Imparare a nuotare – Anna Maltese

Con questo racconto Anna Maltese ha partecipato e ottenuto la menzione di merito al Concorso letterario Città di Casteldaccia e ha scelto, gentilmente, di donarlo a Emergenza Scrittura. Buona lettura!

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Tutti prima o poi nella vita abbiamo dovuto imparare a nuotare: c’è chi da bambino si è tolto semplicemente il salvagente scoprendo che galleggiava da solo, chi da adulto ha dovuto lasciare la paura per terra e si è tuffato pieno di dubbi e incertezze.
Quelli che devono farlo per la prima volta provano un senso di paura verso la distesa d’acqua sconfinata, scoprono solo dopo che, una volta a mollo, i piedi e le mani istintivamente si muovono e si impara a nuotare senza che nessuno ce lo insegni veramente, solo per istinto.

Nella calura estiva di luglio si tratteggiarono i segni di una storia che vide protagonista Bernardo Torrisi, meglio conosciuto come Nardo dai compaesani del borgo Madonnina Bianca, sito a Paternò, provincia di Catania.
Nardo da giovane aveva fatto il falegname insieme al padre che a quindici anni gli aveva imposto di abbandonare gli studi per dedicarsi a pialle, chiodi e colla. Nonostante la sua passione fosse la matematica, non si era sentito di opporre resistenza; finita la quarta elementare aveva dato inizio alla sua carriera. Il trasporto che aveva sempre avuto per i numeri e per le forme gli era tornato utile. La fortuna di Nardo Torrisi ebbe inizio esattamente quando il sindaco Baldino Caradonna decise di commissionargli le stanze da letto per le figlie che si sarebbero sposate una a distanza di un mese dall’altra.
Per Mariella ormai non più giovanissima, Nardo fece un comò alto con un piccolo specchio di rame e un letto dalle forme discrete, per Lia, che aveva appena compiuto diciotto anni, pensò a qualcosa di più colorato utilizzando solo legno di betulla. Nacquero due modelli: Mariella e Lia. Ebbe inizio il suo successo, altre persone ne richiesero copie simili e diventò quasi benestante, poté sposarsi e si comprò un negozio di generi alimentari. Come si dice in Sicilia, si aprì la putia, cioè la bottega.
Nardo, uomo d’altri tempi, calcolatore oculato, si tuffò solo dopo aver esplorato le acque da percorrere, era uno di quelli che prima di prendere una decisione ci pensava e ripensava mille volte, poi senza rincorsa si calava pianino in acqua saggiandone appena la freddezza.
Si era unito in matrimonio esattamente il 12 aprile del 1963, alle quattro e mezzo del pomeriggio davanti all’altare della chiesa di San Nicola – e meno male che aveva i soldi e si era potuto sposare perché Graziella era incinta già di qualche mese.
Quando la bambina venne alla luce, i Torrisi dissero che era settimina, la solita scusa che si usa quando ci si sposa incinta. Al momento del parto al suo capezzale c’erano sua sorella Caterina, sua cugina Silvietta e la zia Ignazia, una donna di quasi sessant’anni che non si era mai sposata e quindi non aveva figli, ma aveva fama di essere una brava levatrice. Il parto fu velocissimo, si consumò tutto fra le quattro e le sei del mattino.
“E’ una femmina.” Urlò Ignazia non appena la piccola venne fuori. L’avvolse in un panno e se la portò via per pulirla.
“Piange, senti come piange.” Diceva Graziella sentendo le strilla della sua prima figlia.
“Sarò una fimmina tinta (vivace).” Continuò lanciando uno sguardo verso la zia che puliva delicatamente il corpicino della piccola. Ignazia si voltò sorridendole, quel sorriso dimesso nascondeva, però, un qualcosa di sinistro che Graziella afferrò subito.
“Che c’è?”, chiese, “Che succede?”
E come poteva dirglielo? Che parole avrebbe dovuto usare in quel momento estremamente delicato?
