Certo che la sento – Riccardo Meozzi

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La pasticca conteneva del cortisone. Suo fratello aveva attaccato un post-it sulla scatola, c’era scritto di prenderlo una volta al giorno, all’ora di cena, tutti i giorni.
Ne osservò la forma per qualche istante e poi la pose sul lavandino, vicino al sapone. Si srotolò le maniche della camicia e abbottonò i gemelli. Erano color rosso sangue con una piccola cornice argentata. La camicia era bianca, i pantaloni invece grigi come le bretelle. Aveva scelto delle scarpe nere e lucide.
Passò la mano sulla barba e uscì dal bagno. Si guardò un’ultima volta allo specchio dell’ingresso e fece per prendere la giacca appoggiata sul divano. Stava per infilarla, ma poi ci ripensò e la rimise dov’era.
Per poco non dimenticava le sigarette, così tornò in camera a prenderle e passò di fronte al bagno. Non sapeva che ore fossero, ma era comunque tardi per arrivare puntuali alla festa. Si fermò per qualche secondo e accese la luce, orinò e si lavò le mani. Lo sguardo gli cadde sulla pasticca. La prese fra indice e pollice. Era grande quanto la sua unghia e aveva un colore perlaceo.
Decise di mandarla giù a secco. Prese anche due aspirine, poi andò in cucina. La casa era silenziosa e la tramontana smuoveva le fronde dei pini in giardino. Era anche piuttosto freddo, così si diresse verso il termostato e impostò l’accensione dei riscaldamenti per mezzanotte, tre ore dopo.
Mangiò il panino che il fratello gli aveva preparato e guardò la porta d’ingresso. Il prosciutto e la mozzarella erano proprio un gran connubio. Ne avrebbe volentieri mangiato un altro se fosse stato possibile, ma non aveva voglia di mettersi a cucinare.
Guardò di nuovo verso la porta. Aprì il frigorifero ma cambiò idea e afferrò la bottiglia di vino rosso appoggiata sulla mensola. La stappò, l’annusò e l’odore lo fece sorridere. Riempì un bicchiere e uscì in terrazza portando con sé la bottiglia.
C’era qualcosa di sorprendentemente incredibile nell’essere soli a quell’ora  in inverno. Il rumore del vento sembrava la vibrazione lenta e costante di una conversazione borbottata.
Rabbrividì e si versò altro vino. Non gli sembrava di bere vino, ne tantomeno di fumare. Il telefono cominciò a vibrare nella tasca dei pantaloni.
– La festa è cominciata senza di te. La senti la musica in sottofondo ? – era la voce di un suo amico.
– Certo che la sento – disse – ma sono ancora in accappatoio, il tempo di vestirmi e sono là.
– Eri con qualcuna ? Beato te, non so come fanno le donne a venire con te.
Rise e fece qualche battuta. Era quello che l’amico voleva sentirsi dire. Andò avanti ancora per qualche altro secondo.
– Finisco di preparami e arrivo. Ciao.
La chiamata si chiuse e un’auto inchiodò strisciando gli pneumatici sull’asfalto. Bevve il secondo bicchiere con quel rumore in testa.

