L’ultima intervista – Francesca Ribilotta

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“Buonasera signor Ledger” disse Sophia, “buonasera a lei” rispose lui accennando un sorriso. “Lei è molto bella signorina” continuò sorridendo leggermente, le fossette appena abbozzate sulla guancia destra, “i suoi complimenti possono essere pericolosi, signor Ledger” disse Sophia sorridendogli di rimando, “lo so” rispose lui piegando la testa verso il basso, come a voler respingere l’ultimo pensiero. Poi ad un tratto si incupì, piegò le spalle e abbassò la testa sopra le gambe, si prese la testa tra le mani, immobile, e poi la alzò, fissando Sophia in uno scatto repentino che la spinse ancora un po’ di più allo schienale della poltrona, poi sorrise leggermente intravedendo la reazione di lei, uno sbuffo, alzò le braccia dietro la testa  e vi si appoggiò, fissando il soffitto. “come ti chiami?” disse, “Sophia” rispose lei. Heath guardava il vuoto, e poi lei, ma Sophia rimaneva ferma: era lì per lui e non aveva alcuna intenzione di andarsene.

Stavano in un bellissimo salotto dai colori chiari, seduti l’uno di fronte all’altro su eleganti poltrone blu, un esile tavolino di vetro e legno li separava mentre accanto a loro brillavano sul vetro i riflessi dei grattacieli di Londra, ma quanto tempo fosse passato, o da quanto fossero lì seduti, questo nessuno dei due sapeva dirlo. ‘

“Come sono arrivata qua?” chiese Sophia, lui la fissò per un attimo, “cosa c’entra questa domanda con l’intervista?” disse, “nulla” rispose lei, “ma se non vuoi rispondere a te stesso, dubito che mi risponderai in seguito” disse, lui sgranò gli occhi leggermente e poi serrò la mascella, voltandosi, “non me lo ricordo” rispose.

La stanza era in disordine, troppo intrisa dalla presenza di qualcuno, come se le finestre non fossero aperte da un pezzo, giorni di vita trascorsa lì dentro lasciavano i segni sui mobili, sul pavimento, sulla grande vetrata lucente, sul suo aspetto.

“Signor Ledger” sussurrò Sophia, ”perché mi ha fatto venire qua?” chiese.

Lui si girò a guardarla, percorrendo il suo corpo lentamente, con gli occhi, e si fermò nei suoi, rimanendo lì, quasi aggrappandosi a quegli occhi brillanti che lo fissavano di rimando, l’espressione curiosa, la testa leggermente piegata, la guancia sinistra si faceva sfiorare da una lunga ciocca di capelli biondi. Poi si mosse verso il tavolino, si accese una sigaretta e sospirò.

“Fin da quando ero piccolo, volevo fare l’attore” esordì “amavo il cinema e ne ero affascinato, adoravo le espressioni, i modi di fare e i toni dei divi che vedevo dall’altra parte dello schermo.” “Poi, quando potei essere abbastanza grande, andai a trovarmi la mia occasione e feci la gavetta, quello che c’era da fare insomma, e ne uscii vincente” disse, “non avevo faticato molto a dir la verità, ma non tutti hanno bisogno di faticare per raggiungere dei risultati Sophia”, rideva leggermente mentre lo diceva, sorrideva e si bagnava le labbra, faceva un altro tiro. Lei era immobile, lo guardava. “I registi iniziarono quasi subito a ingaggiarmi per i loro film ed io iniziai la mia carriera: ero un fulmine, un talento rapidissimo e arrivato all’insaputa del mondo, deciso a lasciare il segno. A quel tempo iniziai a conoscere la fama e finii a non preoccuparmi più del denaro, un cambiamento così marcato e radicale che mi sconvolse in maniera entusiasmante” disse. “Ed è lì che hai iniziato ad assumere droghe?” chiese Sophia, “ascoltami” rispose irritato “Dopo poco, secondo la mia opinione, ero più intossicato da me stesso e dalla mia vita, dalle feste e dalle donne come te, bellissime e misteriose. Quando vidi tutte le porte della vita spalancarmisi davanti agli occhi in un ristrettissimo lasso di tempo, come potevo rimanere ancora io? La mia anima iniziò a corrompersi a mia insaputa, collezionava gesti fragili ma meschini, subito dimenticati, tutti incorniciati per bene e appesi, come quadri o medaglie, dentro la mia mente.  Sì, è vero, delle volte avevo bisogno di dimenticare chi ero e di tornare a essere un ragazzo normale, ci provavo almeno. Nessuno meglio di me doveva essersi accorto di aver creato un mostro!” fece una pausa, ma non si voltò, “non capisco” disse lei “Il mio mostro ero io, capisci?” rispose animato voltandosi a guardarla, “Dormivo dentro e sotto il mio letto, mi svegliavo e vivevo, tutto insieme, tutta la vita che si possa vivere a quell’età, respiravo ogni giorno il sogno che avevo realizzato, e ridevo, estasiato ed euforico. Ogni mattina mi svegliavano visi bellissimi accanto al mio, ogni sera le luci mi sorridevano, potevo essere ovunque e fare qualsiasi cosa: il mondo era mio ed io ardevo della sua varietà, e me ne innamoravo! Bruciavo di vita senza lasciare cenere, lucente, bellissima e talentuosa fiamma, ridente stella del cinema. Le droghe non erano un problema, io non avevo problemi.”.

