La bandiera bianca – Francesco Maiorano

bandiera_bianca_1Adolfo era stato anche lui un infante, un bambino, un ragazzo e poi un adulto. Eppure pareva che tutti se ne fossero dimenticati a Riva Del Cucchiaio, anche i suoi compari e pari d’età, che scrissero la Storia finendo massacrati da qualche parte. Era stato (Adolfo) un bambino inquieto e sensibile. Un ragazzo generoso e altrettanto inquieto. Da adulto invece ammazzava la gente. Schopenhauer l’aveva disturbato eccessivamente, si disse in seguito. La realtà è che si era rotto i coglioni, e in un modo o nell’altro un uomo dovrà pur riscattarsi nella vita. Nel bene o nel male, diceva.

Per farvi capire com’era Adolfo prima che si dedicasse al piacere del sangue; da ragazzo aveva costruito un ostello per gatti randagi e lustrava scarpe a chi ne aveva bisogno, per poter comprare gli scarti della macelleria, per i pasti dei suddetti gatti. A vent’anni aveva ospitato dei giostrai in disgrazia, levandoli dalla strada, dalla loro miseria. Mamma e papà erano morti da un po’, che l’avevano avuto da vecchi, e a diciotto anni aveva iniziato già a lavorare e vivere da solo, ereditando l’attività di scalpellino dal padre. Ospitò i giostrai per tre mesi; poi loro non se ne andavano e lui non aveva il coraggio di sloggiarli. Quando glielo disse, che non ce la faceva più a mantenere tutti e cinque, loro gli sputarono in faccia, gli devastarono casa e se ne andarono portandosi via anche le posate. La mattina alle otto, qualsiasi ora tirasse all’osteria la sera precedente, s’alzava e aiutava Elvira, la vicina di casa, a stendere i panni, che non ce la faceva mica da sola la vecchietta. Questo e tanto altro.

Poi aveva una ragazza. L’amava. Forse troppo, o almeno troppo rispetto a quanto ne meritava. Perseguiva il bene e l’etica come un marinaio perduto nell’oceano, la notte s’una zattera di fortuna, la stella polare. Perciò viveva per lei e per il bene, perché nella totale inesistenza dell’esistente, un uomo profondamente senza Dio, o cerca in qualche modo di dare un ordine alle cose oppure scompare anch’esso.

Lei in realtà l’aveva amato fin da subito e intensamente. Come lui, Fanny, la gelataia, sapeva che non ce ne sarebbero stati mai. Pianse per giorni quando lo lasciò ma non ce la faceva proprio a rinunciare al nuovo diacono. Arrivò a Riva Del Cucchiaio d’estate e la prima cosa che fece fu chiedere alla gelataia, nel suo chioschetto, se voleva leccare qualcosa di meglio del gelato di merda che proponeva in quel chiosco schifoso. La portò a forza dietro la prima siepe, e dopo averla convinta riempiendola di botte lei s’innamorò, e per Adolfo non ci fu niente da fare. Neanche l’amore più grande resiste nei confronti delle botte date bene, ed infatti lei non volle mai più in tutta la sua vita rinunciarvi.

Ma cronologicamente questo evento è successivo a quello sicuramente più simpatico che coinvolse anche il farmacista Homais e il geometra. Come si chiamava? Non importa, (anche loro sono carne per i corvi, per i vermi e per le mosche). Comunque; la premessa fu il lavoro di pavimentazione dell’area di fronte alla chiesa di San Bartolomeo, che come tutte le strade o gli spazi non costruiti di Riva Del Cucchiaio era in semplice terra battuta. Vi lascio immaginare, con le prime piogge e l’accumularsi della gente di fronte l’unica chiesa del paese, il macello che ne usciva fuori. Uno spiazzo di solo fango e la gente di Riva nel mezzo che poi entrava in chiesa, uno schifo insomma. Così, dato che Adolfo era uno scalpellino, con l’aiuto del farmacista, l’autorità più alta del paese in solo luogo della sua cultura, e quello del geometra (poco più di un muratore, ma di buona volontà), s’iniziarono i lavori. Adolfo ebbe da fare per un anno e dovette squadrare duecento pietre, larghe mezzo metro e lunghe altrettanto. Non volle neanche un soldo se non quelli per campare. Il paese si tassò interamente per permettere quel lavoro, e dimostrò senso di collettività come non mai. Nella bottega di Adolfo entravano ed uscivano persone ogni giorno e dieci aiutanti si sostituivano lavorando incessantemente alla squadratura. Il farmacista supervisionava seguito dalla figlia, BettyLou, e fumava il sigaro. Adolfo lo sapevano tutti che era un ragazzo in gamba e lei ci fece subito un pensiero; così non ci volle molto che si ritrovassero tra una lastra e l’altra, nel retro dell’officina, e i dolci mugolii di Betty salivano fin sopra il tetto e si disperdevano in vapore. Salivano fin troppo e arrivarono in un modo o nell’altro alle orecchie di Homais. Probabilmente cantò uno di quelli che lavoravano in via eccezionale da Adolfo, uno di quelli che insomma, senza quel lavoro, sarebbe morto di fame o giù di lì. D’altra parte bisogna sempre essere riconoscenti, e ancor più benevoli, per questo il farmacista impiccò la figlia nuda in mezzo alla piazza appena terminata, dopo averle rasato i capelli, il giorno dell’inaugurazione. Era un uomo di cultura Homais, e non dimenticò di rispondere ad Adolfo, quando gli chiese il perché del gesto, citando il Candido. “Quando sua altezza invia un vascello in Egitto, s’interessa forse dei sorci che stanno nella sua stiva?”

