Il banco vuoto – Alessandra Scubla

Sing me to Sleep, Mirko Bresciani
Sing me to Sleep, Mirko Bresciani

Accadde di mercoledì! Lo ricordo come fosse ieri. Quella notte, aveva piovuto a dirotto, eppure quel mattino non era rimasta alcuna traccia della furia notturna. L’aria fresca mi faceva accapponare la pelle, ma il caldo sole di fine maggio segnava l’imminente arrivo dell’estate. La giornata non prometteva nulla di esaltante comunque: interrogazione di latino in terza ora; i risultati del test di inglese in seconda ora e due lunghissime ore di educazione fisica prima di tornare finalmente a casa.
Con le cuffie alle orecchie, raggiunsi la scuola e mi diressi subito in classe, la 4A.
Mi sedetti al mio posto e mi misi a ripassare latino; nonostante stessi preparando quell’interrogazione da più di una settimana, non riuscivo a sentirmi ancora del tutto pronta. Pian piano, l’aula si riempì, ma non mi lasciai distrarre, nel mio isolamento forzato rincorrevo perifrastiche e declinazioni.
L’ingresso dell’insegnante, segnò la fine del mio ripasso, solo allora alzai lo sguardo e me ne accorsi. Il banco di fronte al mio era vuoto. Cercai il suo usuale occupante, ma non c’era. Michael non era venuto a scuola. In realtà, non era una cosa poi così insolita che, a ridosso della fine dell’anno, qualcuno decidesse di anticipare le vacanze, ma da lui non me lo sarei mai aspettata. Non era certo un amante di scuola, compiti e insegnanti, eppure deteneva il record assoluto di presenze. In quattro anni non aveva saltato un solo giorno. Perfino quando l’intera classe era in gita, lui non mancava! Era l’esempio perfetto di «scalda banco»! Veniva a scuola, prestava attenzione quel tanto che bastava per rispondere «Presente!» alla richiesta dell’insegnante di turno e poi si eclissava, inseguendo le creature fantastiche che popolavano i suoi videogiochi. Era stato la mia prima vera cotta e la prima cocente delusione. Mi aveva fatto piangere chiamandomi «secchiona» e subito dopo mi aveva fatto sorridere portandomi una cioccolata calda, non una di quelle da 30 centesimi che compri alle macchinette, ma una vera, con tanto di tazza di porcellana e biscotto a forma di cucchiaino. Col tempo ero diventata la sua «secchiona personale» o «secchiona simpatica» come soleva appellarmi, non come Patrick, il brillante ragazzo di origini francesi che non condivideva mai la sua enciclopedica conoscenza con noi umili mortali. Ero la sua personale fonte di risposte durante i compiti in classe ed ero stata insignita del titolo di suggeritrice ufficiale nelle rare occasioni in cui si faceva interrogare; eppure, non aveva mai perso un anno. Forse perché perfino il preside aveva fatto più assenze di lui o perché, per quattro anni filati, aveva vinto la corsa campestre interscolastica dando prestigio all’istituto, o forse, più semplicemente, perché la sua acuta intelligenza andava ben oltre le quattro nozioni che un libro di testo poteva dare.
Michael non venne a scuola quel giorno, né quello successivo e neppure quello dopo. L’anno scolastico volse al termine e iniziò a circolare la voce che Michael stesse facendo l’animatore in un villaggio turistico in Grecia; altri, invece, parlarono, di una vacanza in giro per l’Europa. Iniziarono le vacanze e non pensai più a lui. Si sa, l’estate disgrega l’unità di classe e, a eccezione di qualche compagno con cui si hanno rapporti anche all’esterno dell’edificio scolastico, durante le vacanze, si perdono i contatti, consci o illusi che a settembre tutto sarebbe stato come l’avevamo lasciato.
Le vacanze terminarono e tornai a scuola, destino o casualità, tornai a occupare il banco che era stato mio l’anno precedente e il banco di fronte al mio era nuovamente vuoto.
