Il canto della sorgente – Alessandra Scubla

valtaleggio4Il sole si nascondeva timido oltre le montagne e un venticello fresco danzava fra le fronde. La natura era silente, come sospesa, in attesa che qualcosa accadesse. Erano gli anni della guerra, erano gli anni delle bombe e del silenzio assordante. Il giovane partigiano avanzava cauto, ma svelto, nel fitto del bosco, incespicando e imprecando di tanto in tanto per via dei rovi che si impigliavano nelle braghe, graffiandogli la pelle. I piedi cominciavano a dolergli, stretti nei vecchi scarponi di una taglia più piccoli, ma ormai era prossimo alla meta. Conosceva quei boschi come fossero la sua casa, riusciva a orientarsi senza alcuna difficoltà, e così, quando scorse un grosso sperone di roccia dalla forma squadrata, aumentò il passo; ancora pochi metri e sarebbe giunto a destinazione. Eccola là, oltre un piccolo rivo alimentato dalla pioggia dei giorni precedenti, la grotta, il rifugio. Superò il rivo e si fermò di fronte all’entrata: una porta. Una vera e propria fessura rettangolare ricavata nella roccia, che in molti avevano ribattezzato «La porta dell’Inferno», e che era finita invece per diventare il rifugio dei partigiani della zona.

Il giovane fu il primo ad arrivare. Entrò nell’angusto antro e subito si recò alla fonte per rinfrescarsi. L’acqua gelata, resa pura dalla roccia, rinvigorì i muscoli indolenziti, lavando via, insieme al fango, la stanchezza e la frustrazione accumulate. Si concesse, poi, un lungo sorso che conservava tutto il sapore delle sue montagne, della casa che aveva dovuto lasciare e di coloro che si era lasciato alle spalle… Lei… Si asciugò il viso, ripetendosi i motivi che l’avevano spinto a partire. La pace. La libertà. Erano grandi ideali, che richiedevano di contro grandi sacrifici. Era partito, lasciandosela alle spalle, ma promettendole che avrebbe fatto ritorno. Le aveva chiesto di aspettarlo, di non arrendersi. Sarebbe tornato. Una volta finita la guerra, sarebbe tornato da lei, l’avrebbe sposata e sarebbero stati felici. Si asciugò il volto col fazzoletto ricamato, che lei gli aveva donato, e si mise in attesa dei compagni. Prese dalla sacca un pezzo di carta e una matita e cominciò a scrivere. Si sentiva solo, spaventato e il futuro gli sembrava una chimera irrealizzabile. Solo, in quella grotta, con l’acqua che gorgogliava nervosa e il freddo pungente che penetrava nelle ossa, il pensiero tornava a rincorrerla per i prati ingialliti dal sole e tutto ciò che provava prendeva forma sulla carta. Un fiume in piena. Una sorgente di vita.

Il rumore di passi in avvicinamento lo fece sobbalzare. Arrotolò quella che ormai era diventata una lettera d’amore e speranza e la nascose in una fessura della roccia. Sarebbe tornato a prenderla? Qualcuno l’avrebbe mai trovata? Lei l’avrebbe mai letta?

«Arrivano!» urlò una voce, subito seguita dallo scoppio di una bomba. Il giovane imbracciò il fucile con mano tremante. Uno sguardo alla grotta. Un bacio scoccato lontano. Un respiro profondo e varcò la porta che portava all’Inferno in Terra. La sua lettera e l’amore che conteneva, restarono lì, nel buio della grotta, custoditi dalla roccia, cullati dal canto della sorgente.

Alessandra Scubla

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