“Allora perché sono qui?” chiese Sophia, lui respirò piano, si alzò, il fumo della sigaretta era invisibile così immerso nella luce mentre si dirigeva verso il vetro a guardare fuori, le braccia dritte lungo i fianchi. “Perché io?” chiese, aveva gli occhi grandi quando volse indietro il viso “è questa la domanda alla quale voglio rispondere, questo il mistero che mi tiene ancora qui rinchiuso, spaventato. Per questo sei qui Sophia: ho bisogno di saperlo. Perché io?”. Sophia lo guardò incredula, lo odiava ma non poteva non aiutarlo, era bello, bello da morire… e triste, gli occhi che dovevano cercare risposta da lei non riuscivano a stare fermi, brillavano…e l’aveva appena pensato che lui “No!” gridò a un tratto, chiudendo gli occhi e prendendosi il viso tra le mani, “non puoi aiutarmi per questo, non voglio niente da te, non compatirmi perché non ti sarò grato, sarò morto dopo il tuo aiuto! Questa è la mia ultima intervista Sophia, devi dirmi ciò che pensi realmente senza farti condizionare da me, da quello che vedi, ti prego! Non voglio essere più niente dopo, ma ho bisogno di te adesso” disse avvicinandosi e chinandosi vicino a lei, “io non posso aiutarti” sbottò lei, girando il viso dall’altro lato “non c’è nessuno che possa rispondere a questa domanda, nessuno” disse. “Sophia, tu non capisci” disse lui, alzandosi e voltandosi di nuovo a guardare fuori, “proverò a spiegarti”. Era il tramonto, il rosso del sole già si faceva strada tra le nuvole grigie sopra la città.

“E se ti dicessero che puoi scegliere?” domandò Heath ridendo leggermente “Se potessi scegliere tu stessa di essere bellissima, sexy, affascinante, brillante, folle, geniale ?Potresti essere tremendamente esuberante, irriverente, astuta, intelligente, intuitiva… Non tenderesti tu, a mettere tutto insieme, a strafare? Gli uomini tendono alla perfezione che non riescono a raggiungere, ed io che ho solamente parte di tutto questo cado già in rovina. Non volevo essere scelto, forse solo per farmi meno male, solo per cadere meno” disse. “E perché?” rispose Sophia alzando la voce, “perché proprio tu, tra tutti, dovresti rifiutarti?”, lui sorrise, il suo viso si illuminava quando sorrideva “gli uomini non ci sanno fare con i propri doni” disse voltandosi verso di lei, “ E se, non per tua scelta ma per forza di cose, illuminata ormai dal potere, avessi sviluppato uno spirito contorno? Un’anima disinteressata volta al male? Non dovrebbe Dio, proprio per questo farti il dono di non accettarti? Salvarsi da se stessi è la prova più difficile, ma quando hai tutto, non c’è cura, nessun limite alle tue possibilità, il mondo diventa grande, all’improvviso, e non hai scampo di salvarti! E te ne prenderesti troppo di mondo Sophia, tu come tutti, vorresti abbracciarlo per intero, dominarlo. Io mi sono perso tante volte, ma tento di fermarmi, qui con te, in questa stanza. Non avrebbe potuto Dio darmi l’unico dono di non accettarmi?”.

