A che pensi – Fabio Parola

inpieces_fayolle9“A che pensi?”

La mano di lei passava lenta, trascinata quasi senza sforzo tra i capelli di lui che stava sdraiato con la testa appoggiata sul ventre della donna.

Lui aprì gli occhi.

“A niente” disse.

“Non è vero” disse, lei, continuando a carezzargli la testa.

Lui sospirò e richiuse gli occhi.

La mano di lei scese dai capelli sugli occhi e poi sul naso di lui. Gli strinse il naso tra pollice e indice, tappandogli le narici. Lui non fece nulla per tre secondi, poi scosse il capo con forza, liberandosi il viso. Lei si mise a ridere, poi posò il dorso della mano destra sulla guancia destra di lui e rimasero in silenzio. Lui girò la testa e bacio piano il dorso della mano.

“A che pensi, Michael?”

Lui non rispose ma baciò di nuovo la mano di lei.

“Parlerai prima o poi, maledetto!” disse lei, mimando il cattivo di qualche film. “Ti farò parlare!”

Rise una risata limpida poi sollevò la testa di lui dalla pancia e si alzò nuda nella stanza in penombra. La testa di Michael ripiombò indietro sul materasso e lui, sempre a occhi chiusi, sorrise in silenzio.

Lei entrò in bagno e aprì il rubinetto della vasca. A quel suono Michael aprì gli occhi e lentamente si mise seduto sul bordo del materasso. Lei nell’altra stanza versava dei sali nell’acqua che andava scaldandosi. Si girò verso di lui e lo chiamo.

“Forza Michael, sai che ho bisogno di compagnia quando faccio il bagno.”

Lui, sempre sdraiato, la guardò e sorrise. Si alzò e andò verso di lei nudo nella penombra della camera. Entrarono nella vasca ormai calda, lui abbracciando lei davanti a sé.

Rimasero così un paio di minuti, scaldati dall’acqua e dal vapore. A un tratto Michael scivolò sulla schiena verso il basso ed entrambi finirono sommersi. Riemersero e lei rise. Lui la strinse un po’ più forte.

“Ehi, mi fai male così” disse lei. Lui allentò la presa.

“A che pensi?” chiese di nuovo, “Non hai ancora parlato. Prima ho fatto qualcosa che non ti piaceva?”

Lui le baciò la nuca, poi parlò.

“No, Irène, non hai fatto niente che non volessi. Non so se ancora tu non te ne sia accorta, ma sai sempre cosa fare. In ogni situazione.”

Lei si fece seria. “Non so, Michael” disse.

Rimasero in silenzio, lavandosi lentamente con solo lo sgocciolio dell’acqua profumata a rompere la quiete.

“Irène” chiese lui, “perché quando fai il bagno devo sempre essere con te?”

Lei si fermò un attimo, fissando un punto lontano davanti a sé e mordendosi il labbro inferiore. Michael aspettava.

“Perché ho paura di morire” rispose.

“Come? Di morire?”

“Di morire, sì. Di annegare”. Poi si sollevò, stizzita, stringendosi le ginocchia tra le braccia. “Non ne voglio parlare, Michael.”

“Scusami” disse lui ritraendola a sè. Le baciò i capelli due, tre volte. “Scusami, non volevo.”

“Lo so.”

Finirono di lavarsi, poi lei si alzò in piedi e scavalcò il bordo della vasca, posando i piedi bagnati sulla salvietta stesa a terra. Michael rimase ancora un po’ a mollo mentre Irène si asciugava, poi anche lui uscì dall’acqua e si asciugò. Si mise un accappatoio bianco e si sedette sul coperchio del water. Guardò Irène che si stava mettendo una crema azzurra sul viso. La crema mandava un buon profumo. Irène si girò e guardò Michael.

“Asciugati tu i capelli per primo, sei più veloce di me.”

Michael si alzò e con il phon si asciugo i capelli e la barba. Poi prese la boccetta del profumo e si spruzzò una volta sul collo e una sul polso destro. Si sfregò i polsi l’uno contro l’altro. Irène gli prese la mano e odorò il profumo dal polso. Irène baciò Michael.

“Sei un bell’uomo, sai?”

