Matrioska – Maria Fezzardi

unnamedCostanza socchiude gli occhi nella miopia e stringe le labbra mentre osserva il pallido ritaglio di carta verde appeso sul frigorifero, la vista un po’ appannata le rende faticoso inseguire gli ingredienti che rotolano sugli slanciati anelli della grafia della nipote. Li conosce così bene che non le serve in realtà a molto leggerli, eppure ci prova. Si dice che forse sono simpatici e sicuramente strani: a vederli lì seduti, fra le altalene giovani dei caratteri, non sembrano quasi nemmeno gli stessi che sbiadiscono negli annali della sua memoria ormai un po’ polverosa. In quel ritaglio di prato, dopotutto, fanno quasi tenerezza.
Ginevra si tira su le maniche e si allaccia il grembiule dietro la schiena, poi gira lo sguardo su sua madre che, un po’ piccola e curva, increspa la bocca e la sporge in avanti, quasi sia imbronciata, guardando lo sciocco appunto della ricetta fissato sul frigorifero. Sua madre che non ha mai scritto ricette, che sempre si affida alla propria pachidermica memoria, stipata dietro a una fronte appena bombata e a uno sguardo fiero. Ginevra ripensa alla fatica che ha fatto per strappare le dosi dalla sapienza dell’occhio di quella madre, dai suoi anni di tradizioni ed esperienza, guarda la ricetta che sua figlia ha voluto a tutti i costi copiare e attaccare al frigorifero e che adesso la fissa, con quei suoi cento occhielli d’inchiostro ed è come un manifesto che l’accusi. Guarda la ricetta, sua madre e poi di nuovo la ricetta e si dice che forse, dopotutto, i tortelli saranno buoni.
Dafne infila la mano nell’armadio, a tentoni cerca il chiodo e sfila il suo grembiule, scacchi bianchi e rossi leggermente imbottiti, e intanto guarda sua madre, maniche rimboccate e cappelli annodati in un nido un po’ aggrovigliato sulla testa. Sua madre che non ammette mai di essere agitata ma oggi, adesso, di certo lo è, mentre a sua volta guarda sua madre, concentrata sul meraviglioso post-it verde prato, che spicca fierissimo, medaglia sul petto rosso del frigorifero. Dafne guarda sua madre, guarda sua nonna, guarda la ricetta e si dice che oggi, dopotutto, è un grande giorno, un giorno di trapasso di nozioni, un giorno di iniziazione alla sapienza della cucina di casa.
“Siamo pronte allora? Io comincio con la pasta. Un po’ di farina sull’asse.” dirige Ginevra, leggermente tesa.
“Va bene, adesso la metto. Nonna c’è un grembiule anche per te, vuoi?” trilla Dafne
“Si, grazie tesoro. Non sei a scuola oggi?” domanda Costanza, accettando il grembiule che sua nipote le porge.
“No, oggi a scuola interrogano tutto il giorno quelli che devono recuperare dei brutti voti, quindi ho pensato con la mamma che avrei potuto stare a casa a preparare i tortelli con voi.” risponde Dafne, passando un dito ammantato di farina sul naso di sua nonna, che un po’ si irrigidisce e un po’ sorride.
“Dafne non giocare, mi serve la farina sull’asse, adesso!” s’innervosisce Ginevra e alza la voce per richiamare la figlia sopra il rullante rumore della macchina per tirare la pasta. Perché sua figlia non l’aiuta invece di peggiorare le cose? Sua madre non ama sporcarsi, tanto meno quando cucina, è una donna precisa, lei.
“Va bene, okay, stai calma, adesso la metto!” si difende Dafne un po’ offesa, ma subito si pente di aver risposto in modo brusco a sua madre. Sa che oggi è tesa, sa che ha paura del giudizio della nonna, sa che le piace cucinare ma nella sua stupida testa si mette sempre al secondo posto, quello dopo la nonna, come se a qualcuno importasse qualcosa del fatto che la nonna non ha bisogno di dosi, o che i suoi tortelli sono sempre tutti scrupolosamente perfetti e mai che se ne rompa uno in cottura. A lei i tortelli della mamma piacciono, anche se alcuni sono rettangolari e altri triangolari, anche se ci mette più amaretti di quelli che ha segnato sulla ricetta presa dalla nonna, perché le piace che siano dolci.