Non disse nulla, non appena vestì la bambina, la portò da sua madre. Il danno era lì evidente, non si poteva proprio nascondere, quella creaturina aveva un braccio assai più piccolo dell’altro. Quando lo venne a sapere, Nardo per poco non svenne; non era fatto per gli imprevisti, era un uomo semplice, fin troppo semplice, tanto da non riuscire a capire cose fosse andato storto durante la gravidanza. Aveva pensato di tutto: forse Graziella aveva mangiato troppe ciliegie, oppure pesce crudo che le aveva fatto male, oppure, si era presa uno scanto (spavento) e la bambina si era deformata. Insomma doveva a tutti i costi trovare un colpevole: il fruttivendolo, il pisciaro (pescivendolo).
La questione fu sottoposta all’attenzione del dottor Giacomino Russo, medico di famiglia, che chiarì subito il fatto dicendo che non era colpa né delle ciliegie né delle sarde, né tanto meno dello scanto. La bambina aveva un braccio rachitico e non era colpa di nessuno e, soprattutto, nessuno ci poteva fare niente.
“Vivrà una vita normalissima, non vi dovete preoccupare di niente, potrà fare tutte le cose che fanno gli altri.” Disse il dottore con una voce piena di rassicurazione.
Ma come era considerata una vita normale di una ragazza normale nata a Paternò?
Ecco come sarebbero dovute andare normalmente le cose: finita la scuola media si sarebbe fermata, perché è inutile che una donna studi quando, invece, può lavorare; poi si sarebbe fidanzata e sposata e avrebbe avuto dei figli.
Non era difficile, anzi era la cosa più facile e ovvia del mondo. Bisognava essere sani, però, dotati di tutto quello che ci vuole e le braccia, pensava Nardo sono importanti, le braccia di una fimmina (donna) che lava, stira, stende, annaca i picciriddi (culla i bambini).
Le uniche aspettative di un padre sono queste, vedere la figlia sposata e sistemata.
Nel giro di un mese, invece, Nardo Torrisi si convinse che sua figlia non si sarebbe mai sposata e questo lo gettò in una disperazione cocente. Alla bambina sarebbe dovuto andare il nome della nonna, la madre di Nardo che si chiamava Caterina, ma non la ritenne degna di quel nome e decise di chiamarla Erica, sperando che quel nome insolito e altisonante potesse distrarre l’attenzione del difetto.
La figlia difettosa sfatò tutti i cattivi presagi e imparò ben presto a camminare e parlare, all’asilo si fece una cerchia di amichetti e alle elementari vinse pure la corsa campestre.
La vita di Erica cambiò radicalmente quando sua madre decise di fuirsene (scappare da casa) con Marcello Grispo, Da quel momento in poi la vita di Nardo Torrisi si trasformò in un vero inferno. Se prima le possibilità di sposare Erica erano poche, adesso si erano azzerate: chi se la sarebbe presa una ciunca (storpia), peraltro figlia di una fuiuta?
Nessuno avrebbe messo in discussione il buon nome della sua famiglia, nessuno si sarebbe voluto compromettere.
Erica gli sarebbe rimasta sulla panza, questo era poco ma sicuro. Di questo la piccola non se ne preoccupava ancora, aveva appena finito le scuole medie e si era messa in testa di studiare. Suo padre, un po’ preso dallo sconforto e un po’ preso dalla depressione, aveva stranamente acconsentito.
Si era così iscritta al liceo classico “Alighieri” di Catania, perciò ogni mattina era costretta a prendere il pullman delle sette meno un quarto per arrivare in tempo. Il guaio era un altro. Alla stessa ora prendevano l’autobus Carla Mazzarese, la figlia del farmacista, Margherita e Sara Cardillo, Marinella Giuffrida e Giovannella Salin, la più antipatica di tutte. Erano giunte al terzo anno e si sentivano professoresse, ovviamente non degnavano Erica neanche di un saluto e se ne stavano sempre per conto loro a parlottare. Come se non bastasse c’era pure la banda dei maschi: Mario Giuffrida, fratello di Marinella, Giancarlo, Luigi e infine Manfredi Di Vita, il figlio del notaio. Quello era nato con la camicia, dicevano tutti in paese, non gli mancava niente: ricco, abitava a palazzo Catullo dove suo padre aveva pure lo studio che un giorno sarebbe stato suo. Ed era pure nato bello. Un giovane alto, slanciato e con gli occhi verdi. Sempre ben vestito. L’idolo delle ragazze della sua età. Il rampollo che tutte si sarebbero volute sposare. Sul pullman che portava da casa sua a scuola si sprecavano i commenti e le risatine piccanti. Erica, esclusa da tutto questo, al contrario, si trovava al centro di commenti e risate ben meno lusinghiere.
