Così mi guarderanno tutti male – Riccardo Meozzi

IMG_0254L’ascensore rosso scendeva più lentamente di quanto pensasse. Gli altri due erano già in strada ad aspettarlo. Con l’indice si tirò su gli occhiali e batté un paio di volte le palpebre, giusto per assicurarsi di vederci ancora bene.
Marco era sul marciapiede e teneva la testa incastrata nel bavero dell’eskimo mentre spiava la scena circostante con i suoi occhi neri.
– Chissà se prima o poi beccherò lo stronzo che m’ha fregato la bici – gli disse.
Lui lo guardò e rise per farlo contento, sapeva che gli faceva piacere, poi lo scrutò serio.
– Andrea ?
– Al tabacchino, aveva finito le sigarette.
Fece cenno di aver capito e prese il pacchetto di Marlboro dalla tasca del doppiopetto. L’altro gliene chiese una e si misero a fumare sotto i portici.
– Che programma abbiamo per stasera ?
– C’è un concerto di un’amica di Giorgia, un’americana mi pare.
– In un centro sociale vero ? – chiese con voce neutra – Che cazzo, così mi guarderanno tutti male.
– Che ti frega, tu fa’ come sempre e nessuno ti romperà le scatole.
Quando Andrea li raggiunse aveva tre birre fredde e stringeva fra le labbra una paglia di pueblo. Li guardò e rise.
– Sei a Bologna da più tempo di noi e ancora non hai capito come ci si veste.
Il giovane sbuffò e stappò la birra, ne prese un sorso e si misero in cammino. Era Gennaio e faceva un freddo cane, il vento tirava così fitto e tagliente che s’infilava nelle ossa come lame e mandava al diavolo il giubbotto e il maglione. Almeno c’era la birra a tenerli su.
Quando svoltarono in Riva di Reno dovettero fermarsi da un pakistano e fare un altro pieno di birre. L’alcool li manteneva caldi e svegli, e poi avrebbero finito per spendere troppi soldi se avessero bevuto dentro il locale. Quattro Peroni da sessantasei stavano a cinque euro, un gran bell’affare. A lui non importava niente dei soldi, ma dovevi fingerti un bravo proletario e dire di continuo degli alti prezzi della mensa e di mille altre storie simili per sopravvivere ad una serata come quella. Marco e Andrea la pensavano come lui, ma erano troppo accondiscendenti e simpatici per non dar retta a quella gente.
– Ecco, là ci sono gli altri – disse Marco.
– Dai, c’è anche il fidanzato di un’amica di mia sorella, andiamo.
Si trovarono così circondati da tanta gente venuta là soltanto per occupare il proprio tempo parlando di cose inutili e sostenendo idee ancora più inutili. Era lui l’unico a sentirsi circondato però, gli altri due se la stavano passando proprio bene.
Senza farsi vedere mise la mano nella tasca interna del cappotto e versò un po’ di whiskey nella birra. L’ideale sarebbe stato infatti andarsene via con la testa il più in fretta possibile.
– Và, c’è il biondino ! – disse qualcuno alle sue spalle – come va con questi libri allora, che ti leggi di bello ultimamente, dimmi tutto eh, siete stati a qualche concerto ?
Il giovane strizzò gli occhi e si tirò su gli occhiali. Cominciò a parlare ma sembrava che la voce gli stesse venendo meno. Il tipo che gli stava davanti continuava a blaterare sul Rasoio di Occam e su come questo dovesse venir assolutamente applicato alla letteratura e soprattutto ai libri degli ultimi dieci anni.
Ad un certo punto Marco si mise in mezzo e così lui andò a raggiungere Andrea seduto sotto un portico.
Era già sbronzo, e non erano nemmeno le undici. Una cosa per cui entrambi si apprezzavano era che non c’era gran bisogno di parlare fra loro due. La pensavano simile su molte cose e altrettante ne avevano sperimentate, potevano addirittura sembrare fratelli se Andrea non avesse avuto l’estroversione che a lui mancava.
– Quando inizia il concerto ?
– Ora, entriamo.
Il posto altro non era che un vecchio fondo commerciale di qualche attività. Le pareti erano state verniciate di bianco e c’erano tanti cuscini sparsi per terra.
Il giovane e gli altri due si sedettero vicini e guardarono verso i microfoni e la strumentazione. Quando la cantante e la bassista apparvero tutti se ne stettero zitti a guardarle.
– Le si vedono i capezzoli sotto la maglia – gli disse Marco.
La musica tuonò fin da subito forte e distorta e fece crollare ogni chiacchiericcio. Il giovane si guardò i polsi e seppe che non era lui sbagliato e non lo era il mondo che stava vivendo.
L’unica cosa sbagliata stava nel fatto che la donna con cui avrebbero dovuto condividere tutto questo non era lì e a nulla serviva il resto se doveva per forza stare in mezzo a umani che non riuscivano a comunicargli nulla.
La bassista scivolò su un’altra corda e così il suo corpo, scosso da toni e parole attorno ai quali aveva intessuto la propria mente.