La cosa più divertente era vedere le donne tentare di arrivare in tempo al bagno per vomitare senza sporcarsi il vestito. La musica era assordante, le chiacchiere inutili e impossibili, ma nessuno faceva niente per migliorare la cosa. Non che a lui interessasse, certo, ma qualcuno prima o poi avrebbe protestato e lui non sarebbe stato lì quando la discussione fosse scoppiata.
Era là da due ore e ne aveva una e mezzo di ritardo. Si accese una sigaretta e si appoggiò alla porta-finestra che comunicava col terrazzo.
– Alla fine sei arrivato, cazzone che non sei altro. Stavamo tutti qua a chiederci quando ti saresti fatto vedere e ora ecco che ti trovo sbronzo.
La testa gli girava così forte che non riusciva a mettere a fuoco il volto dell’uomo che gli stava parlando. Non ne aveva bisogno in realtà, lo aveva riconosciuto dalla voce. Lo sforzo di concentrarsi e ridurre il mondo a tre dimensioni l’avrebbe fatto vomitare.
Si limitò ad annuire e biascicare qualcosa di convenevole e simpatico, sia mai che lui fosse scortese con qualcuno.
– M’hanno detto che prima eri a letto con una.
Annuì di nuovo e provò a dire qualcosa anche lui.
– Come ? Quanto sei sbronzo ? – l’amico si rivolse a qualcun altro – Venite a vedere quanto è fuori di testa, stasera più del solito eh.
Nella sua immaginazione gli aveva già rotto una bottiglia sulla nuca, ma quel piano era impossibile da mettere in atto. Voleva riuscire a parlare, a dirgli di non preoccuparsi e farsi i fatti propri.
– Tranquillo, sto bene – disse ingoiando la saliva.
– Non ti crede nessuno dai, fra qualche secondo andrai a vomitare in bagno come le ragazzine che ti scopi, vero ? Sei fantastico, non ho altre parole per descriverti.
L’amico rideva. Era sincero in quello che diceva.
Si divertiva davvero a guardarlo, si divertivano tutti e in qualche modo si divertiva anche lui. Ora c’era altra gente sul terrazzo e tutti gli domandavano qualcosa, gli chiedevano come stava, cosa facesse, se conosceva qualche posto dove andare.
– Ragazzi – disse a tutti – stiamo qua e cerchiamo di divertirci, qualcosa da fare si troverà senza problemi.
Entrò nella sala. C’era cinque ragazze che ballavano. Poteva quasi scomporre i loro movimenti e ricostruirli nella sua testa come voleva. Toccò il fondoschiena a una di loro, aveva un vestito nero.
Lei lo guardò e gli disse che non era il momento, che era fidanzata, che sarebbe venuta domani. Fece cenno di aver capito e alzò le mani per salutare. Qualcuno gli rispose e gli venne vicino per dargli una pacca, che restituì, e nel giro di pochi secondi si ritrovò fuori dall’appartamento. La musica ora giungeva sorda e tagliata, esattamente come in quel momento sentiva il mondo.
Il pianerottolo era freddo e silenzioso. Dietro di lui una rampa di scale scendeva al piano inferiore e una al contrario saliva. Di fronte aveva un ascensore. Prese il telefono e compose il numero del fratello.
– Era buona la cena ? – gli disse.
– E’ successo qualcosa ?
– No, no, tranquillo, volevo ringraziarti per il post-it sul flacone. Sei sempre troppo gentile con me.
Sentì la voce di una donna in sottofondo. Sembrava aggraziata e carina, una donna adatta a suo fratello.
– Non hai bevuto, vero ?
– Solo qualcosa, giusto per prendere la serata per il verso giusto.
– Sei impazzito per caso ? Il cortisone mescolato all’alcool ti manda fuori come un tetto ! Dove sei ?
– In centro, nel palazzo di fronte al cinema. Tu ? – poi rifletté un attimo – Tranquillo, non venire a prendermi. Stai con la tua ragazza e cerca di non fare figli, va bene ? Ora prendo le scale così mi scende un po’ e torno a casa.
– No, aspetta là – la voce del fratello era agitata e rapida.
– Volevo solo dirti grazie per il post-it.
– Non prendere le scale, scendi con l’ascensore e aspettami sul marciapiede.
Chiuse la chiamata e sorrise. C’era qualcuno che ancora aveva il coraggio di indicargli quale fosse la via migliore da seguire. Quando mise il piede sul primo gradino l’agitazione gli montò nel petto. Fuori la tramontata spazzava le strade mentre la musica lo raggiungeva alle spalle.
Appoggiò l’altro piede e guardò dritto di fronte a sé. Non ce l’avrebbe mai fatta.

Riccardo Meozzi

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