Quello che proprio non riusciva a sopportare, invece, erano i commenti di suo padre, quelli proprio non le andavano giù, a quelli non si era mai abituata.
Il sabato pomeriggio la putia si riempiva di gente e lei scendeva ad aiutare suo padre. Succedeva sempre la stessa storia. Mentre alla cassa la fila si faceva lunga, sentiva Nardo dire “Mi scusi signora mia figlia è lenta.”. Lo sussurrava per non farsi sentire, ma Erica puntualmente era capace di ricostruire la frase anche dal labiale. Un disco con poche canzoni “Che vuole signora nelle sue condizioni”, “Ha il braccio moscio …” , oppure “Fa quello che può fare, di più non si può”.
La gente lo guardava con commiserazione, era un uomo stimato in paese e molti pensavano che la sua casa fosse stata colpita dalla malasorte. Insomma di più non gli sarebbe potuto capitare: un figlia storpia e una moglie fuiuta.
Ad un certo punto, in paese qualcuno aveva avuto sentore che Manfredi preferisse Margherita elle altre perché una volta si era offerto di portarle lo zaino troppo pesante. Erano scattati i pensieri piccanti e quelli favolistici.
Erica era costretta ad ascoltarli ogni giorno durante il tragitto in pullman. Non si sentiva mai sola, non avrebbe voluto fare parte di quel gruppo di oche spennate che non facevano altro che sognare un matrimonio da favola e di diventare più ricche di quanto già non fossero.
La sua vera preoccupazione era un’altra: dire a suo padre che, dopo il liceo, si voleva iscrivere all’università. Se aveva acconsentito a farle frequentare il classico, era stato solo perché in quel periodo si sentiva particolarmente depresso, ma adesso che si era ripigliato non avrebbe mai accettato. Il pensiero di Nardo, infatti, era proprio l’opposto, cioè fare zita (fidanzata) Erica subito dopo il liceo. “A chi ci posso dare sta figlia mia?”, pensava e ripensava tutte le mattine, mentre caricava le casse di birra dal camion al negozio. Si era convinto che se qualcuno si fosse “preso” Erica alla fine non avrebbe fatto un brutto affare, al contrario avrebbe potuto ereditato pure la putia, che fruttava parecchio. Il suo ingegno gli diceva che la scelta doveva assolutamente cadere su un povero disgraziato che si voleva sistemare. Il candidato ideale fu individuato subito: Vittorio Gallo, ventisette anni, di bella presenza e letteralmente in mezzo ad una strada. Con lui non poteva fallire, si sarebbe sposato pure una mosca o un cavallo se solo gli avesse reso qualche soldo di cui francamente aveva realmente bisogno. Era l’unico figlio maschio di Santino Gallo, detto Iachino, ex minatore ormai in pensione che prendeva i soldi giusti giusti per mantenere lui e sua moglie. Era stato costretto a rimpiazzare il posto del padre in cava perché bisognava mantenere Silvietta all’università, alla facoltà di farmacia esattamente. Una volta laureata Silvia Gallo sarebbe andata a lavorare nella farmacia del paese e suo fratello avrebbe potuto cambiare vita, ma fino ad allora Vittorio era costretto a farsi pure gli straordinari. Ecco perché Nardo aveva pensato a lui. Bisognava fare presto, però, tutto doveva essere compiuto prima che Silvia si laureasse perché sennò il bisogno si sarebbe estinto e lui non avrebbe più avuto motivo di sposarsi Erica. Aveva offerto a Vittorio di aiutarlo al sabato pomeriggio alla putia e lo avrebbe pagato pure il doppio, intanto il sabato ad aiutarlo c’era pure sua figlia e avrebbero potuto conoscersi meglio.
