ci sono adesso una decina di minuti liberi prima che la suora ci chiami per entrare in mensa. È qui che serve fare la mossa giusta. Gianni lo sa e lo so anch’io. Se volete posso spiegarvi velocemente i passaggi base di questa specie di rituale di corteggiamento, alla fine del quale si spera che siate voi a fottere l’altro e non viceversa. Bisogna avvicinarsi alla preda con fare serio, come se si stesse per proporre un affare molto importante, su cui abbiamo meditato per pomeriggi interi. Con passo deciso, senza sorrisi o giri di parole, si espone allo scemo la propria offerta. Se ti mostri troppo rilassato o troppo sorridente, eccessivamente sicuro di te, quello può mangiare la foglia e intuire che stai cercando di fregarlo. Invece no, devi andare da lui come se stessi camminando verso il plotone di esecuzione. Hai il tuo destino in mano e lo stai mettendo sul piatto di quella trattativa. Così ti mostrerai come un normale trafficante di figurine, soggetto ai turbamenti e alle incertezze sul da farsi che sono tanto familiari alla specie umana e alla classe imprenditoriale in particolare. Lui sarà scioccato dalla tua proposta, penserà che la sua carta rara di certo non vale l’offerta che gli metti davanti. Al tempo stesso, però, la tua aria preoccupata e seria gli farà venire il pensiero che forse, dato che sembri averci pensato molto bene e hai l’aria di uno che ha venduto il proprio figlio per potergli fare quell’offerta, sei tu quello dei due che ci sta perdendo. O se non altro siete nella stessa situazione, in parità. Ora si aprono diverse possibilità: o quello è davvero scemo e accetta seduta stante la tua offerta senza riflettere (ma questi individui vengono generalmente rapinati nel giro di una settimana di tutte le loro figurine e le loro facce ebeti restano nella memoria a perenne monito di quanto siano necessarie alla sopravvivenza ponderatezza e capacità di analisi) oppure dice che non ti dà una risposta subito, che gli serve tempo per pensarci. È per questo che bisogna farsi avanti prima che si entri in refettorio: lo scemo ha così tutto il tempo per riflettere mentre si mangia, seduti al proprio posto. Lì non bisogna fare il malaugurato errore di interrompere la propria performance drammatica. Bisogna mantenere il contegno e la gravitas propria di chi vive il travaglio che precede un verdetto, come se dalla risposta dello scemo dipendesse il nostro futuro nel settore. Badate bene, ho detto contegno e gravitas: significa che bisogna mostrarsi seri, non spaventati; empatici, non patetici; mai mendicanti, bensì complici nella sorte che ci accomuna. È un equilibrio difficile da mantenere, ma garantisce un buon margine di successo. Mentre si è a tavola, evitare barzellette con i vicini, scherzi, guerre con il cibo e qualsiasi altra attività che possa alleggerire il clima conviviale. Assaggiate tutto ma mangiatene poco, non chiedete bis, bevete molto, come se aveste la bocca secca. Ogni tanto guardate lo scemo. Se quello ritorna l’occhiata, sostenete lo sguardo per un po’ poi, prima che lui lo abbassi, abbassatelo voi: dopotutto, non volete violare la sacra riservatezza di cui ha bisogno per arrivare a una decisione saggia. Per tutta questa recita, soprattutto, usate moderazione: niente gesti plateali o insoliti: tutto deve essere fatto secondo la vostra routine, solo con più tensione, con nervosismo. Se la suora, per esempio, vi propone il pane non dovete rifiutarlo, sarebbe insolito e insospettirebbe lo scemo (il quale certamente non vi perderà d’occhio); piuttosto accettatelo ma, quando starete per addentarlo, fatelo cadere; e quando andate a raccoglierlo per l’amor di dio non guardate lo scemo se non volete far sfumare tutto il lavoro fatto. Non preoccupatevi, sarà lui che vi guarderà, sicuramente. Anche qui usare moderazione: non potete, durante lo stesso pasto, far cadere il pane e, che ne so, rovesciare anche il bicchiere d’acqua. Non sembrereste degli affaristi nervosi, sembrereste dei coglioni e basta.

