Questo viaggio è per sempre – Federica Caputo

11758987_933262220049077_1360920620_nStrisciando i piedi verso casa, con la testa bassa e la mente altrove tentavo invano di dimenticare la brutta giornata appena trascorsa. Faceva troppo caldo per essere maggio, i pantaloni bruciavano e la camicetta mi si attaccava alla pelle, il vento non si degnava di far visita al viale costeggiato da villette a schiera totalmente privo di ombra.
Annoiata, accaldata e stanca, camminavo sollevando solo di qualche centimetro i piedi da terra e strisciandoli rumorosamente. Erano quasi le tre del pomeriggio, e io ero l’unica anima a camminare per il viale, il rumore prodotto dai miei scarponcini poco adatti alla stagione calda, era quasi assordante.
Il rosso, giallo, blu e verde della case si susseguivano con irritante ordine e il caldo li faceva girare intorno a me come un arcobaleno ubriaco, facendo aumentare esponenzialmente il mio malessere.
Cominciai a pensare a cosa avrei detto ai miei genitori riguardo al mio colossale e ingiustificato ritardo; loro avrebbero urlato e io avrei fatto finta di ascoltarli; ripensando al modo irritante che mia madre aveva di sgridarmi, la voglia di giustificarmi passò subito.
Le macchine posteggiate ordinatamente nei vialetti, tutte uguali, riflettevano la luce del sole e mi sembrava rendessero l’aria ancora più afosa.
Faceva sempre più caldo e io avevo sempre meno fretta di tornare a casa per farmi sgridare; così, nonostante avessi il corpo in fiamme rallentai il passo, fluttuando su una nube di pensieri sia tristi che allegri.
Un motivetto smuoveva l’aria in lontananza e ne fui subito attratta.
Musica di quel genere non si sentiva mai per strada, quindi non fui stupida di ritrovarmi a correre verso la sorgente di quel suono sorprendentemente vicino a casa mia.
Corsi per circa un centinaio di metri, fermandomi solo davanti al giardino della villetta azzurra accanto alla mia, rosso corallo.
Quella casa era sempre stata vuota e sigillata con cura estrema, e vederla, ora, con la porta e tutte le finestre aperte, il giardino curato e il tutto immerso nelle note di una canzone splendida mi fecero uno strano effetto.
Troppo curiosa per rispettare le comuni regole del buon senso, attraversai il vialetto e calpestai l’erba appena tagliata del piccolo giardino per affacciarmi alla finestra e dare una sbirciata.
-Bel soggiorno, eh?- sussultai nell’udire quella voce così profonda e mi girai pronta a chiedere mille volte scusa, aspettandomi una ramanzina colossale su quanto fosse deplorevole il mio comportamento.
-Mi scusi, non volevo!- dissi quasi con un urlo, voltandomi.
L’uomo che mi stava di fronte mi guardava, decisamente non arrabbiato, quasi con curiosità.
Osservai per prima cosa i suoi capelli corti tirati all’indietro e poi i gli occhi verdi come l’erba che stavo calpestando. Non doveva avere più di trenta anni ma qualcosa nel suo volto lo faceva sembrare più vecchio, forse la barba ispida e poco curata, o le piccole rughe che circondavano quello sguardo così limpido.
Rise, e il mio cuore fu stretto in una morsa di ferro che mi fece quasi perdere il respiro.
-Nessun problema, tu devi essere la figlia dei Lorenz, Zora, giusto?
-Sì, Zora – riuscii a balbettare, mentre lui continuava a guardarmi.
Presi tutto il coraggio che mi rimaneva in corpo e gli chiesi il suo nome.
-Markus, mi sono trasferito qui oggi.- rispose sorridendo, e il mio cuore perse un colpo.
-La musica- balbettai.
-Come? non ti piace?-
–No…a me piace, ma tra mezz’ora usciranno tutti di casa per tornare al lavoro, se non vuoi farti nemici prima di subito e meglio che abbassi il volume o cambi genere- risposi, cercando di sembrare il più cordiale possibile.
Lui rimase interdetto,e prima che potesse rispondermi lo salutai frettolosamente e tornai a casa.
I miei genitori non mi urlarono contro quando sbattei la porta di casa, si limitarono a dirmi di star attenta a non farmi trovare pronta per le otto in punto, perchè il nuovo vicino sarebbe venuto a casa per cena.
Scombussolata ma in fondo felice della notizia, spalancai la finestra e mi affacciai ad osservare la strada, la musica era ancora allegra e ad alto volume, anzi mi sembrava che il volume fosse più alto di prima.
Vidi Markus strappare le ultime erbacce e mi soffermai per qualche secondo ad osservarlo languidamente, lo osservai muoversi per il giardino, convinta che lui non si sarebbe mai accorto di me, e invece all’improvviso alzò la testa e guardò nella mia direzione, sorrise e alzò la mano per salutarmi, ma io ero già nascosta sotto il letto per l’imbarazzo.
Cosa mi stava succedendo? un paio di occhi verdi, un sorrisetto ingenuo e già cadevo ai piedi del primo sconosciuto che metteva piede in città?
La delusione che cominciai a provare non uccise le farfalle nel mio stomaco, che mi accompagnarono per tutto il pomeriggio fino a sera, quando mi feci trovare ai piedi delle scale, vestita di proposito con i primi stracci (altamente selezionati) trovati nell’armadio.
Mi sedetti sull’ultimo gradino delle scale in attesa del suo arrivo, preparandomi ad una cena ricca di convenevoli noiosissimi. I miei facevano finta di non vedermi, preparavano tutto in silenzio e si scambiavano solo qualche parola, pensai subito che si comportassero così perchè erano arrabbiati con me, anche se la totale assenza di urla mi aveva colta di sorpresa.
Il campanello suonò, e mi stupii di come il mio cuore fosse stato soggiogato così facilmente da sobbalzare ad uno scampanellio che poteva essere di chiunque, ma io ero sicura che fosse il suo.
Mia madre mi ordinò di aprire la porta e io ubbidii, pentendomi di presentarmi quasi in pigiama.
Salutai Markus e lui irruppe con un allegro: -Salve!-
Mi mise in braccio una bottiglia di vino.
-Questa è per la cena- disse. Poi mi porse un mazzo di fiori.
-Questi sono per la casa?- chiesi annusandoli. Era un bouquet di roselline bianche con due tulipani rossi al centro.
-Sono per te, ma se vuoi puoi usarli come centrotavola.- E mi lasciò lì, come un’idiota, sull’uscio di casa mia, col naso nel bouquet di roselline bianche con due tulipani al centro.