Lui e Marco corsero fuori. Andrea era rimasto dentro a bere qualche bicchiere di vino, anzi, si era trattenuto proprio per parlare con la cantante. Durante il concerto tutti erano rimasti zitti, ma ad un certo punto i tre si erano guardati e avevano capito di dover uscire a fare pipì.
L’avevano tenuta per una mezz’ora. Non appena c’era stato l’inchino e i primi applausi si erano alzati, loro avevano battuto le mani per dieci secondi e poi si erano dati alla fuga.
– Dove andate ? – gli aveva chiesto Andrea.
– Torniamo subito – aveva biascicato lui.
Avevano svoltato l’angolo e videro due belle rientranze dove fermarsi. Lui da un lato, Marco dall’altro. I loro fiati si congelavano in lente volute di vapore e ridevano divertiti da quella situazione.
– Non ce la facevo più.
– Nemmeno io, vacca boia ne sto facendo tantissima.
D’un tratto un urlo proveniente da una finestra li fece scuotere. Videro la figura di un uomo in controluce. Teneva in mano qualcosa.
– Basta pisciare sotto i portici di casa mia – fece, e lanciò quello che ora sapevano essere un secchio pieno d’acqua.
Il getto passò a due passi dal giovane e colpì il braccio di Marco, che bestemmiò fra i denti. Si misero a correre con pantaloni e mutande mezze calate. L’aria fredda gli entrava direttamente nei polmoni e gli asciugava la saliva.
Quando si fermarono non proferirono parola, tanto ansimavano.
– Io devo finire, si fotta quel tipo – disse lui.
Marco rise e rispose al telefono, il giovane si sbottonò i jeans e finì di fare quel che doveva dietro un contenitore dell’indifferenziata.
– Chi era ?
– Andrea – gli rispose Marco – Ha detto di vederci all’Arci vicino Via Indipendenza.
– E’ da solo ?
– Macché, sta’ con la cantante e altri tre. Muoviti a finire che voglio andare là.
Passeggiarono un po’. Ognuno dei due si stringeva attorno al bavero del cappotto e fumavano una sigaretta con aria sognante. Gli anfibi battevano i ciottoli del vicolo e soltanto il fischio del vento si ergeva imponente su di loro..
– Avanti, vai prima tu – disse a Marco.
– Hai ancora una birra ?
Assentì e gli porse l’ultima Peroni, che stappò con i molari.
– Ma come fai ?
– Ho provato una volta e ha funzionato, quindi perché dovrei smettere ?
Risero di nuovo. Varcarono la porta di legno e cominciarono a vedere i primi gruppetti di persone radunate attorno ai tavoli.
– Si può fumare ?
– Non credo, peccato eh ?
Il giovane non rispose e guardò la scena. Non c’era un solo volto che gli andasse a genio.
– Prima è stato l’unico momento in cui t’ho visto veramente partecipe del mondo – gli disse Marco – Non riesco mai a capire che hai nella capoccia o che vedi. Prima invece eri lì fra noi, con me.
Il giovane lo guardò e stava per rispondergli, ma poi pensò che non occorreva, che era meglio così.
Cercarono Andrea con gli occhi e quando l’amico li salutò Marco non gli chiese più nulla.

Riccardo Meozzi

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