Fragile come la terra – Lorena Bontempi

vaso vetroÈ come quel bellissimo vaso di vetro soffiato. Così sottile, perfetto, raffinato, decorato con quella meticolosità che solo le mani di un esperto artigiano riescono a riprodurre. Tanto prezioso quanto fragile, in bilico sul mobile, basta un attimo a farlo cadere in frantumi.

Così pensava Abhik mentre la guardava distesa accanto a lui nel letto, nuda, liscia, sfumata nella penombra di quella casa che era diventata il loro rifugio. Il flebile respiro della donna scandiva il ritmo di quello di lui e gli faceva da calmante, come se ascoltando quella melodia silenziosa la stanza diventasse d’un tratto una sala da ballo privata, dove solo loro due sapevano come danzare.
Mentre la guardava dormire con le onde dei suoi capelli scuri che, ricadendo sulla sua figura, la incorniciavano come il soggetto di un quadro antico, Abhik si sentiva davvero spettatore privilegiato di una scena di rara bellezza. La amava, non ci poteva fare nulla. Si erano conosciuti nella risaia durante il periodo di raccolta. Lui l’aveva vista da lontano, con addosso quel largo capello che serve per riparare dal sole e dagli insetti ed era stato colpito dalla sua dedizione al lavoro, quasi come se quella risaia fosse il suo regno. E così a lui appariva, una principessa in mezzo a quella massa di raccoglitori con le mani sporche e la fronte sudata. Era venuto a sapere da alcuni amici che quel fiore trapiantato nel mezzo di quella palude si chiamava Adsila, che significa appunto fiore. Era la figlia del proprietario di quella risaia e ogni tanto le piaceva aiutare il padre in quella pratica che lei considerava quasi sacra. Era la benedizione di potersi sporcare le mani con quel fango che dava di che vivere alla maggior parte della popolazione. Da quando Abhik l’aveva vista si era come ritrovato all’inizio di un sentiero che non permetteva deviazioni. Bisognava essere pronti e portare con sé qualsiasi tipo di provvista utile, perché una volta messi in marcia non c’era possibilità di ritorno.
Abhik era povero. Proveniva da una famiglia modesta e i suoi genitori lavoravano entrambi nella risaia alla quale anche lui ora si recava ogni giorno. Ma le bocche da sfamare erano troppe e le risorse troppo poche. Dopo la morte del padre, si crede per disperazione, la madre era fuggita con uno di quei tipi che vendono le bambine ai clienti e da quel momento, Abhik non aveva più voluto avere notizie di lei.
Il nostro amico aveva, del resto, ben altro a cui pensare; come poteva un rozzo contadino come lui arrivare al cuore di Adsila? Le notti si susseguivano insonni, una dopo l’altra. Aveva persino smesso di mangiare, un po’ perché non riusciva ad avere appetito e un po’ per cercare di risparmiare quel poco che poteva nella speranza che in futuro avrebbe potuto regalarle un nuovo cappello oppure portarla fuori.
Un giorno, precisamente il 5 aprile 2015, Abhik si recò come tutti i giorni alla risaia. Faceva particolarmente caldo e l’umidità che proveniva dal terreno rivestiva tutto con un’afa tale che sembrava stringesse le mani alla gola. Con le mani immerse nella poltiglia fangosa, Abhik cominciava a vedere i dintorni sfocati; le persone attorno a lui si facevano sempre meno nitide e le loro voci apparivano lontane. Ad un certo punto, la vista gli si oscurò totalmente e cadde a terra con la faccia nella melma.
Una piccolo gruppo di operai si accalcò subito attorno a lui per cercare di rianimarlo. Gli gettarono addosso un secchio di acqua torbida e maleodorante e cominciarono a colpirlo, chi con le mani, chi con dei piccoli bastoni. Anche Adsila guardava da lontano; sua sorella era infermiera in un ospedale della città e una volta l’aveva vista mentre cercava di rianimare un passante che si era sentito male in mezzo alla strada. Immersa nel fango fino a metà gamba si trascinò verso Abhik. Ci mancò poco che alla vista di quella scena questo non svenne di nuovo; lei gli prese la testa e la sollevò dolcemente appoggiandogli le mani dietro la nuca e gli accomodò le gambe su un masso lì vicino per tenerle sollevate. “Sono morto” – pensava Abhik – guardando il suo bel fiore negli occhi. L’unica cosa che riuscì a dirle fu – “Io ti amo” – prima di perdere nuovamente i sensi. Quando finalmente si svegliò, si trovava disteso su un letto, in una stanzetta angusta e poco luminosa, con dei piccoli mobili in legno deformati dall’umidità e su cui cominciava a diffondersi una strana sorta di muschio verde. Accanto a lui, che lo vegliava da una sedia a fianco del letto, c’era Adsila.
Adsila non era la figlia del proprietario della risaia, anzi, non era proprio figlia di nessuno e di certo non era ricca. Tutto ciò che possedeva era quella stanzetta malsana e maleodorante dove viveva reclusa la maggior parte del tempo. Doveva capirlo prima Abhik che quegli infami dei suoi amici gli avevano raccontato un sacco di balle. Del resto, come poteva pensare che una ragazza di quel calibro avrebbe mai potuto interessarsi a lui? Non esistono le favole dove esiste la povertà o almeno non dove viveva lui, in quel sistema dove la casta era la religione nazionale. – E si sa, da noi la spiritualità è importante. –
Questo fatto non aveva cambiato il sentimento tra i due, anzi, aveva reso il loro amore vero anche agli occhi degli altri, era come se un amore potenzialmente utopico si fosse concretizzato e avesse avuto ad un tratto legittimità di esistere.
E ogni sera Abhik ringraziava gli dei per la sua condizione di operaio e per la povertà di Adsila, li ringraziava per il lavoro nella risaia, per le unghie annerite e per la faccia cotta dal sole.
Non poteva fare altro che questo, quando alla sera osservava quel fiore disteso accanto a lui nel letto.

