Macchie di inchiostro – Minou Manafi

11427912_830271207064363_746968610_nRicordo che danzavo leggera nell’aria. Con un sorriso vero. E tra una giravolta e l’altra, ridendo, ti vedevo lontano appoggiato a un muretto di pietra, che mi guardavi con un mezzo dolce sorriso. E io giravo, come una matta, inebriata dalla primavera che stava avanzando, con il mio vestito lungo un po’ da contadinella, azzurrissimo, che si gonfiava per le mille giravolte, e creava un dolce contrasto con il verde del prato e un accostamento bellissimo con l’azzurro del cielo.
Erano i primi di Aprile. Un caldo meraviglioso.
Sentivo nell’aria tutta la mia vitalità, la forza, il senso della giovinezza, lo splendore della natura.
Il prato profumava di nuovo. Il sole bruciava di vita. E i tuoi occhi su di me avevano l’effetto di dare colore e gioia a tutto, sembravano creare nella natura sfumature sempre nuove, riflessi vivaci, giochi di luce danzanti in ogni foglia, in ogni fiore, in ogni tronco d’albero.
Impazzivo per te.
Mi sedevo stanca sull’erba, e facendo finta di riposarmi, aspettavo con ardore che tu venissi lì, accanto a me, a parlare della vita, delle diverse sfumature che essa di volta in volta assumeva, a parlare di come ogni minimo dettaglio apparentemente insignificante poteva stravolgere il nostro mondo.
A volte scrivevamo. E scrivevamo insieme un po’ di tutto.
Mi piaceva giocare con te in questo modo: mi guardavo intorno e sceglievo un elemento della natura. E stabilivo che dovevamo tirarne fuori qualcosa: una poesia, una frase significativa, un piccolo racconto.

Ho nella mente una volta in particolare: avevo scelto la parola Vento.
Io avevo scritto una poesia che iniziava così:

Mio Vento,
Ti sento fischiare , mentre
scomponi ogni foglia
sparsa
nel mio animo confuso.
E ti sollevi all’improvviso
tutt’intorno a me.
Schiaffeggiandomi
sul viso
mi ricordi con forza
ciò che so di più importante:
Sono qui, sono viva.
Sbandata dalla forza della natura.

E proseguiva in un altra strofa con versi che esprimevano il mio dispiacere quando il forte vento riusciva a coprire il delicato canto degli uccelli. E di seguito descrivevo la danza delle foglie che si sollevavano dal terreno formando piccoli vortici, e il mio stupore infantile nell’osservarle, o nell’ascoltare il differente suono del vento nascosta in mezzo all’erba alta.

Amavo scrivere. Ed era ancora più bello farlo con te, sdraiati nel prato, alzando ogni tanto gli occhi dal foglio per guardare l’uno l’espressione dell’altra, e ridere immaginando cosa quell’altro stesse scrivendo.

Da quando mio padre se ne era andato, scrivere era diventato per me un modo per sentirlo vicino. Papà scriveva per diletto personale, e rivendeva i suoi scritti alla gente del paese. Libri, raccolte di racconti. Era una persona semplice, umile. Cercava soltanto di regalare un sorriso e dei momenti di evasione mentale a chi come lui ancora aveva occhi per sognare, per vedere il bello della vita anche nei tempi più bui.
Se ne era andato molti anni prima, lasciandomi come unica eredità una cassapanca piena di fogli. Era tutto il mio tesoro. Mamma non sapeva leggere. Qualche sera, leggendo i fogli di papà, trovavo macchie di inchiostro su alcuni fogli, neri segni delle lacrime che lei aveva versato, e allora capivo il suo bisogno di sentirsi vicina a lui e andavo la sera in camera sua a leggerle qualcosa. Quelle parole bastavano a farci dimenticare la tristezza e ogni piccolo e grande problema, e restavamo per ore con il sorriso, incantate, in silenzio, perché volevamo godere di quel senso di libertà mentale e spensieratezza che la fantasia mista ad un perfetto stile riuscivano a regalare.
Mio padre non scriveva, lui creava, creava sogni, speranza, divertimento, sorrisi, e talvolta qualche lacrima. Ma nessun suo racconto, nessuna sua storia era fine a se stessa. Vi era in tutte un profondo insegnamento, dei preziosi consigli di vita celati dalla semplicità con cui scriveva. Avevo ancora molto da imparare da lui, nonostante non ci fosse più.

Muore anche chi ha ancora tante cose da insegnare. E chi rimane non può che provare ad impararle da ciò che gli è stato lasciato.

Mio padre mi aveva lasciato questo. Era il mio dono. Il mio tutto.
E volevo continuare a ricordarlo così, scrivendo, insieme a te.

Mi piaceva sorprenderti a guardarmi. Pochi secondi in cui ti trovavo con lo sguardo fisso sul mio volto, e i nostri occhi si incrociavano in silenzio. Non ti avrei mai confessato la mia passione. Non l’ho fatto mai. Ma in realtà forse ho passato anni a raccontartela inconsapevole, in ogni mio gesto e in ogni dolce sorriso che ti rivolgevo. Ti conoscevo da tanto, eppure a volte provavo ancora imbarazzo mentre ero con te.
Nei momenti in cui non ti pensavo soltanto come un amico, riuscivo a vedere in te quel fascino misterioso che si prova guardando uno sconosciuto amante. Eri uno di quei libri in cui si trovano nuove frasi ogni volta che si rileggono. Eri sempre una nuova scoperta. Ti scoprivo ogni giorno che ti vedevo.

Ricordo così dettagliatamente soltanto quel giorno.
Stavi scrivendo da molto. I raggi del sole stavano progressivamente straiandosi sull’erba.
La luce illuminava il tuo volto e lo rendeva ancora più bello. Avevi un’espressione seria, impegnata. Io avevo finito la mia poesia da un po’ e ti aspettavo giocando con dei fili d’erba.
Mi passasti serio il tuo foglio. C’era nei tuoi occhi color nocciola un’espressione magnifica. Uno sguardo che non si stancava mai di parlare.
Fui stupita nel vedere che avevi scritto poche righe:

‘Il vento sorprende sempre. Scuote le chiome degli alberi. Alza la sabbia. Fa volare gli schizzi delle onde sulla strada. Sconvolge tutto. La spiaggia dopo il vento non è più la stessa: nessun granello di sabbia in superficie si trova dov’era. Eppure tutto è rimasto. L’albero sradicato in lontananza, trova adesso sulla sabbia tracce di se : pezzi di corteccia e rami caduti.
Arriva sempre il momento in cui tutto cessa. Torna la quiete. E ogni granello della spiaggia riprende a brillare immobile riflettendo la luce del sole. Ogni cosa è diversa, è nuova ed è sempre la stessa. E’ cambiata rimandendo qual’era. Porta adesso in sé una nuova convinzione: di poter essere scossa e sradicata, di essere fragile.
E dopo ogni forte vento, possiamo provare a riordinare ciò che è cambiato, oppure possiamo osservare ammaliati una nuova realtà. Come la nuova bellezza della spiaggia, con le onde ancora enormi. Maestosa. Incredibile.

Sei stata il vento della mia vita.’

Mi abbracciasti con gli occhi, quell’unica volta.
E niente di più accade, tra noi due. Niente di più di qualche sguardo, qualche sorriso, qualche momento in cui ci siamo avvicinati troppo, e timidi, subito ci siamo riallontanati.
Eppure, se ci ripenso, ti ricordo come il libro più bello che io abbia mai letto.

Minou Manafi

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