Sangue reale – Alessandra Scubla

Judy, Mirko Bresciani
Judy, Mirko Bresciani

La monaca attraversò la piazza del mercato a passo svelto. Ciò che le era stato rivelato, l’aveva messa in allarme e doveva impedire che un innocente cadesse vittima di quelle inutili e sanguinose guerre di potere che infestavano la sua amata terra. La smania di potere era sempre la stata la causa di morte e dolore; il desiderio di avere tutto il Paese adorante ai propri piedi aveva sempre causato più vittime che trionfatori. Sovrani uccisi nel sonno dalle amanti fedeli a un casato rivale; primogeniti assassinati da secondogeniti ambizioni; donne sacrificate e umiliate perché incapaci di generare l’ambito figlio maschio; popoli distrutti da guerre intestine; tutto per occupare uno stupido trono rivestito di velluto e sangue. Sorella Marie, anziana donna votata al Signore, era stata messa in guardia riguardo a una sanguinosa campagna di epurazione, voluta dal nuovo sovrano. L’assassinio di Enrico III Valois aveva assegnato il trono a un altro Enrico, duca di Navarra e ora Re Enrico IV di Francia. Eppure, il nuovo monarca non era soddisfatto, vedeva il suo trono a rischio e ricorrere alla violenza sembrava l’unica soluzione plausibile.

«Pardon, Monsieur, dove posso trovare Mademoiselle Corinne?» domandò a uno dei venditori la monaca.

«Al banco dei fiori, Sorella!»

Erano passati ormai dieci anni, da quando l’aveva vista l’ultima volta, e non era certa di essere in grado di riconoscerla. Lo sguardo innocente di bambina, aveva già ceduto il passo a quello consapevole e disincantato di donna? E i suoi selvaggi ricci corvini erano finalmente stati domati?

Raggiunse il banco dei fiori e la voce tremò, quando pronunciò il nome della favorita.

«Sorella Marie!» esclamò la ragazza, riconoscendo nell’anziana la donna che per più di metà della sua vita le aveva fatto da madre, amica e confidente.

Corinne aveva ereditato la diabolica bellezza della madre, lineamenti fieri, capelli di seta e occhi da ammaliatrice.

«Bambina mia, ho bisogno di parlarti! Allontaniamoci dalla folla!»

Il tono della suora era allarmato e inquieto, così Corinne la assecondò. Si spostarono in un luogo più tranquillo, lontano dal trambusto di quella domenica di mercato.

«Mi state spaventando!» disse la ragazza, di fronte al nervoso silenzio della donna.

«Non avrei mai voluto riportare a galla vecchi fantasmi, ma ho fatto una promessa!» iniziò, sospirando. «Quando eri bambina, chiedevi spesso come fosse tua madre. chi fosse tuo padre e perché ti avessero abbandonata. Ho promesso a tua madre di non rivelarti nulla a meno che queste semplici informazioni non fossero state necessarie per proteggere la tua vita!»

La donna, da sotto la veste, estrasse una busta sigillata con cera rossa.

«Qui troverai tutte le risposte che cerchi, ma devi fuggire! Non sei al sicuro qui! Non più!»

«Da chi devo fuggire?» chiese Corinne.

«Da sua maestà Enrico IV di Francia! Ora va, corri, bambina mia! E quando sarai in salvo, apri la busta e scopri finalmente la verità!»

Corinne attraversò la città di corsa. Tornare alla fattoria, che le aveva fatto da casa dopo che il fattore e sua moglie l’avevano portata via dall’orfanotrofio, non era sicuro. Il fattore l’avrebbe venduta al re per qualche misera moneta d’oro. Evitando le vie principali, giunse alle porte della città e trovò rifugio in una vecchia locanda, nascondiglio di briganti e taglia gole. Prese la stanza più economica e ci si chiuse dentro. Era giunto il momento di incontrare sua madre. Era giunto il momento di conoscere la storia della sua nascita, tracciata in bella calligrafia su della ruvida carta giallastra.

«Ma belle princesse, non avrei mai voluto caricarti di un tale peso, speravo che il mio errore, il mio peccato, non macchiasse l’innocenza della vita che meriti. Ho affidato la tua vita nelle mani misericordiose di nostro Signore e della Madre Chiesa, per garantirti un futuro migliore, ma se sorella Marie è stata costretta a consegnarti questa missiva, significa che ciò che più temevo sta accadendo.