 “Non sentirei già il vento sulla faccia che mi porta via”, continuò, “avrei ancora tanto da fare, ci sarebbero cose che mai avrei scoperto, parti di mondo che così dall’alto non potrei vedere, la mia vita sarebbe ancora piena di scoperte, bellissime e casuali. Che cosa faresti tu? Distruggeresti le barriere e andresti, senza freni per tutto il tempo che ti rimane? Vorresti essere inghiottita da tutta la vita del mondo o accetteresti il dono che hai compreso di doverti prendere? Lo so che è come afferrare il fumo con le dita, ma accetteresti se sapessi che le tue barriere ti salverebbero la vita?”. Lei lo fissava incredula, in silenzio. Passarono attimi di silenzio immobile quando “io no” rispose Sophia, teneva gli occhi bassi, “vivrei fino a morire, la berrei tutta, fino all’ultima goccia, andando incontro a un’overdose di vita: mi darei tutto sì, tutto per me, perché no? Farei la mia scelta e sceglierei solo per me!” disse animata, “ma tu non vuoi sentire questo” concluse guardandolo negli occhi, il viso rigido e gli occhi serrati. Lui la guardava con gli occhi spalancati, lucidi, seduto di fronte a lei. Si sfiorò il viso con le mani e poi le strinse insieme in un pugno, tremavano piano “no, hai ragione. Però ora so che rimanere qui e continuare è la cosa giusta” disse.

Era mattino e la luce entrava a fiotti dalle grandi vetrate dell’appartamento, Heath era già sveglio e poteva vedere la luce inondare la stanza oltre la porta aperta della sua camera. Si alzò e preparò il caffè, poi tornò in salotto. “non puoi rimanere qui per sempre” disse Sophia, era seduta ancora su quella poltrona, le gambe lunghe e nude, il vestito corto, la pelle bianchissima e i capelli biondi lunghissimi irradiati di luce, “ non rimarrò qui ancora a lungo” rispose Heath. Bevve il caffè e guardarono il paesaggio insieme, per lunghi attimi di seguito, in silenzio. “Ma hai chiesto aiuto?” domandò Sophia ansiosa, “ci sarà qualcuno che può aiutarti, psichiatri, dottori…” “credi che non ci abbia provato?” rispose Heath accendendosi una sigaretta, “ credi che non abbia cercato una dannata risposta per tutto il paese? Loro non vogliono aiutarmi, vogliono vedermi, seguirmi, conoscermi e spiarmi! Viene naturale a tutti loro, quasi dimenticano chi sono, del loro lavoro, alcuni perdono perfino di dignità…” fece un altro tiro “non sono un paziente per loro, basta la mia immagine a cancellarmi” disse.

