Guardian – Alessandra Scubla

Senza titolo, Mirko Bresciani
Senza titolo, Mirko Bresciani

E’ la prima cosa che ci insegnano, l’unica vera regola del nostro ordine, e io la sto infrangendo senza rimorso alcuno.
Il nostro ordine è nato per vegliare su chi popola ancora la Terra, siamo un gruppo scelto di anime a cui non è ancora concesso il riposo eterno, perché i vivi hanno bisogno di guide silenziose che li aiutino nella vita di ogni giorno. Vegliamo dall’alto e interveniamo nell’ombra, senza mai mostrarci, senza esporci.
Questo però è un caso eccezionale. Non posso starmene con le mani in mano, quando posso intervenire, quando posso salvarla. Non mi tirerò indietro. Verrò punita, ma cosa può esserci di peggiore della morte? E quella già l’ho affrontata! Forse mi cacceranno dall’ordine e dormirò fino al giorno in cui tutti si risveglieranno… ma non posso lasciarglielo fare!
Non molto tempo fa, anch’io facevo parte dei viventi. Anch’io avevo un corpo fatto di carne e ossa; anch’io arrossivo; anch’io sognavo. E’ bastato davvero poco… La distrazione di un momento, le sirene, la mano ferma di un paramedico, la corsa in ospedale… buio!
Non è stato difficile accettare la nuova condizione, ero morta ma continuavo a esistere. Avevo l’occasione di non abbandonare completamente il mio mondo, i miei cari. Quando rinacqui come spirito guardiano, mi fu consigliato di recidere ogni legame con la vecchia me, per evitare inutili nostalgie e allontanare la tentazione di fare qualcosa di altamente stupido e azzardato. Non volli ascoltare! Avevo bisogno di sapere che loro se la sarebbero cavata anche senza di me. Li osservai impacchettare le mie cose e arrancare alla ricerca di una motivazione plausibile a ciò che era accaduto. Piansero, nascosero il dolore, e, giorno dopo giorno, trovarono la forza per andare avanti, tutti, tranne lei.
Abbiamo condiviso lo spazio angusto del ventre materno per trentatré settimane, giorno più giorno meno. Siamo cresciute spalla contro spalla, affrontando i mostri che occupavano il nostro armadio e preparandoci per la vita da adulte, ma non è ancora riuscita a perdonarmi per essermene andata senza di lei. L’ho guardata disintegrarsi lentamente, logorata dalla rabbia e dalla solitudine e, ora che ha toccato il fondo, non posso più starmene in disparte a guardare. So di non potermi presentare di fronte a lei col mio vero aspetto, così modifico i lineamenti del viso e camuffo lo sguardo cristallino, tanto simile al suo.
E’ seduta sul cornicione della palazzina, in cui vive da quando la nostra vecchia casa ha cominciato a starle stretta. Ha gli occhi arrossati e cerchiati di blu, sono diverse notti che non dorme per via di quella folle idea che le ronza in testa.
«Ehi!» saluto, cercando di nascondere l’emozione.
Lei sobbalza, ma non risponde.
«Mi posso sedere?»
Si stringe nelle spalle. Prendo posto al suo fianco e vorrei tanto abbracciarla.
«Altino quassù, eh? Un buon posto per riflettere!» dico.
«Non sono qui per riflettere!» dice, dopo un lungo silenzio.
Mi si gela il sangue.
«E per cosa allora?»
«Non capiresti! Nessuno può!» Ecco il rancore che affiora.
«Mettimi alla prova!»
Inspira ed espira.
«Quando sei bambina pensi che la vita possa riservarti solo gioia e meraviglia, poi cresci e sei costretta a fare i conti con la realtà. Conosci la delusione, la sofferenza, la perdita. Ti dicono che poi passa, che migliora, che il lutto si trasforma in un malinconico ricordo e che la vita riprende il suo corso naturale… ed è così, per un po’. Quasi te ne scordi, ma poi ti travolge, ti lascia senza fiato, ti toglie tutto… persino la voglia di svegliarti al mattino! Ho perso l’altra metà del mio cuore, che senso ha fingere che tutto tornerà apposto?»
I suoi occhi si riempiono di lacrime.
«Se fosse qui, cosa ti direbbe?»
Ride.
«Piantala di frignare e datti una mossa, siamo in ritardo!» risponde, imitando alla perfezione il mio tono da maestrina.
«E avrebbe ragione! Sei già in ritardo?»
«Per cosa?» domanda curiosa.
«Per il tuo futuro! Lo so, che ora vedi solo oscurità intorno a te, ma un giorno tornerà la luce, forse con l’aspetto della persona in grado di riassemblare il tuo cuore spezzato o forse basterà il sorriso donato gratuitamente da uno sconosciuto, ma la luce tornerà!»
«Non so se ho la forza per andare avanti!»
«Sta vegliando su di te, sai? Anche in questo momento. Non puoi fallire. Non importa quanto lontana sarai, lei sarà sempre al tuo fianco! Non cedere all’ombra che ti sta divorando!»
Si asciuga una lacrima e guarda in basso. Sta per ribatte, ma si blocca.
«Chi sei? domanda, poi.
Scuoto il capo.
«Considerami pure una sorta di angelo custode!»
«Il mio nome è Mya!» dice, abbozzando un sorriso.
«Lo so!» rispondo e per una frazione di secondo lascio cadere la maschera e le mostro il mio viso,
quello vero.
«Arya!» il mio nome resta sospeso a mezz’aria, mentre già torno al mio stato incorporeo. Devo lasciarla di nuovo sola, ma, questa volta, il suo cuore spezzato batte di speranza.

Alessandra Scubla

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