L’ultima alba – Alessandra Scubla

Senza titolo, Mirko Bresciani
Senza titolo, Mirko Bresciani

Una volta, qualcuno mi disse che ci si innamora davvero una volta sola nella vita, che l’amore, quello vero, quello che stravolge testa e cuore, che ti toglie il fiato e che ti distrugge con la stessa intensità con cui ti concede la vita, lo si può provare con una persona soltanto, una volta soltanto. E la verità è che, quel tale, incontrato per caso su una banchina, in una notte d’estate tanto simile a questa, aveva ragione! Ho vissuto centinaia, forse migliaia di vite, ho avuto più uomini di quanti riesca a ricordarne, giovani sognatori, guerrieri, rivoluzionari, pacifisti, artisti e luminari, eppure… eppure non sono mai riuscita a dimenticarlo…
Ero poco più di una ragazzina quando lo incontrai. Avevo tanta voglia di buttarmi nel mondo quanta paura di inoltrarmici davvero. Lui era tutto ciò si poteva desiderare con quei profondi occhi di tenebra e la pelle di candida neve. Era nobile, d’animo e di stirpe, bello, colto, raffinato ed elegante; mentre io ero un’insignificante ragazzina della media borghesia, figlia di un medico e sorella di un futuro avvocato. Nessuno. Solo una fra le tante. Lui, però, si accorse di me. Una sera, durante un ricevimento nella sua immensa villa, mi ero presentata al braccio di mio fratello maggiore, avevo indossato l’abito più bello che possedessi, ma era spazzatura messo a confronto con quelli maestosi delle sue illustri ospiti. Avevo già un piede fuori dalla porta, quando il padrone di casa mi prese sottobraccio e mi accompagnò nella serra.
«Le piacciono i fiori, signorina Clarke?» domandò.
«A chi non piacciono?» risposi, sentendo il volto andarmi in fiamme.
Non ricordo quanto tempo passammo insieme ad ammirare quei giochi di colore e ad assaporarne i meravigliosi aromi. La sua voce suadente e avvolgente riempiva la serra e mi infuocava il sangue nelle vene. Quando lasciammo quel paradiso, mi sentii esausta e felice come mai lo ero stata prima.
Attesi con impazienza un’altra occasione per passare del tempo con lui, finché, un giorno, mi fu recapitato un pacco; all’interno c’era un bellissimo abito in raffinata organza nera. La sera stessa, mio fratello ricevette un invito per una festa a casa del conte. In quell’occasione, gli occhi di tutti furono puntati su di me, lui ne sembrò soddisfatto e solo quando restammo soli, mentre i suoi ospiti si ritiravano e la luna iniziava a scomparire, me ne spiegò il motivo.
«Sei incantevole. Lo sei sempre in realtà, ma è come se nessuno se ne accorgesse! Non vedi il tuo potenziale?» chiese, passeggiando nello studio.
«E’ merito del vestito!» risposi, timidamente.
In un lampo mi fu di fronte e afferrandomi per i polsi, disse:
«Non puoi pensarlo veramente! Questa è solo stoffa, una cosa inanimata, inutile, sei tu, con la tua ingenuità, con il tuo candore, a renderlo magnifico!»
Avvicinò il volto al mio, i suoi occhi brillavano di desiderio, ma nascondevano anche qualcosa di oscuro e pericoloso radicato in profondità. Pensai mi avrebbe baciata, ma non lo fece. Si allontanò e si mise a parlare d’arte come se nulla fosse, come se non fossi che un’altra delle sue tante compagne di chiacchiere.
Era un artista. Amava l’arte in tutte le sue forme, dipingeva, scriveva e suonava il pianoforte. Era una fonte inesauribile di conoscenza e più passava il tempo e più cresceva il desiderio di stare con lui e condividere ogni cosa con lui. Cominciai anche a vedere oltre la sua facciata di perfezione e a scorgere le crepe di un cuore tormentato. Aveva un segreto. Uno di quelli che avrebbe dovuto farmi scappare, rinunciare a lui definitivamente e dimenticarmi della sua esistenza. Sarebbe stato saggio fuggire, ma non era ciò che volevo. Mi rivelò la sua vera natura, lanciando uno sguardo malinconico alla luna che si nascondeva oltre la linea dell’orizzonte. Sarei dovuta fuggire, lo so, invece, lo abbracciai da dietro e gli chiesi di rendermi come lui.
«Trasformami!» sussurrai.
Non lo fece. Era contrario. Non voleva condannarmi a una vita come la sua. Non voleva trascinarmi in un’esistenza di tormento. Poi mi ammalai…
Smisi di implorarlo. Smisi di vederlo quando la mia pelle si fece più pallida della sua e le mie gambe si rifiutavano di muovere un passo. Stavo scomparendo lentamente. La malattia mi stava consumando. Ignorai le sue lettere e i suoi inviti. Ero troppo debole, troppo orribile per presentarmi a lui. Ero giunta al limite. Mio padre sapeva che la fine mi avrebbe colta presto e non mi lasciava mai sola, ma una notte si allontanò, giusto per qualche istante, e lui venne a farmi visita. Ricordo poco di ciò che successe. Ombre, frammenti.
«Mi dispiace!» sussurrò e poi la vita che conoscevo svanì come soffiata via dal vento gelido di dicembre.
Mi svegliai più forte e viva che mai. Eternamente giovane. Eternamente bella. Eternamente affamata. Fu lui a insegnarmi a gestire la fame e poi tutto fu più semplice, come se fossi nata per essere quella che ero diventata. Eravamo felici, eravamo innamorati ed eravamo immortali. Liberi di fare ed essere ciò che volevamo. Imparai a dipingere e a suonare l’arpa. Andavamo all’Opera e non ci negavamo alcuno sfizio. Vivevamo nello sfarzo, davamo feste e non dovevamo preoccuparci del domani. Era tutto perfetto; poi, scoppiò la grande guerra e, mentre gli uomini si uccidevano fra loro, anche tra la nostra gente cominciarono a nascere dissapori. La nuova generazione, agitata, insaziabile e ambiziosa puntava al potere assoluto, eliminando gli anziani patriarchi, colore che un tempo avevano fatto lo stesso con i loro avi. Era un tempo nuovo, era un mondo nuovo e non c’era più spazio per il vecchio, per la tradizione. Molti amici caddero sotto la loro furia e quando assaltarono la nostra dimora, non avrei mai pensato di uscirne viva, eppure ce la feci. Sopravvissi anche a quello. Uscii da quell’inferno di fuoco e sangue, viva a metà. Lui restò indietro, una nuvola di polvere nella mia memoria.
Il bourbon, il sangue, gli amanti mi impedirono di crollare del tutto, a non perdere quei pochi pezzi che mi erano restati attaccati addosso… ma non bastava! Non basta più! Non mi sazia il sangue. Non mi sostiene l’alcol. Non mi soddisfa l’amore.
Ho vissuto centinaia, forse migliaia, di vite. Ho amato davvero un solo uomo, gli ho dato tutto e non mi è rimasto altro per cui lottare. Ho provato tutto ciò che si può provare e ora voglio solo addormentarmi e riposare; così, aspetto l’alba. L’ultima alba della mia lunga esistenza! Il sole si alza oltre l’orizzonte… presto sarò polvere, presto sarò di nuovo sua…

Alessandra Scubla

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