Se quindi dal punto di vista sentimentale Adolfo ebbe sfortuna, meglio non gli andò nei restanti campi. La gente del paese in seguito all’accaduto di cui sopra non gli commissionò più neanche un mezzo lavoro. Adolfo s’impoverì. Si diede al gin e all’elemosina. Fanny gravida gli scivolava davanti col diacono e se solo provava a rivolgergli uno sguardo si beccava un destro nel pancione dal compagno. I suoi amici gli girarono le spalle. Uno che non ha risolto niente nella vita e che a 25 anni già mendica è sicuramente un poco di buono. E avrebbe continuato a mendicare per il resto dei suoi schifosi giorni se non avesse conosciuto JeanJacques, lo storico, trasferitosi a Riva nel ventiseiesimo anno di vita del nostro Adolfo. Altro uomo di buon cuore, Jacques si prese cura di lui dopo che ebbe a parlarci per strada. Si chiese perché un giovane del genere si ritrovasse in quella situazione. Lo prese sotto la sua ala, lo portò in casa come Adolfo con i giostrai. Gli fece fare una vasca e lo vestì decentemente. In due settimane diventarono amici, o almeno così pensava Jacques, ma in Adolfo si era spezzato qualcosa nel profondo. Lo storico amava parlargli di storia, e almeno in quello il giovane era sinceramente interessato. Tiravano tardi fino all’alba davanti al camino e Adolfo era tutto orecchi. Jean, da parte sua, non poteva che essere contento di parlare di ciò che amava a una persona interessata. Adolfo rimase particolarmente colpito dalla storia dell’altarismo; un gruppo di esaltati, e di come questo in poco tempo prese il potere nella Repubblica del Sole a suon di violenze.

Così, alla fine del racconto, prese la doppietta fissata sopra al caminetto della casa e per prima cosa vuotò le cervella dello storico contro il muro. Poi requisì tutte le altre armi che trovò in casa, tutte le munizioni e scese in strada. Ammazzò senza nessun riguardo estetico, senza nessun criterio, la gente che incontrava. Il giardiniere, la lavandaia e i rispettivi figli, i cani e i gatti randagi. La sua furia si scaricò casualmente su qualunque essere vivente che incontrò. Poi, quando si calmò un po’, diede una forma e una logica al suo operato. Si diresse verso la chiesa. Trovò il diacono che scopava nelle sue stanze con tre puttane. Sparò le tre, gambizzò lui. Lo trascinò poi in chiesa, lasciandosi dietro una scia di lumaca, solo che rossa. Inchiodò il diacono su una croce improvvisata, poi gli mise un cero in testa e lo accese. Pregò velocemente, da buon fedele, poi si diresse a casa di Fanny, e poi dal farmacista, riservando loro un trattamento speciale. Visitò alla fine tutte le case di Riva del Cucchiaio portando i suoi omaggi e i suoi auguri in quella notte d’epifania. Poi, trascinò legandoli a cavalli, tutti i corpi nella piazza, ammontandoli sul suo lastricato. Quando la pila fu completa era alta cinque metri. Vi salì in cima e vi piantò un’improvvisata bandiera bianca, in segno di pace, nel cranio del farmacista. Allora fece un sospiro di sollievo e si distese un poco.

Francesco Maiorano

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