Una volta ripresa raggiunsi i miei in cucina e misi il vino nel secchiello del ghiaccio e i fiori in un vaso che posai sul tavolino in soggiorno.
Sospirai e mi accinsi a dare una mano a mia madre, mentre papà intratteneva il nostro ospite prima di cena.
Aprii il rubinetto dell’acqua per lavare della lattuga ma questo emise un gorgoglio inquietante che mi fece allontanare di scatto, per poi esplodere allagando la cucina. Dopo lo stupore iniziale chiusi il rubinetto sotto al lavandino e l’acqua si fermò.
Senza accorgermene avevo urlato, e le mie urla avevano attirato mio padre e Markus in cucina.
-Tutto bene?- ero fradicia dalla testa ai piedi e mi limitai ad annuire.
in pochi minuti il la cucina e parte del soggiorno erano completamente allagati, non ero stata tanto veloce come mi aspettavo a chiudere il rubinetto principale.
-Voi due salite al piano di sopra, ci metteremo un po’ a mettere tutto in ordine ma faremo in tempo per la cena.- disse mia madre.
Le dissi che volevo darle una mano ma lei insistette, così non potei fare altro che invitare Markus ad accomodarsi nella mia stanza.
Mi cambiai velocemente i vestiti e mi sedetti sul letto, mente lui si guardava intorno stranamente incuriosito.
-La serata non è iniziata nel migliore dei modi.- scherzai mentre mi asciugavo i capelli.
-Fino ad ora è stato divertente- rispose -spero solo che non sia successo niente di grave alle vostre tubature, mi dispiacerebbe molto.- cominciò a frugare tra i miei libri e la cosa mi diede un enorme fastidio.
-Senti, puoi smettere di toccare le mie cose e sederti?-
Lui obbedì senza replicare e si accomodò vicino a me sul letto, dato che in camera non c’erano sedie.
Mi pentii subito di averlo sgridato, adesso stavo arrossendo e lui era pericolosamente vicino, di sicuro se ne sarebbe accorto.
Sospirai, irritata e allo stesso tempo eccitata da tutta quella strana situazione.
-C’è una cosa che devo dirti- Markus interruppe il filo dei miei pensieri stringendomi la mano.
Ritrassi la mano e mi alzai di scatto, raggiungendo l’altro lato della stanza.
-Cristo! Avrai dieci anni in più di me, cosa cazzo hai in testa?!- urlai, assolutamente indignata e con il volto in fiamme.
Markus mi osservò, non sorrideva più e la mia indignazione sembrava averlo intristito parecchio.
-Cosa c’è che non va in te?- sbottai affacciandomi alla finestra.
-Come stavo dicendo prima che ti arrabbiassi, c’è una cosa che devi sapere.-
-Parli come se mi fossi arrabbiata senza motivo, deficiente.-
La luna crescente era alta nel cielo e cercai di concentrarmi su quella per calmarmi. Markus stava per continuare il suo discorso, ma mio padre entrò per avvisarci che era tutto a posto e che potevamo finalmente cenare.
Rimasi in silenzio durante tutta la cena, rispondevo in maniera vaga a tutte le domande e mi limitavo a mangiare tutto ciò che potevo per evitare di pensare.
Notai con stupore che Markus aveva un piercing sul labbro inferiore, uno sul sopracciglio destro e un altro sul naso, e inoltre aveva due buchi per ogni lobo.
Nemmeno i ragazzacci più ribelli della mia città portavano tanta ferraglia addosso.
Improvvisamente sentii che c’era qualcosa di veramente strano in lui, Markus non poteva restare. Non era il tipo di persona che la comunità di cui facevo parte avrebbe accettato, eppure era seduto a tavola e conversava come se il suo posto fosse quello, come se non ci fosse nulla di strano.
Lo osservai in silenzio per tutta la cena, ed osservai anche i miei genitori, che sembravano pendere dalle sue labbra, contrariamente a ogni comportamento che assumevano di solito con i nuovi arrivati.
La serata passò in fretta e ne fui grata, dato il nervosismo che mi aveva pervasa dal momento in cui Markus mi aveva stretto la mano.
Lo accompagnai verso l’uscita e lo salutai sulla soglia di casa, lui so comportò come se non fosse successo nulla, ma quando si girò per andarsene notai un barlume di pura malinconia che sul momento pensai di aver immaginato.
Andai a dormire sfinita da tutto, da ogni singolo avvenimento anche se di poca importanza. Caddi sul letto, resa inerme dalla stanchezza e dalla confusione, e mi addormentai.