Anche quella sera stavano dormendo abbracciati. In realtà lui non dormiva ancora, le piaceva che fosse sempre lei ad essere colta per prima dal sonno, perché così si sentiva sicuro di averla accompagnata fino all’ultimo, in qualsiasi posto ora lei stesse viaggiando.
Quella sera si percepiva qualcosa di strano. Nell’aria c’era elettricità, e la luce era diversa dal solito, era opaca e di un bianco quasi accecante.
In lontananza, si sentì un boato spaventoso, di quelli che ti infrangono i timpani e l’anima e qualche secondo dopo la terra sotto il loro letto cominciò a tremare. Forte, sempre più forte, non la smetteva più. Abhik vedeva il contorno di Adsila muoversi sotto il dominio di quel mostro troppo potente e inumano per essere contrastato. Attorno a loro, le pareti si sgretolavano, i calcinacci cadevano ovunque, sul pavimento, sulle loro teste, gli occhi e la bocca pieni di sabbia e polvere. Un secondo boato, più acuto e breve del precedente ma più intenso, suonava come l’allarme della fine del mondo. Non si poteva gridare, non si poteva fare niente, si poteva solo tremare.
Una crepa enorme spaccò il pavimento in due. E da lì iniziò la caduta libera o quasi libera perché i massi colpivano ovunque e spezzavano le ossa.
Abhik non aveva mai lasciato Adsila; la teneva stretta a sé cercando di proteggerla da quella furia degli dei, e si chiedeva cosa avessero fatto di male loro due per attirare una simile ira del cielo.
Per terra, tra le macerie, Adsila sembrava addormentata, come se fosse già partita per un mondo lontano e non fosse più tornata. Era sporca di sangue e una ferita le attraversava la testa da parte a parte, ma lo sguardo sul suo viso era beato. Sempre stringendola a sé, Abhik decise di raggiungerla, e si lasciò andare, guidato da lei verso la destinazione che aveva scelto.
Era il 25 aprile 2015. Accanto a loro, quel vaso di vetro soffiato, regalo delle loro nozze, era rimasto miracolosamente intatto.

Lorena Bontempi

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