«Chi mancava?» un rapido sguardo alla classe e la risposta fu chiara. Il suo nome non fu fatto durante l’appello e la mia mano schizzò in alto, senza che potessi controllarla.
«Ha saltato Michael!» dissi.
L’insegnante abbassò lo sguardo sul registro.
«Non sarà dei nostri quest’anno!» rispose semplicemente, continuando a guardare in basso.
Il banco di Michael restò vuoto, immobile, spento di fronte al mio, rendendo palpabile e concreta la sua assenza. Qualcuno cercò di informarsi, ma le versioni erano discordanti. C’era chi sosteneva lavorasse a tempo pieno in un locale in centro, chi aveva sentito dire si fosse trasferito e chi continuava ad avvalorare la storia del viaggio in Europa. Tutto ciò fino a dicembre! Mancava poco alle vacanze di Natale e come sempre era il periodo più pesante per noi, verifiche e interrogazioni a non finire, per non parlare poi delle simulazioni d’esame. Un incubo, pensavamo, finché una mattina, paradossalmente ancora di mercoledì, ci rendemmo conto che gli incubi erano tutt’altra cosa. Quel mercoledì di dicembre, la lezione di storia venne interrotta dall’ingresso del preside, accompagnato dalla consulente scolastica. L’uomo, aveva tra le mani un foglio di carta e, senza troppi preamboli, lo lesse alla classe:
«Cari ragazzi, mi addolora informarvi che la notte tra il 18 e il 19 dicembre, il nostro Michael ha chiuso gli occhi per riaprirli in un posto in cui non esistono la malattia e la sofferenza.»
Era un messaggio che sua madre aveva voluto mandarci. La risposta a tutte le nostre domande. Michael non sarebbe stato dei nostri quest’anno, non lo sarebbe stato mai più. Molti piansero quella mattina e le lezioni si trasformarono in momenti di confronto e di ricordo. Io non piansi, però. Non piansi alla lettura di quel breve messaggio, non piansi percorrendo la strada verso casa e nemmeno quando raccontai il tutto ai miei genitori…
Quando. però. mi chiusi in camera, al buio, i miei pensieri, il mio dolore si trasformarono in lacrime e piansi come avevo fatto mille volte da bambina, singhiozzando e inzuppando il cuscino. Mia madre, senza parlare, si sdraiò di fianco a me e mi lasciò sfogare. Michael era stato sopraffatto dalla malattia quando avrebbe dovuto vivere la sua giovinezza, fare miriadi di esperienze. Avrebbe dovuto girare l’Europa e lavorare in qualche bel locale in centro. Avrebbe dovuto scegliere la sua strada, diplomarsi insieme a noi, magari riuscendo a copiare perfino durante la terza prova… e invece, la sua strada era stata decisa da Qualcun altro. Qualcuno più grande di tutti noi. Qualcuno che forse aveva in mente qualcosa di più grande per lui…
Lui, che aveva sempre battuto tutti al test di Cooper, era stato ancora una volta più veloce di tutti noi, non era riuscito a rallentare, non aveva voluto aspettarci. Mi piace immaginarlo in avanscoperta, come se avesse voluto assicurarsi che tutto fosse in ordine per quando sarà il momento di raggiungerlo…

Alzo lo sguardo dal foglio sgualcito a cui sono aggrappata e incontro gli occhi di sua madre. Vestita di scuro, il volto scavato e il sorriso sulle labbra. Ha la forza di sorridere ancora. Ha la forza di guardarmi e asciugare le lacrime che mi rigano il viso. Lascio l’altare e mi siedo con i miei compagni. Salutiamo il nostro compagno, il nostro amico, consapevoli che quel banco resterà sempre il suo, ma non sarà vuoto perché in qualche modo, lui è ancora là, pronto a dire «presente», pronto a intervenire in quel suo modo irriverente, pronto ad accompagnarci fino alla fine di questo percorso che abbiamo cominciato da sconosciuti in una calda mattina di settembre!

Alessandra Scubla

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