Finito di mangiare si esce di nuovo in cortile. A questo punto o lo scemo vi raggiunge subito con la risposta o si va avanti con la sceneggiata. Vedo che Gianni va verso il gruppo di quelli che stanno organizzando le squadre per la partita di calcio. Con mia grande soddisfazione, ancora una volta Gianni dimostra di sapersi muovere, di avere senso degli affari e una spiccata propensione alla recitazione. Al prossimo spettacolo di Natale riferirò all’insegnante  il suo enorme desiderio di interpretare il ruolo del protagonista. Desiderio che, ovviamente, Gianni non sospetta di avere. Potrebbe essere divertente. Gianni, dicevo, va verso i giocatori e finisce in una delle due squadre. Io non ho voglia di giocare per il momento e mi siedo su una panchina. Tre ragazze mi passano davanti a braccetto, con i capelli biondi e le bluse pulitissime. Stanno parlando fitto tra loro e non capisco cosa dicano. Torno a guardare le due squadre. Gianni non sta giocando a calcio perché ne ha voglia. Ci sta giocando perché lo scemo lo guarda e vuole continuare a vedere la tensione negli occhi e nelle mosse di Gianni. Chiunque sano di mente cercherebbe un modo per non pensare, per distrarsi mentre aspetta che lo scemo lo chiami in disparte e lo metta al corrente della decisione. Giocare a calcio è un’attività che, chiaramente, permette di sciogliere la tensione. Sia io che Gianni siamo ricorsi a questo stratagemma varie volte in passato e si è sempre dimostrato piuttosto efficace.

Le tre ragazze sono andate a sedersi sul davanzale di una finestra del piano terra, dietro al campo da calcio. C’è un poggia biciclette davanti alla finestra e hanno appoggiato i piedi alle ruote anteriori delle bici infilate nella rastrelliera.  Continuano a parlare tra loro, meno fittamente ora. Le guardo e penso che con loro questi stratagemmi non funzionano. Le ragazze ti prendono alla sprovvista, ti rispondono dicendoti sempre qualcosa che non avevi considerato. Anche quelle sceme tra loro sono comunque più difficili da gestire degli scemi maschi, con loro non è detto che funzionino i soliti metodi. Le guardo e continuano a parlare come se fossero estranee alle vicende del mondo. Chissà cosa hanno da dirsi. Niente di davvero importante, sono sicuro: loro non gestiscono traffici, non cercano mai niente, non fanno mai niente. “Man does, Woman is”. Non c’è cosa più vera di questa. Sono lì, sedute al sole e indifferenti a tutto. Potrebbero essere mie sorelle, ma restano straniere ai miei occhi. Forse tra qualche anno mi sarà più chiaro il loro funzionamento e allora potrò trovare i metodi giusti da usare con loro, così come anni fa ho trovato quelli giusti da usare con gli scemi. Sono piuttosto sicuro, ad esempio, che mio padre capisca come funzionano le maestre. Non capisce come funziona mia madre, questo no, ma lei è un caso particolare nel panorama femminile. Le maestre, invece, sembra capirle, basta vedere come flirta con loro quando arriva a prendermi alla fine delle lezioni e come quelle sembrano divertite e lusingate dalle cose che lui dice. Una pallonata vola verso la finestra dove sono sedute le ragazze. Loro si abbassano con un grido acuto di spavento mentre la palla colpisce il muro sopra la finestra e rimbalza tornando nel campo da gioco. Le ragazze lanciano un’occhiata infastidita e acidissima ai giocatori, che le guardano con aria colpevole e non hanno il coraggio di dire nulla. La partita poi ricomincia, ma adesso i giocatori parlano tra loro senza più gridare come prima. Le ragazze si rimettono a parlare. Noto che, se dovessi andare da loro per chiedere qualcosa, avvicinandomi dovrei fermarmi davanti alle biciclette. Formerebbero come una muraglia che separa loro e me. Loro sono sedute in alto, io sono in basso, dietro le biciclette e arrivo a domandare. Sono come un accattone, come un viandante che sale il monte di Delfi per chiedere il responso dell’Oracolo.  Loro sono lì, in quell’Olimpo al quale non oso avvicinarmi se non costretto, e penso che prima o poi qualcuno dovrà scrivere su un bigliettino due o tre trucchi per riuscire ad avere da loro quello che ti serve senza dover per forza fare quello che vogliono e sentirti un coglione. Per fortuna non trafficano figurine, dunque le occasioni per averci a che fare rimangono limitate a casi eccezionali. Torno a guardare i giocatori di calcio e mi accorgo che Gianni sta rientrando adesso nel campo, mentre il suo scemo torna dagli amici. Guardo Gianni e lui se ne accorge, dice al capitano della squadra che si ferma per qualche minuto poi attraversa il terreno di gioco venendo verso di me. Mi sorride soddisfatto: lo scemo ha accettato l’offerta.

Fabio Parola

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