Mi svegliai di soprassalto, balzando in piedi e afflosciandomi nuovamente sul letto per via del movimento troppo brusco. Un ronzio insistente mi rendeva sorda a qualsiasi altro rumore. Veniva dal soggiorno, ne ero quasi sicura, e scesi a controllare anche se avrei desiderato solo tapparmi le orecchie e nascondermi sotto le coperte.
Passai davanti alla stanza dei miei genitori e vidi mia madre dormire profondamente, mio padre invece non era a letto. Scesi le scale al buio, sempre con quel fastidioso ronzio che mi impediva di ascoltare anche i miei stessi pensieri, il soggiorno era lievemente illuminato da una fioca luce bluastra che non riuscii ad identificare.
scesi l’ultimo gradino tremando, cercando di convincermi che in soggiorno ci fosse solo mio padre che armeggiava con qualcosa, qualsiasi cosa, e che fosse del tutto innocua. Non c’era niente di cui preoccuparsi, assolutamente nulla. Il ronzio cresceva ancora ed io ero l’unica a sentirlo.
Mi affacciai all’ingresso del soggiorno, la luce blu illuminava fiocamente il divano ma quel blu così intenso dava talmente fastidio che non riuscii ad individuarne la fonte.
Sentivo che da un momento all’altro sarei svenuta, poi la luce si affievolì e potei finalmente capire cosa la stesse producendo.
Era mio padre.
Impietrita, a un paio di metri da lui, fissavo le sue orbite vuote illuminate da una luce bianca e il petto aperto, come una finestra su un labirinto di fili e circuiti. Il ronzio si spense e fu sostituito dal battito frenetico del mio cuore. la luce negli occhi di mio padre si spense e lui mi guardò, con un mezzo sorriso ebete sulle labbra.
scappai prima di dargli l’occasione di capire che lo stavo osservando, sbattei la porta alle mie spalle e corsi nell’unica direzione possibile.
Non dovetti nemmeno bussare, Markus mi agguantò per un braccio e mi fece entrare.
-Volevi parlarmi di quello?- urlai, totalmente fuori di me.
-Sì e no…Volevo parlarti del fatto che tutti gli abitanti della città sono robot, anche i tuoi genitori…- fece una piccola pausa, come per trovare il coraggio -Anche tu.-

Ci fu un attimo di silenzio, poi scoppiai a ridere, isterica.
-E io dovrei crederti? Dovrei credere che i miei genitori, insieme a tutta la città non sono altro che dei…tostapane con i capelli?- La molla era, scattata e io non riuscivo a smettere di urlare.
-E tu quindi cosa saresti? Un robot come noi? Terminator? Vuoi demolirci tutti e vendere i pezzi a una ferramenta? Tu sei malato.-
Markus si avvicinò a me ma prima che potesse toccarmi gli tirai uno schiaffo in piena faccia.
-Tu, stupido bastardo, credi di poter venire qui e distruggere tutto, di potermi convincere che è tutta una menzogna…- avevo la voce roca e bassa dopo aver urlato, in quel momento ogni sensazione era amplificata. Come potevo provare quel mare di sensazioni se sotto la mia pelle ci fossero stati solo cavi elettrici come quelli che uscivano dal petto di mio padre?
Sotto la mia pelle, sotto la sua pelle, niente era più reale.
Sull’orlo delle lacrime, sul filo del rasoio, sospesa tra la mia vita e il mondo reale, mi aggrappai alla verità, troppo pesante per farmi restare in equilibrio.
Barcollando, immersa nella paura più viscosa del buio che ci avvolgeva, mi guardai il braccio, strinsi il pungo e sentii che stavo per cadere, il filo si stava spezzando.
Premetti le unghie contro la pelle dell’avambraccio e premetti, ma Markus mi fermò afferrandomi la mano come aveva fatto solo qualche ora prima, ma stavolta non mi ritrassi e lo lasciai fare. Premette le unghie sulla mia pelle e io feci lo stesso col suo braccio. Sopportando il dolore e la paura in silenzio, in bilico sulla verità, la pelle si staccò come se fosse gomma, e ne emerse ciò che temevo.

Il mondo è fatto per gli esseri umani
Sospesi sul filo, il vento soffia
Cosa siamo?

Federica Caputo

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