Il mio nome è Margot de Bois. Figlia di un conte decaduto e di una contessa squattrinata. Ero una ragazzina viziata e ambiziosa. Sognavo di vivere a corte, frequentare i salotti dei nobili e intrattenermi con le dame più eminenti della mia epoca. Ero bella, maledettamente bella a detta di qualcuno, diabolica a detta di qualcun altro. Ed ero dotata di una fine arguzia. Non so come, ma la regina Caterina mi notò e mi volle al suo fianco. Avevo ottenuto ciò che volevo, il mio valore era stato riconosciuto ed ero parte di qualcosa di magnifico, un ‘esercito’ di ragazze al servizio di Caterina de Medici. Avrei fatto qualunque cosa pur di compiacerla. Quanti uomini divennero suoi alleati politici, dopo essere caduti ai miei piedi completamente innamorati e rammolliti. Ero la sua prediletta, la migliore fra tutte, la sua pupilla, ma non avevo considerato i danni collaterali dell’arte della seduzione. Non parlo di te, piccola mia, non potrei mai considerarti un errore! Parlo dell’amore, parlo del cader vittima del mio stesso gioco! Penserai che non c’è alcun male nell’amore. Amare un nobile o un contadino non porta guai. Ma amare il futuro re di Francia, amare Enrico III di Valois ed essere da lui ricambiata, non sarebbe mai dovuto accadere. Non sotto gli occhi della Regina madre. Non a corte.

Quando Caterina comprese che il figlio prediletto e la punta di diamante del suo esercito si amavano alle sue spalle, andò su tutte le furie. Ci separò, convincendo Enrico a concentrarsi sul consolidamento del suo regno e rinchiudendo me in convento. Sapevo che la tua nascita avrebbe provocato scalpore e non tutte le monache sono sante donne come danno a vedere! Conobbi però sorella Marie e seppi di potermi fidare, le raccontai la mia storia. Per assicurarmi che nessuno venisse a cercarti, non saresti mai dovuta venire al mondo, così, con sorella Marie organizzai ogni cosa e il giorno della tua nascita, segnò la morte di entrambe.

L’amante di Enrico III morì di parto, dando alla luce una bambina morta, la giusta punizione per il mio immenso peccato.

Mentre scrivo questa lettera, ti guardo dormire, chiedendomi se mai ti rivedrò. Questa notte di affiderò a sorella Marie e me ne andrò. Lascerò la Francia, lascerò l’uomo che tanto ho amato, lascerò te, piccola mia. Chissà, magari ci ritroveremo per le strade di Firenze un giorno, ho sempre sognato vivere in Italia.

La notte è ormai calata ed è ora di separarci. Non aver paura, il sangue di grandi re scorre nelle tue vene, mescolato a quello di una piccola e ingenua sognatrice!

Je t’aime, ma vie!»

Corinne bagnò la carta ruvida di lacrime silenziose. Ora conosceva la verità, non era stata abbandonata per mancanza d’affetto, ma l’amore di sua madre l’aveva sempre protetta da lontano. Forse suo padre aveva pianto la sua morte, come lei aveva pianto quella del re irraggiungibile solo qualche settimana prima. Ora capiva qual era il pericolo che correva. Aveva sangue reale nelle vene, sangue Valois. Era la figlia illegittima del precedente sovrano e il suo successore temeva che lei, o forse qualche altro bastardo Valois, gli sottraesse l’amata corona.

Per la gioia di re Enrico, Corinne non aveva alcuna ambizione di quel tipo, a differenza della madre rifuggiva gli sfarzi della corte e considerava la nobiltà un ammasso di lagnosi perditempo. Sarebbe fuggita, si sarebbe messa in viaggio, e non avrebbe fatto più ritorno. Il trono, il potere, la fama non le importavano. La Francia avrebbe sempre conservato uno spazio importante nel suo cuore, ma non l’avrebbe più rivista. Il viaggio fu lungo e solitario, ma una volta varcati i confini del regno francese si sentì finalmente al sicuro e libera. Libera di iniziare una nuova vita, quella vita che il suo sangue prestigioso le aveva precluso, e Firenze sembrava la città giusta per ricominciare.

Alessandra Scubla

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