Gli ultimi giorni di scuola manca il verbo ed Erica si era stancata di alzarsi presto alla mattina, poi tutte quelle discussioni in autobus la disturbavano e non riusciva a sopportare il caldo. Suo padre preferiva che indossasse la camicetta con le maniche lunghe anche in piena estate, tanto per limitare il danno, per ingannare quanto meno chi non la conosceva.
Quella mattina dovevano esserci già trenta gradi all’alba e la giornata si prospettava un vero calvario. Erica prese dalla sedia della sua camera la maglietta rossa che suo padre le permetteva di portare solo in casa. Non le importava di quello che potevano dire gli altri, ormai aveva quasi sedici anni e si sentiva abbastanza temprata verso i commenti negativi. Tanto nessuno avrebbe mai potuto ferirla più di quanto già non lo fosse. Erica conosceva perfettamente il litorale dove sarebbe stata costretta a calarsi, sapeva che qualunque tecnica avesse usato, qualunque stile, il suo nuoto sarebbe stato disturbato da onde lunghe. Si immerse lo stesso, armata di buona volontà e grande speranza.
Il pullman era semivuoto c’erano solo quelli dell’ultimo anno, di colpo si sentì gli occhi di Margherita addosso, come se le stessero staccando il braccio malato con un solo sguardo. Dai posti in fondo partì una risata soffocata dall’imbarazzo. Erica si sedette con calma e con la stessa calma prese il libro di latino. Era vero: si sentiva imbarazzata, squartata, tagliata a pezzi dagli occhioni che la osservavano da sotto le lenti scure. Era stata solo una prova mettere la maglietta, ma capì che l’avrebbe messa ancora e ancora, finché per quei cretini non sarebbe diventata la prassi. Un effetto lo aveva avuto: Vittorio era letteralmente scappato, non tanto per la vista del braccio ma perché non avrebbe sopportato di sposarsi una ragazza sicura di sé come Erica. Sarebbe stata una di quelle donne che dettano legge in casa e lui aveva avuto già sua madre, non voleva altre scocciature.
L’abbandono di Vittorio aveva gettato Nardo in una disperazione nera. L’estate gli aveva portato male: sua figlia aveva messo le maniche corte, Vittorio se ne era andato, e Graziella sua moglie, anzi la sua ex moglie, stava per trasferirsi nel paese vicino con i suoi nuovi tre figli. Tre maschi belli e sani come pesci. Era proprio un segno del destino avverso, arrivò persino a pensare che qualcuno gli avesse fatto una fattura.
A luglio finalmente Manfredi si diplomò. Suo padre diede una grande festa nella casa al mare di Mascalucia. Manfredi invitò tutti, proprio tutti i suoi compagni di scuola, compresa Erica. Mandò tanto di invito scritto per posta perfino a quelli che stavano nella sua stessa via. Quando Nardo vide arrivare il postino con quella busta bianca indirizzata a sua figlia, corse nel retrobottega dove Erica stava rassettando le buatte (bottiglie) e le disse: “Vedi chi ti invita, questa sarà una delle tue compagne che si sposa.” La sua voce, come sempre, aveva una vena di risentimento e delusione.
Erica lesse in fretta “Manfredi Di Vita che si è diplomato e dà una festa a casa sua al mare.”.
“E ha invitato pure a te?”
“Sì, pure a me ha invitato”. Ripeté l’espressione sgrammaticata del padre.
Non era il caso di andare. In realtà la festa non era tanto per il voto di diploma, ma per il fatto che presto Manfredi sarebbe partito per l’università e avrebbe fatto ingresso nel mondo degli adulti. Era un momento speciale che molti in paese avevano pazientemente aspettato, significava che finalmente Manfredi di Vita si sarebbe fatto zito. Ma con chi? Il farmacista e il sindaco speravano ardentemente che la fortunata ragazza fosse una delle loro figlie.
