Ursula e il cielo – Matteo Brignoli

AiSTyRawFQ-uSlzWwGBzwT3mBRP0p29B_8gjIOTtcVDoLontano da sguardi indiscreti, da bagliori del mondo al mattino, un piccolo usignolo si riposava, posato su una lastra d’alluminio, tettoia d’un capanno da contadino posticcio, corrosa dal tempo e dalla sua mancanza. Se ne stava senza cinguettare, muto, ad ascoltare il rumore di macchine sfrecciare lontane, e il belar di mucche e le sferzate della falce a mietere l’erba tra campi di grano. Vedeva il giallo, il verde, il blu macchiato del cielo, e una bambina sdraiata sul prato giocare libera come vedeva fare solo ai bambini. Lui, che poteva volare dovunque volesse, invidioso della libertà dei bambini.

Ursula si teneva stretta quella libertà di sognare. Come l’uccellino posato sul tetto del capanno di suo nonno, osservava il blu del cielo, il giallo delle pannocchie, il verde dell’erba, e questo le bastava. Era estate inoltrata: i robusti fili d’erba le solleticavano le gambe e le braccia, e si grattava con foga per far passare i pruriti. Non parliamo dei piedi: scalza, erano un focolare di fastidi. Il sole la scaldava tanto che a momenti le sembrava di stare in un forno, come quello da dove la mattina sentiva arrivare il profumo di brioche fatte in casa da sua nonna. Le mangiava con gusto, ripiene di ogni tipo di marmellata che si poteva immaginare. Poi correva a lavarsi i denti di fretta, perché doveva accompagnare suo nonno nei campi, dove la lasciava giocare senza dirle mai una parola, affaccendato dal lavoro. Veniva molto più spesso rimproverata da sua nonna che da suo nonno, ma questo non le dava fastidio, e comunque non generava in lei preferenze di sorta. Viveva con la spensieratezza di cui ogni bambino ha bisogno per crescere felice. Passò una nuvola a coprire il sole: quanto avrebbe voluto salirci e fare un giro a piedi nudi su quella che sembrava essere un agglomerato di soffice panna. Ne avrebbe presa un po’ da mangiare, certo, ma stando attenta a non finirla tutta, casomai rischiasse di cadere per averne fatto ingordigia. Era già arrivata in fondo che le sembrava una sciocchezza cadere da così in alto: di sicuro la sua avventura non sarebbe potuta finire lì. Chissà quanti posti avrebbe visto a cavallo di quella nuvola: montagne, fiumi, laghi immensi e più immensi ancora e ancora di più. Magari anche il mare. Però di una cosa era certa: che sarebbe scesa solo una volta trovato un buon motivo per scendere. Da lontano il vento le portò la voce del richiamo per il pranzo. Forse era quello il buon motivo. Si preparò a saltare giù, ma si fermò: vide a pochi metri uno scivolo tutto colorato che correva da lontano fino a terra. Allora aspettò che la nuvola sulla quale era seduta gli si avvicinasse fino a che vi potesse salire senza correre rischi. Finalmente la nuvola si scontrò con lo scivolo, e lei lo cavalcò in fretta, per non perdere l’attimo: urlò di gioia mentre sentiva i capelli restarle indietro per gravità, come il suo respiro, mentre scendeva per l’arcobaleno verso un lago grandissimo. Poi ci fu l’impatto: mille schizzi di acqua si levarono, e Ursula riemerse sentendo di nuovo quel richiamo. Doveva fare in fretta, che sua nonna non tollerava ritardi. Difatti, una volta arrivata sulla soglia di casa, si sentì rimproverare sbrigativamente.

“Ursula, forza che si fredda”, le disse sua nonna.

“Prima di lavarti le mani corri a chiamare tuo nonno tra il grano, probabilmente sta diventando sordo”

Annuì con i lunghi capelli biondi che avevano preso il colore dei campi, e uscendo alla luce le pupille degli occhi le si strinsero, e balenò l’azzurro intenso delle sue iridi irradiate dal sole. Si perse tra gli alti filari di frumento e quando ne uscì vide suo nonno sdraiato, gli occhi fissi al cielo. Sorrise: quell’immagine le ricordò lei qualche attimo prima. Si avvicinò piano, scavalcando la falce a terra e il cappello rovesciato dal vento. Era felice Ursula, quando gli si sdraiò di fianco, noncurante delle probabili lamentele di sua nonna, per guardare le nuvole con lui. Le piacevano le nuvole semplicemente in quanto nuvole. Poi qualcosa cambiò in lei per sempre. Dentro, dalle viscere, sentì crescere una sorta di timore primordiale che mai avrebbe immaginato potesse esistere. Volle osare, oltrepassare la linea di confine tra la libertà della fanciullezza e le costrizioni della maturità. Si girò verso suo nonno con il viso intriso d’innocenza:

“Nonno, perché il cielo è così blu?”

Suo nonno non le avrebbe mai risposto.

Matteo Brignoli

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