Michael la guardò e sorrise, poi tornò in camera. Irène cantava una canzone lenta, una canzone d’amore mentre si asciugava i capelli. Michael indossò la biancheria poi una camicia e dei pantaloni blu di lana leggera. La giacca era posata su una sedia. Mise la camicia nei pantaloni poi prese una cravatta rossa da un cassetto. Si sollevò il colletto e iniziò ad annodarsi la cravatta al collo.

“Sai Michael, credo che stasera ci sarà anche Anna. Non ricordo più quand’è stata l’ultima volta che ci siamo viste. Non mi ricordo davvero. Quanto tempo è passato, dio. Forse non voglio vederla. Forse non saprei neppure cosa dirle.”

Irène uscì dal bagno e iniziò a vestirsi nella sua metà della camera, a sinistra del letto.

“Ho sempre pensato che anche le amicizie più belle dopo un po’ diventano insignificanti se non ci si vede” continuava Irène, infilandosi un vestito grigio chiaro. “E’ un peccato.”

Michael strinse il nodo della cravatta, poi rimase a fissarsi allo specchio. Dopo un attimo lo sciolse di nuovo e ricominciò da capo.

“Ci trovavamo così bene noi due all’università. E adesso guarda. Niente. Forse siamo invecchiate. Credo sia naturale che le cose finiscano così. L’unica cosa che vorrei adesso è aver saputo riconoscere il momento in cui è finita.”

Michael non disse nulla e si strinse il nodo per la seconda volta. La cravatta era più alta della cintura di cinque centimetri. Doveva lasciarla cadere più lunga, fino a sfiorare la fibbia. Michael sciolse il nodo e ricominciò da capo. Irène andò verso lo specchio dove stava Michael con il vestito, guardò suo marito.

“Mi serve una mano con la zip” disse. Si voltò, dandogli la schiena.

Michael smise di guardarsi allo specchio e con la cravatta slegata si girò verso Irène. Appoggiò una mano sul fondo della sua schiena, dove finiva la cerniera, per tenere fermo il vestito. L’altra mano sollevò la zip, poi si posò sulla spalla della donna, stringendola a un ritmo lento in un leggero massaggio. Irène sorrise, chiudendo gli occhi. Michael smise di massaggiare e tornò a dedicarsi alla cravatta. Irène entrò in bagno per truccarsi.

“Anna… Anna mia amata” sospirò Irène. “Quella donna è stata forse l’unica cosa che ho amato davvero in vita mia, sai?” Poi, dopo un attimo di studiata sospensione: “A parte te ovviamente” aggiunse, guardando la propria immagine allo specchio che rispondeva con aria divertita e complice alla battuta appena fatta.

Michael strinse il nodo e stavolta andava bene. Si infilò la giacca. Prese l’accendino d’argento dal comodino e se lo mise in tasca. Il telefono scivolò nell’altra tasca. Si sedette sul letto e si mise delle scarpe nere, lucide. Irène stava finendo con il trucco. Michael non diceva nulla.

“A che pensi, Michael?” chiese Irène. “ Ti prego, parlami. Cos’hai?”

“Nulla, cara, te l’ho detto prima.”

“Non è vero che non hai nulla. Ti conosco.”

“Sì, Irène. Mi conosci.”

Allacciò la seconda scarpa e si alzò in piedi, guardandosi ancora allo specchio.

“Nulla, davvero.” si abbottonò la giacca. “Sono solo un po’ stanco, sì. Ho lavorato tanto questa settimana, lo sai.”

“Mi dispiace per Anna” aggiunse con il tono di chi, interpellato, si sente in dovere di esprimere un’opinione che preferirebbe restasse personale o, altre volte, un’opinione prima inesistente e inventata sul momento per liquidare la questione. “Forse la amavo anche io e non me ne sono mai accorto, Irène. Eravate così perfette e lontane voi due. Così distanti.”

“Chissà cosa sarebbe successo se fossi andato da lei e non da me a quella festa” pensò Irène ad alta voce. “Come mai hai scelto me, Michael?”

Michael stava davanti allo specchio e si guardava.

“Ho scelto te.”