La pasta passa morbida tra i rulli, Ginevra la accompagna, Costanza la raccoglie con mani esperte e la riconsegna a Ginevra per una seconda passata, uno scatto dopo l’altro, nel silenzio riempito dal rumore elettrico della macchina, finché il foglio di pasta è sottile a sufficienza e con uno sbuffo aleggiante di farina viene posato sull’asse. Ginevra spegne la macchina.
“Meno male che si può spegnere, fa un rumore infernale.” butta lì Costanza “io uso ancora quella a manovella, ci metto più tempo ma almeno non mi rovino i nervi con questo baccano, tanto l’ho sempre fatto così, fin da quando ero bambina. Una volta tutta questa roba elettrica non c’era”.
“Lo so mamma, ma così è più veloce e poi anche lo spessore della sfoglia è più omogeneo, perché con la macchina elettrica la velocità è sempre uguale, mentre con la manovella no e si creano punti più sottili e altri più alti.” spiega Ginevra con una vena strisciante di irritazione che già le sporca la voce. Ed è tanto intenta ad erigere difese contro un attacco che si aspetta, che nemmeno si accorge dello sguardo languido con cui sua madre osserva il suo passato lontano nelle nuvole di farina.
“Cosa si fa adesso? Posso tagliare io?” si intromette Dafne, cercando un modo per distogliere le due dal contrasto che aleggia. Perché non la smettono di confrontarsi? Sono madre e figlia, non devono essere per forza uguali.
Ginevra si volta per prendere il ripieno, è grata alla figlia per aver avuto la prontezza di sviare il discorso, ma non si sente comunque al sicuro: finché quei tortelli non saranno nello stomaco e i commenti di gusto non si saranno esauriti intorno alla tavola, la conversazione sarà un campo minato.
Costanza guarda sua nipote e sente un piccolo pulsare di nostalgia per quando anche lei era giovane e impastava con braccia forti, per quando ancora aveva da imparare molto e veniva sgridata perché mangiava i ritagli di pasta cruda nell’attesa che le sfoglie fossero pronte. “Si dai, tagliala tu, prova, così un po’ alla volta impari tutto.” risponde con gentilezza, invitando la nipote ad accostarsi all’asse.
Dafne impugna il rullino e rimane sospesa col braccio sulla striscia di pasta. “Ma come devo fare?” chiede poi, agitandosi un poco e deglutendo un boccone dell’asciutta ansia da prestazione che sa impastare anche la bocca di sua madre.
“Stai nel mezzo, segui la pasta, schiaccia e spingi in avanti. E cerca di restare sempre nel centro: da un lato e dall’altro della linea che tracci la distanza dal bordo dev’essere la stessa” recita Ginevra, ripescando la lezione dalla sua infanzia, quando il rigore di sua madre le spiegava come fare.
Dafne prende coraggio e ci prova, ma la sua linea non è esattamente dove dovrebbe essere e, mentre il polso le cede in qualche curva di troppo, pensa che la geometria non è mai stata il suo forte e che il suo taglio somiglia pericolosamente alla traccia di un bambino che stia imparando ad andare in bicicletta.
Costanza guarda la linea curva con cui sua nipote sta straziando la perfetta geometria della pasta e d’improvviso si ricorda la prima volta che lei, bambina, l’ha tagliata: il suo solco era perfetto, non come quel sorriso storto che adesso deturpa la sfoglia. Quasi le prudono le mani dalla voglia di mettersi al posto di Dafne, di sentire l’asse premuta contro il fianco, di respirare il profumo della pasta fresca stesa in attesa proprio sotto il suo naso, di afferrare con mano salda il rullino e poi con gesto deciso, preciso, solcarla, con un atto rapido di perfezione tra il ticchettante applauso dei dentelli metallici sull’asse. É un orgoglio sciocco e lo sa, ma questa è una delle poche cose per cui Costanza sa di essere nata. Non è che si creda migliore degli altri, è solo che questa è stata la prima cosa in cui le hanno lasciato investire la sua vita, una delle poche cose che le riesce e la fa sentir bene. Non è qualcosa che farebbe per prevaricare, quello di prendere il posto di Dafne, sarebbe solo per sentirsi al suo posto, per necessità, per piacere, l’ultimo sciocco desiderio di una vecchia a cui non resta che tenersi stretta alle cose che sa fare, che un giorno ha imparato a fare, un giorno in cui per lei ancora era tempo d’imparare.
