Lo spaventapasseri – Francesco Maiorano

spaventapasseri di Francesco MaioranoQuest’opera ha inizio e non una fine, se non nella mia morte o nella morte del mondo prima o dopo di me. Dunque in principio il Sole, braciere corroso dal tempo, ed una distesa assolata, sconfinata piana arida del doporaccolto ed io nel mezzo, spaventapasseri imbellettato, senza neanche più uno scricciolo da spaventare. Al risveglio desidero morte, estinzione. Che poi si dissolve, il pensiero, neanche ci penso, ma ci deve essere, e questo non m’influenza? Non mi accompagna? Non mi corrode, Sole braciere del tempo? Allungherò il brodo di questa vita, di questo testo e parlerò, tanto per cambiare, di te; che sei, sei e non voglio più parlare di te, la vita va avanti, oltre la tua magrezza e la malattia del mio desiderio, il tuo ventre; oltre il cancro della tua pelle, lo spillo infilzato nel mio cervello. Non c’è più pace. Solo movimento, un correre continuo che salva finché si è in corsa, ed è bello, ma se corri non riposi, se corri non riesci a fare nient’altro che correre… E allora non so, avrei bisogno del presente, di tempo di impiegare più che mai come vorrei. Ma non si può mai.

Per ora non è caduta qui sulle pagine neanche una goccia di poesia; forse è morta con Lei, forse dispersa in vicoli pisciosi d’urina alcolica o nella solitudine dello spaventapasseri, eppure… Sto qua nel mezzo, col cappello neanche troppo sgualcito. Il buongusto l’ho appreso reagendo al contrario di come si dovrebbe reagire alla vita, le zolle riarse mi circondano per miglia e miglia; era meglio se fossi stato capace solo di zappare. E invece ho buongusto, per il mio gusto s’intende, (infatti m’han fatto fare lo spaventapasseri!). Sono ben abbronzato e non mi capita mai un’anima con cui chiacchierare. L’ultimo fu un avvoltoio; mi si mise appollaiato sul braccio, il sinistro, che la destra gli aveva sempre fatto cagare, ma d’avvoltoio aveva solo le fattezze. Per il suo gusto era una fenice. Io lo vedevo come avvoltoio, perché davvero io sono di questa società, malato come tutti; ma conosco la mia malattia, anche se non so come curarla. Mi disse, (l’avvoltoio), un sacco di cose, ma niente che mi avesse potuto confortare, del tipo che anche se ti curi la solitudine resta, anzi aumenta, perché gli altri, malati rimangono. E poi se ne andò, gracchiando “Che orrore, che orrore!”, non feci nemmeno in tempo a chiedergli di tornare a trovarmi. Sono uno spaventapasseri, ma non spavento un bel niente, e in realtà non m’importa nemmeno. Che se lo mangino tutto, il grano e la mia vita, se la mangino, che magari andrà loro di traverso. Gli uomini sono gli uccelli che distruggono il proprio raccolto. Vorrei vederti salire i gradini del sottopasso ferroviario, respirare la farina nei tuoi capelli, poi, andare in bici nella notte e stenderti a letto al buio e poi

a primavera ricopriranno di semi queste zolle fradicie, e germoglieranno in tutta la loro tenera forza, la vita non finisce qui, ma l’universo è freddo e mi hanno lasciato solo, senza nient’altro che il mio buongusto. “Ti basterà!”, mi hanno detto, e non lessi sarcasmo. La solitudine è mia promessa sposa. D’altra parte il fine è il possesso e l’accumulo, ed io non miro che possedere nient’altro che il mio buon gusto e la poesia generale che riesco a spremere dalla somma dei giorni. Dunque non c’è posto per me, se non in questa landa desolata, prolungamento dell’anima. C’era nel tuo cuore, ma non esisti più, ed io sono andato a fare lo spaventapasseri, “S’addice al tuo buongusto”, mi hanno detto. E allora sono andato, e le mie schifose teorie, parole, beh non le hanno mai considerate. C’è chi è più bravo, che dipinge con la merda e chi va alla mostra, intinge il dito e gusta. Io pensavo volessero scegliere il meglio per i campi qui intorno a me, invece volevano solo ed unicamente praticare cannibalismo.

Oggi è passata una vecchia su un carro, o forse qualche anno fa, tracciando un arco lungo il profilo della collina. Bestemmiava. Veniva dal mare, fuggiva dal mare. Si era accorta della malattia, voleva ignorarla, il mare gliela ricordava. Incrociò un uomo. Ho sfilato il palo che mi steccava la schiena. A me il mare piaceva, e prima di venire qua avevo dipinto un quadro d’onde spumose. Glielo ricordai, che il mare è il mare, e magari ci saremmo potuti andare insieme, ma non volle. Oggi sono andato a trovarla nella sua capanna, in mezzo alla nostra desolazione, o forse era qualche anno fa. Quando la trovai stava crepando. Aveva piantato dei tulipani nella vasca, loro non s’infrangevano sugli scogli. Le feci vedere il quadro, trasalì. Non la riconobbi la prima volta ma quell’espressione…Mio dio se era invecchiata, Lei. Poi morse, per tirarla sul ridere. Tornato indietro, re-infilo il palo sotto la camicia, come sempre. Con lui la mia schiena è dritta, steccata. Il sole arroventa il mio cappello ben messo, conto i giorni come si contano le formiche impazzite s’un formicaio. E continuo a odiarvi tutti, appassionatamente ed indistintamente, ogni giorno della mia vita. Il vostro.

Francesco Maiorano

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