Lettera a L. – Francesco Maiorano

daffodilsOggi è il tuo compleanno. E la verità dei fatti è che non lo saprei, se tu non fossi in fin di vita o quasi, e me l’avessero fatto notare. Quello che sto scrivendo non è una confessione. Non seguirà nessuna richiesta di perdono. E’ un’ammissione di colpa o un dovere nei confronti di qualcuno, che non sei tu, che probabilmente mai mi leggerai e che se anche tu tornassi non ti farei comunque leggere queste righe. La verità è che sono stato sempre troppo impegnato dai miei pensieri, dai miei dolori e dalla mia necessità di riposare, dalla mia pigrizia, per poter dedicare del tempo a te. Una frase ricorrente in queste circostanze è: “Quanto vorrei tornare indietro per poter recuperare”. Non la scrivo né la penso. Sono piuttosto certo che se anche tornassi indietro con questa consapevolezza, con la lucidità della tua vecchiaia, non ti darei il tempo che dovrei dedicarti. Che non è tanto, ma non è nemmeno niente. A Pasqua mi hai regalato dei soldi…tanti soldi…troppi soldi…che rabbrividisco solo a pensarci e specialmente vista la tua pensione misera. Da piccolo mi ricordo le mattine passate a schierare soldati giocattolo tra le fessure del muro a secco davanti casa tua. Tu stavi al portone e cucivi, badandomi distrattamente. Poi mi hai portato a passeggio, ma di questo non ricordo, ero davvero troppo piccolo. A parte di quella volta che mi portasti in una selva, sopra il paese, e trovammo dei galletti. Mi ricordo che c’era il sole. Ne ho di ricordi legati a te, e in questi giorni non sono nemmeno riuscito a ringraziarti per quei soldi che non era la prima volta che mi mandavi, se non oggi pomeriggio prima che ti caricassimo sull’ambulanza. Eri ancora cosciente e ti ho detto che me ne avevi regalati troppi e questa era la punizione; tu mi hai risposto in qualche modo che non dovevo dire bischerate. Adesso mi ritrovo qui a scrivere alle quattro di notte e a non chiedere scusa, perché non mi puoi ascoltare e un Dio a cui appellarsi non esiste. Esiste solo il qui e l’ora. Un portatile sulle gambe, ed io sul divano con un macello in testa e una vecchia signora alla resa dei conti in rianimazione. Mi ricordo i tuoi racconti, quando avevi dieci anni e facevi pascolare le pecore sugli alpeggi, per poi tornare a casa con il buio. Si cresceva così in fretta, una volta, eppure i lumini delle tombe nel cimitero ti suggestionarono e tornasti a casa di corsa, tutta la strada d’un fiato. Oppure quando lavoravi come domestica, sempre adolescente, da una famiglia signorile a Lucca, come capitava a tante ragazze, figlie di povera gente. Il muro della villa era ricoperto sulla sommità da cocci di bottiglia, così come i ricordi di te nella mia mente, sparsi ovunque e frammentati, diluiti in interminabili giornate quando ancora il tempo non mi passava così velocemente e passava meno rapidamente anche a te, ne sono certo. Tu appartieni a quella parte della mia vita in cui il tempo era in stallo. Una ragazza che esce di soppiatto la notte di casa e si blocca prima di fare il passo che la farebbe inciampare in qualche rumoroso giocattolo lasciato in giro dal fratellino. Questo era il tempo, nella mia infanzia. E adesso è un treno merci che non fa fermata, e io sulla piattaforma me lo vedo sfilare davanti a tutta velocità sferragliante e polveroso, e non posso che rincorrerlo all’infinito. Non so dirti nient’altro se non che spesso perdo tempo con persone che non lo meritano, e che continuerò a farlo. Non è egoismo. E’ un errore che probabilmente mi perseguiterà, ma che ci vuoi fare; l’istinto ha dei richiami ben precisi a cui non si può non rispondere. Quando sarò vecchio spero di essere un po’ meno solo di te. Io parlo adesso di solitudine, quando forse non dovrei permettermi. Mi prenderò cura di un qualche mio nipote, sperando di averne, come hai fatto con me. Non tutti i giorni ma quei giorni davvero come se fosse una cosa importante, a cui attribuire senso. Lo è stata una cosa importante per me, infatti, e non ti ringrazio solo perché non avrebbe senso farlo adesso. E quando sarò lì per morire non penserò a come mi avrebbe fatto piacere qualche visita in più, pur diluita nel tempo, ma penserò al fatto che gli errori si ripetono ed è crudelmente naturale che si ripetano, e che la realtà dei fatti è che il tempo non basta mai contemporaneamente per sé stessi e per tutto il resto. Ma fammelo scrivere, che ho vivide nella memoria le giornate passate con te, che davvero contano, tutt’ora, e che davvero conti, anche se sembrerò ipocrita nel dirlo. Ma non è così. Con queste parole non è mia intenzione ripulirmi la coscienza. Ti volevo solo dire che anche se è sembrato, io non ti ho dimenticato, e volevo scriverlo perché credo che ti farebbe piacere. Volevo scriverlo perché ormai sono le undici passate sul tuo orologio, e non per dirtelo, che non te l’avrei mai detto comunque, e nemmeno per dimostrartelo, che probabilmente non te l’avrei mai dimostrato. Volevo scriverlo perché è vero e se potesse farti stare bene vorrei che tu lo sapessi. Non da me. Sarebbe ipocrita. Non so come, ma in qualche modo sarebbe bello che tu lo venissi a sapere. Vado a letto. Ho sbagliato, continuerò a sbagliare. La vita mi risulta così difficile e non posso che concentrarmi su di me. Mi dispiace davvero; per me, per te e per tutti quelli per cui mi dispiaccio giornalmente per via delle mie mancanze. Mi dispiace veramente. Non so dirti altro. Buonanotte.

Francesco Maiorano

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