E così fu, infatti, perché, la mattina dopo la festa, Margherita comunicò a suo padre che Manfredi l’aveva baciata e le aveva detto che subito dopo la laurea se la sarebbe sposata e che avrebbe aspettato che lei finisse l’università per avere un primo figlio, che forse sarebbero andati a vivere nella casa al mare solo per i primi tempi e che se fosse diventato notaio avrebbero comprato un altro palazzo.
Mentre questi pettegolezzi rallegravano le donne del paese, Erica lavorava nella putia e ormai di quella storia ne aveva piene le orecchie: non c’era persona che non parlasse di Manfredi e Margherita e tutti facevano pronostici su quanti figli avrebbero avuto e descrivevano i bambini come se fossero già nati.
Un sabato pomeriggio agli inizi di agosto, la putia era stracolma di persone. Donna Carmelina non si faceva convinta del perché le pesche fossero così molli e le toccava con la pressione di un chirurgo che cerca qualche cosa di sospetto.
“Donna Carmelina se vuole ci sono quelle zubbe (acerbe), ce le ho nel retrobottega, se le volete ci mando mia figlia a prenderle.”
Come al solito Erica non arrivò nei tempi previsti da suo padre.
Intanto Manfredi Di Vita si era presentato improvvisamente.
Nel vederlo Nardo aveva provato una certa preoccupazione, voleva fare il prima possibile perché la gente era tanta, faceva un caldo bestiale, che neanche il ventilatore a pale del soffitto riusciva a placare, e lui aveva i nervi a fior di pelle.
Donna Carmelina aspettava ancora con il borsellino in mano.
“La scusi, mia figlia è lenta”. Disse guardando con la coda dell’occhio il giovane Di Vita.
“Non si preoccupasse Nardo, aspetto, vada a vedere che vuole u ‘ Di Vita.”
Ed era proprio quello che Nardo voleva fare, liberarsi il prima possibile di Manfredi. Si avvicinò al ragazzo “Ma come mai non c’è Lisia?”
“E’ andata dalla sua famiglia, in Cile.” Fece lui, mentre il viso di Nardo si arrossava sempre più quasi fino ad esplodere. Si girò vedendo ancora che le pesche non erano arrivate.
“Donna Carmelina, non so proprio che fine abbia fatto mia figlia, mi dovete scusare.” Disse con lo sguardo sulla donna anziana che nel frattempo si era seduta vicino alla cassa.
“Chi se la sposa questa, chi se la deve mai sposare.” Borbottò poi, come se stesse parlando a se stesso.
“Con il vostro permesso e se lei è d’accordo me la sposo io vostra figlia.” Disse Manfredi ad altissima voce in modo che tutti potessero sentirlo. Cettina Cardillo lasciò cadere il pacchetto di stelline da brodo che aveva in mano e quello si ruppe per terra sparpagliando la pasta sul pavimento. Donna Carmelina chiuse il ventaglio e si tirò su in piedi come se una molla l’avesse sbalzata dalla sedia. In quel preciso momento di silenzio e sgomento entrò Erica che aveva sentito le parole di Manfredi dal retrobottega e adesso lo fissava come se avesse visto un marziano.
“Che scherzo crudele però!” Fece Nardo non appena vide la figlia.
“Non scherzo mica io, signor Torrisi, me la sposo per davvero, se Erica è d’accordo. Me la sposo appena finisco l’università.”
“Ma non eravate fidanzato con la figlia del farmacista?”. Chiese Cettina Cardillo che non ci capiva più niente.
“Ma quando mai, l’ho baciato la sera della festa di diploma e quella si è montata la testa.”
Nardo stava quasi per scoppiare dall’emozione e non capiva come potesse essere che uno come quello si voleva sposare una storpia.
“E perché ve la volete sposare?”.
“Perché per me è la più bella di tutte.”
Ecco un tuffo, diretto senza esitazioni, un tuffo da nuotatore professionista.
Manfredi, un ragazzo che per tutta la vita era stato costretto a fare tuffi in stile, adesso voleva fare il suo primo vero tuffo, un tuffo alto e pericoloso, l’unico che si sentiva di fare.
Ecco come si impara a nuotare.

Anna Maltese

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