Ginevra spalanca gli occhi davanti al meraviglioso primo tentativo di sua figlia, che le piacerebbe lasciar correre e sbagliare in pace, infondo che male c’è, ad essere giovani e inesperti? Che male c’è a non aver ancora imparato a tracciare una linea perfetta e ad avere la serenità di impararlo sbagliando, o forse a non impararlo nemmeno mai? Ma poi nota preoccupata le ali del naso di sua madre che si dilatano con fastidio nel gesto a lei fin troppo noto e, prima che Costanza possa dire qualcosa di aspro e duro, prima che possa ferire sua figlia con un rimprovero, Ginevra pensa che forse può dire qualcosa lei. Forse, se lei la riprende per prima, Costanza eviterà di calcare la mano. Così cerca qualcosa per incalzare sua figlia e, nel tentativo di proteggerla da una lama che sente affilarsi tra i pensieri di sua madre, si confonde e punzecchia sua figlia, con l’intenzione di difenderla “No, no, no così non va, stai andando storta non lo vedi?” la voce di Ginevra raschia senza troppa forza, ma è abbastanza per far male.
Dafne si sente avvampare. Perché sua madre la riprende così, davanti alla nonna? Ci stava solo provando, perché non si può mai fare un tentativo in pace? E pensare che non ha fatto altro che cercare di stemprare la tensione tra la mamma e la nonna, si è offerta di tagliare la pasta solo per evitare che cominciassero a litigare, prima che la nonna si lasciasse andare alle sua malinconiche riesumazioni del passato e che la mamma le prendesse come accuse di scarsa ottemperanza alle tradizioni. Si è messa di mezzo e questo è il bel ringraziamento, si è esposta e invece di sostenerla sua madre la schernisce.
Ginevra si sente come quella volta che in sonno è uscita correndo sul balcone e poi s’è svegliata e si è trovata addosso un’azione che non ricordava di aver intrapreso, uno slancio che non sapeva come sciogliere, una direzione che non sapeva come cambiare. Non voleva ferire Dafne, ma adesso, nello spasmo delle sue pupille e nelle nocche sbiancate intorno al manico del rullino, legge l’umiliazione di sua figlia e non sa come può riparare, non sa come tornare indietro, come ricucire quello strappo che non si ricorda più nemmeno perché ha deciso di procurare.
Costanza è sorpresa e nella rigidità che lampeggia dentro gli sguardi fra Ginevra e Dafne legge un astio che non riesce a spiegarsi, si chiede perché sua figlia sia stata così aggressiva, perché tanto le costi accettare l’errore di una ragazza che sta soltanto provando a crescere.
“Va bene allora tieni, fattelo tu! Io non la so fare la pasta e non me ne importa niente, a dir la verità! Mica succede qualcosa se vado storta, lo sai? Non è un’operazione chirurgica!” sbotta Dafne, mentre le lacrime le salgono agli occhi.
“Certo che non succede niente, ma poi i tortelli vengono tutti diversi!” risponde Ginevra, alzando a sua volta la voce, vorrebbe tornare indietro e invece non riesce a far altro che andare avanti e a sfogare ingiustamente su sua figlia la tensione che le provoca la presenza di sua madre.
“E allora? Chi se ne frega dei tortelli storti! Io volevo solo imparare, ma qui se uno non è nato perfetto non va bene, vero?” anche Dafne grida adesso.
“Ginevra, che te ne importa se i tortelli sono diversi? Non te n’è mai importato, anche tu tagliavi storto da ragazzina, non ti ricordi?” s’inserisce Costanza, cercando di rappacificare gli animi offesi delle altre due.
