La semplicità del non sapere – Matteo Brignoli

As-GWk0lDV69fha8NGlbjHFcuNMixWromATTeUWI4s0AD’estate il piccolo borgo si riempiva di turisti. Arrivavano su un treno lunghissimo, tanto che Marco, ogni volta che lo vedeva passare, pensava non finisse mai. Se ne stava su una collinetta vicina alla stazione in attesa di sentire i fischi della locomotiva. Aspettava per ore quel momento, perché sapeva ciò che significava: l’inizio delle vacanze estive. Allora l’erba cominciava a seccare pian piano, mentre le ombre della giornata si allungavano di giorno in giorno, e il paese si popolava creando una sorta di misteriosa solitudine per chi restava, come lui, a vivere per le vie una vita disattenta. Tutte quelle facce felici da turista si confondevano con le malinconiche espressioni menzognere dei commercianti: i sorrisi si sprecavano, le occhiate sospette dei pensionati e quelle curiose dei bambini luccicavano tra le vie, mentre il tempo scorreva lentamente, come se lasciasse aperto spiragli di vita diversi, solite strade da percorrere battute però da una luce mai assaporata. Gli occhi si dovevano abituare a scenari identici ma completamente alterati: tutto veniva visto come per la prima volta, mentre intorno i turisti si stupivano ritrovando tutto come l’avevano lasciato l’estate prima. Erano i villeggianti abituati alle solite storie, che trovavano rifugio in quella loro seconda piccola realtà dimenticandosi del mondo dei trecentocinquanta giorni restanti. Marco, a differenza di molti suoi compagni di classe, sapeva come impegnare quelle vuote giornate estive. Si dilettava a dare una mano al cinema parrocchiale, attaccando cartelloni pubblicitari in giro per il paese e a volte montando le pizze di film astrusi e altre più gettonate per attirare turisti di ogni caratura. Gli piaceva quell’ambiente: così surreale, emanava un’aria spensierata e frivola dove ogni giorno non si proiettava solo un film, ma andava in scena un piccolo teatrino fiabesco con protagonisti i vari turisti simili a marionette. C’erano suoi coetanei a gruppi per i film comici e leggeri; signorotti con annesse consorti per i film di qualità; anziani, anziani ovunque, sempre vestiti di tutto punto, eleganti persino nei movimenti artritici dei fili quasi spezzati annodati a doppio nodo nei polsini delle camicie o sul tacco basso delle scarpe. Di tutta questa gente, Marco rimase colpito probabilmente dalla chimica di due vecchietti, marito e moglie, tanto che erano gli unici ai quali stava attento tornassero ogni anno. La moglie era solita chiedergli di portarle un bicchiere d’acqua durante l’intervallo, per poter prendere una piccola pastiglia che teneva nella borsa. Il marito lo incontrava spesso mentre usciva di casa la mattina presto, seduto in riva al fiume a pescare. Marco si chiedeva sempre cosa avesse potuto pescare in un piccolo rivo vicinissimo al paese (la sua casa infatti distava pochi isolati dal centro, anche se sembrava comunque dispersa nel nulla assoluto). Rimaneva attimi interi a guardare quelle mani rugose passare delicate sulla lenza, e quegli occhi persi nello scorrere dell’acqua.
Non si stancava mai: paziente, rimetteva il piccolo verme sull’amo di tanto in tanto, senza che i pesci abboccassero.

In un’estate matura nella vita di Marco, quello scenario a lui così caro venne stravolto dal suo primo scambio di battute con quel signore verso cui riponeva un timore reverenziale e recondito; non sapeva perché, forse per rispetto, forse per paura, sicuramente non per strafottenza. Fu l’anziano signore a rivolgergli per primo la parola. Era appena passato il chiarore dell’alba, aprendo il giorno ad un nuovo mattino cucito su misura per quel paese tra le montagne. Quell’anno aveva fatto crescere una barba ispida, grigia come i capelli che dalla stempiatura s’arricciavano illogici.
“Dimmi, ti sembra così strano che non ho ancora preso un pesce?”
Marco, fermo alle sue spalle, rimase spiazzato perché era proprio quello a cui stava pensando mentre lo osservava, ed era quello che ormai pensava da qualche anno nel vederlo al mattino, prima di andare al cinema.
“Tranquillo, ci sono abituato. Ci sarai abituato anche tu, visto che in sto periodo ci incontriamo praticamente ogni mattina.”
“E allora perché…?”
“Perché continuo?”
Il vecchio si girò verso Marco.
“Ragazzo, vieni qui, ti spiego una cosa”
Marco si sedette di fianco al vecchio, che gli passò la canna da pesca.
“Perché non mi sono ancora stancato”.
E rise, mentre l’amo s’immerse davanti a Marco.
“Che aspetti?! Tira! Ahahah!”
Marco tirò piano perché aveva paura di spezzare la lenza.
“V-va bene così?”
“Certo, ma fai in fretta se vuoi prenderlo, altrimenti scappa…”
Marco tirò più forte, fino a quando l’amo riemerse con appeso un bellissimo pesce lucente. Gli occhi e la bocca spalancati, come quelle scene dei film quando, finalmente, l’agognata femme fatale si concedeva al protagonista.
“Non sai quanto ho aspettato… Ahahah”
“Sono almeno cinque anni che la vedo ogni mattina d’agosto, seduto qui a cercar di tirar su qualche pesce!”
Marco, dette quelle parole trasalì.
“Mi… Mi sento un po’ in colpa…”
“Colpa?! Ahah non scherzare!”
Il vecchio prese il pesce, e lo ributtò nel fiume.
“Non era un buon pesce?”
“Non so nemmeno che pesce fosse! Non me ne intendo di pesca io! Ahahah”
Quasi pianse dal ridere che faceva. Marco cominciò a ridere a sua volta.
“E allora perché…?”
“Perché?” Gli fece eco il vecchio.
“Perché mi piace. E non c’è bisogno di sapere tutto su qualcosa per poterla apprezzare. Certo, la cultura aiuta in qualsiasi caso. Alle volte é indispensabile. Ma altre volte occorre solo un po’ di semplicità.”

Per la strada arrivò lenta una figura di donna: era sua moglie. Salutò da lontano, e le ricambiarono il saluto.
“Ehi, voi! Pescato qualcosa?”
Marco lasciò che fosse suo marito a risponderle, sperando in una sua esplosione di gioia.
“No, niente nemmeno oggi… Ahahah!”
Con una mano dietro la nuca e l’altra poggiata ad un albero, il vecchio rivolse una veloce occhiata a Marco.
“Quando la smetterai di venire qui a pescare? Sono anni che non prendi nulla! Ahahah”
E risero insieme, e Marco vide due persone avvolte dalla felicità, e capì che la felicità non è un attimo che ci coglie alla sprovvista, ma qualcosa che si costruisce lentamente durante il percorso della vita.

Matteo Brignoli

2 thoughts on “La semplicità del non sapere – Matteo Brignoli

  1. Valeria Oggero ha detto:

    Ciao, mi piace molto il modo in cui hai descritto la scena, sia i dialoghi sia il paesaggio, complimenti!

    1. Mattebrigno ha detto:

      Grazie mille davvero, sono sempre molto scettico sui dialoghi… Sono contento tu li abbia apprezzati.

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