“e quindi cosa hai intenzione di fare?” chiese Sophia, “ morire” rispose Heath semplicemente spegnendo la sigaretta e incrociando le braccia, lei trattenne un attimo il respiro, guardò il suo profilo e poi si voltò a guardare la finestra, una lacrima le rigava il viso, “ per questo sono qui” disse “si” rispose lui slanciandosi in avanti e prendendole la mano, “ Sophia tu sei qui perché io ho già iniziato a uccidermi” disse. “Che cosa significa?” domandò lei, le labbra porpora risplendevano sulla pelle bianca, “tu sei l’immagine che la mia mente mi ha affidato”, “bellissima,” sussurrò, “ho capito nel momento della tua apparizione che la mia morte non è più così lontana” rispose Heath mentre si voltava a guardarla, gli occhi serrati, vuoti. “Non capisco” disse lei guardandolo con i suoi occhi lucidi, grandi, “perché vuoi che finisca così? Non ne hai motivo, tu non puoi, tu…” “ascoltami Sophia” rispose lui accarezzandole il viso “non voglio più viverla questa vita, non posso più viverla” disse, “non sai quanto tempo ho speso a rinchiudermi fuori dal mondo per diventare qualcun altro, ma non fraintendermi, ho amato farlo, amavo trasformarmi di continuo, perché era il mio lavoro, ciò che da sempre avevo voluto fare.” Si passò una mano tra i capelli e continuò “E in tutta la mia carriera ho amato il mio essere nelle mie nuove forme, forse persino in maniera maggiore di quanto io avessi mai amato me stesso, quel bambino che giocava all’aria aperta, quel ragazzo determinato… mi sono perduto Sophia: è questa la più sottile e semplice verità”, disse guardandola negli occhi “la vastità del mondo che ho scoperto mi ha messo davanti così tanti visi che nessuno di quelli mi è più rimasto veramente impresso. Sono stato troppo a lungo troppi visi diversi, troppe altre anime ho cucito strettamente alla mia, così tanti volti che quando poi li abbandonavo mi rendevo conto che erano loro a non abbandonarmi mai completamente. Volevo amarli tutti, dal primo all’ultimo, e l’ho fatto, e con questo cieco e incondizionato amore che creavo per i miei personaggi, toglievo a me stesso pezzi della mia anima per sostituirli con frammenti delle loro.”. Si distese sul divano, le mani sulle gambe fissando il vuoto, “le loro voci mi tormentano da mesi ormai, Sophia. Porto dentro molto più di tutti i me che mi sono costruito artificialmente, piano, per bene, contorcendomi dalla rabbia, camminando e pensando come loro: sono solo un puzzle di vite umane inesistenti ormai, non più un uomo o la traccia di un ricordo, o la mia voce mi ricorda di chi ero, non lo so più chi sono perché non mi sono lasciato più niente di me, non sarò più me stesso” disse fissando il vuoto davanti a se “ed io Heath?” domandò lei, “qual è il mio posto in tutto questo?”.  Lui si accese una sigaretta, “il mese scorso ho chiamato un amico,” disse “avevo già deciso, mi serviva solo un piano che non destasse sospetti e che soprattutto non incastrasse o mettesse nei guai nessuno, il mio amico mi disse che aveva una soluzione, ci misi due mesi prima di convincerlo. Mi trovò un farmaco potente, un prototipo ancora invenduto che ben presto troverà posto come farmaco o come droga, dipende da chi ne entrerà in possesso ovviamente” continuò sorridendo leggermente“ è un unico blocco da quindici pezzi, quindici piccole compresse, una al giorno, e il gioco è fatto” continuò, “nessun presentimento, nessun dolore, nessun mancamento o sintomi che possano lasciar presumere alle persone a me vicine che io soffra di una qualsiasi forma di malattia: oggi è il 14esimo giorno Sophia” disse, poi si girò a guardarla, la guardava negli occhi, intensamente, “ Marcus mi aveva detto che avrei potuto avere delle allucinazioni ben più consistenti di un semplice abbaglio o di un’illusione ottica” disse. Sophia trattenne un attimo il respiro, “quindi è questo che sarei? Un’allucinazione?” disse Sophia trattenendo le lacrime “non solo Sophia, non solo” rispose lui, “la mia mente ti ha costruita così minuziosamente per tutto questo tempo, io ti ho scelto tra tutti i volti, tra tutte le labbra che ho baciato, tra tutti gli occhi che mi hanno sorriso e tutti i corpi che ho toccato. La parte più profonda di me ti ha scelto e creato e messo davanti ai miei occhi, e non avrebbe potuto farmi regalo migliore” disse Heath. Lei si girò di scatto, le sue lacrime erano silenziose “quindi finisce così? Domani prenderai la quindicesima pillola e morirai?” chiese Sophia, la voce rotta dal pianto, l’espressione arrabbiata “ sì, morirò” rispose lui sorridendo, “ e morirò in un modo tutto mio, sarò me stesso per la prima volta dopo anni, e se urlerò, sarà mia la voce e mio il terrore e mie le lacrime, il sudore freddo, il respiro Sophia, sarò di nuovo io, solo Heath morirà domani” disse, “ cosi mi fai paura Heath” disse Sophia “ non devi avere paura, tu fai parte di me, senti anche tu che ciò che dico ha un senso, saremo entrambi liberi finalmente ”rispose lui “ ma io ho paura”, disse lei guardandolo negli occhi, “ ci ha già pensato la vita a spaventarmi Sophia, è la pace ciò che voglio, e il silenzio” disse lui. “E come succederà?” chiese lei “non lo so, Sophia, so solamente che Dio mi ha scelto e deriso, ha giocato e gioca con me, ma io sono stanco di quello che sono diventato, non ho le facoltà di ricordare le regole di un gioco che non ricordo di aver imparato, mi affido a lui, ma per mia scelta” concluse. “Io sono qui per te” disse allora lei prendendogli la mano, le luci di Londra sfavillavano davanti a loro fin quasi all’orizzonte.

La mattina dopo Heath si svegliò, sentendo il pavimento freddo sotto i piedi nudi mentre entrava in cucina, un ginocchio gli cedette d’improvviso e cadde, poco dopo la voce di Sophia che gridava il suo nome attraversò la casa e gli giunse alle orecchie, giusto un attimo prima di sorridere, l’ultimo respiro suggellato nel più bello dei suoi visi, il suo, mentre Sophia che correva verso di lui già scompariva disfacendosi nella luce, ebbe il tempo di guardarlo per un’ultima volta prima di divenire polvere luminosa, poi lui chiuse gli occhi. Era silenzio ora, e pace tutto intorno, una mattina limpida rifletteva i suoi colori sul pavimento e le pareti, e il giorno passò così, il sole divenne porpora e sparì al tramonto per lasciare spazio alla luna, solo il tavolo di vetro rifletteva quella bianca luce adesso, l’ultima intervista di Heath Ledger era scritta sui fogli vuoti sparsi sotto di esso.

Francesca Ribilotta

2 thoughts on “L’ultima intervista – Francesca Ribilotta

  1. Crocs sale ha detto:

    Otra historia hubiera sido con la asquerosa cuarta parte de Potter estimado no cree?

    1. francesca ribilotta ha detto:

      Eso quiere decir?

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