“No infatti, non mi importa! A me non interessa niente se i tortelli sono storti, se sono uno diverso dall’altro e se mia figlia non è un geometra. Hai ragione, non mi importa e non mi è mai importato! É a te che importa, sei tu quella che vuole le cose perfette, che i tortelli o li si fa come dici tu oppure si fa meglio a stare a digiuno, come se poi cambiasse qualcosa nel gusto, il fatto che siano tutti uguali!” risponde urlando Ginevra, rivolta a sua madre.
“E allora se non ti interessa perché me lo devi far pesare? Dici tanto della nonna e poi…” domanda Dafne con voce ormai rotta dal pianto.
“Perché se non lo avessi detto io te lo avrebbe detto lei, e sarebbe stato peggio.” risponde Ginevra, anche alle sue ciglia si affacciano le lacrime.
“Io?” si ritrova a chiedere sbalordita Costanza “No che non l’avrei ripresa invece. Le ho detto io di tagliare la pasta, lo so che non è una cosa facile, non la prima volta.”
“E allora se lo sai, perché me lo hai sempre fatto pesare? Che tu eri perfetta e io no? Che tu riuscivi a far a meno delle ricette scritte e delle dosi e io no? Che tu fai la pasta alla vecchia maniera con la macchina a manovella e io no? Perché devo essere uguale a te per essere giusta?” chiede piangendo Ginevra, con le spalle richiuse intorno al petto e la gola tesa.
“Io non volevo fartelo pesare e non sono affatto perfetta, è solo che io le dosi non le ho mai sapute e, se anche le avessi sapute, all’epoca in cui le ho imparate non sapevo nemmeno scrivere, le cose elettriche non le ho mai sapute far funzionare e adesso è troppo tardi per imparare.” risponde Costanza, travolta dalla stanchezza e dal rammarico.
“E’ troppo tardi per molte cose. Ma almeno per essere qui insieme pensavo che non lo fosse.” sussurra Ginevra.
Dafne abbandona le braccia lungo il corpo e si morde il labbro inferiore.
Ginevra si asciuga gli occhi col dorso della mano sporca di farina, imbiancandosi le ciglia.
Costanza ascolta e riascolta le ultime parole di sua figlia, sospese a galleggiare nel silenzio.
Stanno lì, vicine nella stanza eppure così distanti: negli anni, nei vissuti, nelle rabbie, nei pensieri, nelle gabbie. Eppure ancora così vicine, in quel senso di amarezza impotente che morde loro la gola in silenzio, in quella sensazione di equivoco che le ha trascinate dove non volevano, senza che sapessero come. Stanno lì e cercano un equilibrio tra le crepe di quel qualcosa che si è rotto e che adesso fa male, un modo per remare indietro, per riavvolgere il nastro.
Dafne tira su col naso e pensa che non sanno dove stanno andando, tutte e tre, ognuna lì a pensare di proteggere le altre due dalle loro questioni in sospeso, mentre invece che aiutare ingarbugliano ancora di più la matassa e, mentre tentano di infilarsi a scudo per ricoprire le ferite altrui, finiscono per squarciare le proprie, in un triangolo infinito di rimbalzi storti. Con decisione prende il rullino e si mette a tagliare i quadrati più precisi che riesce, infilando nella pasta solchi perpendicolari a quello sgraziato che ha tracciato poco prima. Ginevra si avvicina alle spalle di sua figlia, le prende la mano e la guida nel gesto e, mentre con la mente l’abbraccia, con il corpo le domanda scusa. Ma quando il delinearsi dei riquadri infine giunge in fondo alla striscia di pasta, nella curvatura del bordo resta lo spazio per una sottile lunetta di scarto. Costanza si avvicina, guarda negli occhi Ginevra, poi Dafne, allunga una mano su cui gli anni hanno increspato la pelle, tra le labbra le si apre un sorriso e tra i denti le sparisce in fretta la lunetta di pasta cruda.
Ridono. Adesso ridono e si guardano in viso e forse è sparita la tensione, adesso. Forse non vogliono più essere uguali, forse, finalmente, si accolgono, si concedono ognuna le proprie regole. Ma si portano un po’ l’una nell’altra, s’affacciano nelle somiglianze e si spiano nelle distanze, si comprendono anche ognuna chiusa in se stessa: meravigliosa matrioska di generazioni, incastro perfetto del tempo che scorre.

Maria Fezzardi

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