“Lo so, evidentemente il tuo anello lo porto io e non lei” disse Irène. “Ma perché?”

Lui non rispose.

“Michael” disse Irène, “perché?”

Michael sospirò, poi rispose, quasi infastidito.

“Non me lo ricordo perché. Avevo bevuto, non ho memorie chiare di quella sera ed è passato tanto di quel tempo, Iréne. Ma perché mi fai queste domande? Non mi ricordo adesso, che vuoi che ti dica? ”

Irène in bagno fermò per un attimo la mano che stava passando il rossetto sulle labbra e un’ombra e un tremito le attraversarono gli occhi. Finì di truccarsi, prese gli orecchini dal comodino e li indossò.

“Tu invece, perché non mi hai cacciato via?” chiese Michael, ora più rilassato.

“Perché eri quello che stavo aspettando” rispose lei, quasi automaticamente. Finì di legarsi i capelli, guardandosi allo specchio del bagno, pensando, ricordando. Si morse il labbro inferiore, poi riprese:

“Davvero, eri quello che volevo. Che voglio. Se fossi venuto da me due anni prima non ti avrei nemmeno considerato, sai?”

Michael si voltò verso il bagno, senza riuscire a vedere Irène, come se dirigendo gli occhi verso la sua voce potesse capire meglio ciò che lei intendeva dire. Irène parlò di nuovo:

“Due anni prima avrei voluto la favola, credo. Avrei voluto un pirata, esotico, o un disperato da salvare, non so. Quelle idiozie che cerchi quando hai vent’anni. L’ordinario è l’ultima cosa che cerchi, quando hai vent’anni. Non che tu sia ordinario in senso negativo, caro. Intendo soltanto dire che non hai quelle… quelle eccentricità che potrebbero affascinare donne più superficiali. Sì, due anni prima avrei voluto la favola”.

Finì di legarsi i capelli e, scaricando il proprio peso sulle mani posate sul bordo del lavandino, avvicinò il suo viso al viso riflesso alla luce al neon dello specchio del bagno e parlò di nuovo, con rabbia rivolgendosi alla propria immagine:

“Poi capisci che le favole non esistono e chi prova a fartelo credere è un impostore. Dopo un po’ capisci che funzioniamo tutti allo stesso modo e inizi ad apprezzare chi non finge che non sia così”.

Sospirò forte e si allontanò da se stessa che la guardava dallo specchio. Il suo viso si distese.

“Ho perso tanto di quel tempo per capirlo. Ho sprecato troppo del mio tempo, credo, con persone che stavano recitando, e male anche.”

La sua voce stava addolcendosi, adesso: “Quando sei arrivato tu, Michael, conoscevo me stessa e gli uomini. Avevo imparato e sapevo quello che volevo. Ecco, ecco perché non ti ho cacciato via. Hai avuto un tempismo perfetto.”

Michael era rimasto con il capo chino, seduto sul bordo del letto a occhi chiusi. Quando Irène smise di parlare, stette un secondo in silenzio, quindi riaprì gli occhi, tornando a guardare Irène nel bagno vedendo in realtà il muro che gli bloccava la visuale. Michael parlò con voce calma.

“Se una donna molto bella, sai? E giuro su dio brillante come poche altre” disse. Irène uscì dal bagno, passando finalmente oltre il muro che bloccava la visuale. Michael adesso guardandola la poteva vedere. Irène si mise accanto a lui e si osservarono allo specchio, l’uno a fianco dell’altra.

“Siamo eleganti, abbiamo gusto, abbiamo una figlia al college, una casa piena di musica e libri e ci amiamo” disse Michael.

Sorrise alla moglie riflessa nello specchio. Il riflesso di Irène gli sorrise di ritorno.

“Poteva finire solo così uno come te. Eri perfetto sai? Non me ne sono accorta subito, ma eri perfetto” disse Irène. “Che altro ti aspettavi?”

“Gia. Chissà che mi aspettavo.”

Irène strinse a sé il braccio di Michael, ma lui si liberò velocemente e uscì dalla stanza.

“Dai, andiamo Irène” disse con urgenza. “Saranno già tutti là ad aspettare noi.”

Fabio Parola

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *