Lettera ad Alice (come la pioggia) – Matteo Brignoli

AiqXo0gcEXuDTRI6lCbbkTHVrugcgOw1Vlj5it7sGILiFuori s’intravedeva qualche goccia di pioggia scendere leggera, portata dal vento, sbatteva piano sul vetro della finestra di fronte al letto, lasciato scoperto dalla tapparella. Un legno bianco un po’ trasandato incorniciava i vetri quadrati che iniziavano a rigarsi di lacrime, e il sole della mattina sembrava non avesse alcuna voglia di svegliarla. Alice dormiva leggera, come la pioggia, socchiudeva gli occhi nella penombra, rigirandosi nelle lenzuola bianche. Era domenica e non lavorava, e di sicuro non si sarebbe alzata se non a preparare il pranzo. L’essenziale. Respirava nel morbido cuscino, riviveva sogni lasciati a metà e poi ripresi in attimi di lucidità altalenante. Era su un’altalena piena di fiori, o dormiva nel cuscino. Attimi di cui non si sarebbe ricordata, quando si stirò dolcemente, aggrovigliandosi nel cotone fresco che la copriva: tese le braccia verso l’alto e inarcò la schiena poggiandosi sui talloni, conficcandoli nel materasso. Era domenica, era primavera. La vestaglia nera le copriva appena le ginocchia, giocando con le sue spalle, scendendo da una e salendo dall’altra. Si mise a sedere sul bordo, i piedi nudi appoggiati sul freddo marmo grigio del pavimento. Non aveva bisogno di accendere la luce: anche senza il sole, il chiarore del mattino filtrava lo stesso dalla tapparella, che si affrettò ad alzare. Fuori nuvole grigie avanzavano sopra i monti, l’ultimo azzurro restava lontano, un sospiro del cielo forzato alla tristezza. Doveva proprio essere così, pensò. A piedi nudi camminò per la stanza: poggiandosi al comò aprì l’ultimo cassetto e ne estrasse una busta di carta. Si infilò le pantofole per non raffreddarsi i piedi, e con la busta uscì lentamente dalla stanza. Le tapparelle da alzare non erano poi molte in quel monolocale. Arrivata in cucina, Alice aprì la finestra che dava sulla terrazza. Rabbrividì alla frescura mattutina e cominciò a scaldare la moca per il caffè. Di tanto in tanto spostava i capelli bruni che le coprivano il viso: non erano lunghissimi e si fermavano appena sopra al collo, mossi manco per il vento, scoprendola sensuale in quella pelle levigata che racchiudeva frammenti di stelle orientali, lucenti smeraldi d’essenza filari verdi di vita pronta a sbocciare. Ma qualcosa non andava. Sentiva un vuoto in quelle tre stanze che niente avrebbe potuto colmare. Nemmeno il caffè bollente e la felpa che indossò per contrastare i brividi che la pioggia le infondeva. Caffeina, felpa, divano. Un bel quadro. Alice se ne stava semi-sdraiata, la busta sul tavolo ancora chiusa. Una lacrima le rigava il volto: scendeva leggera, come la pioggia. Si ricordò di lui, che se ne era andato così, senza quasi dirle nulla, senza darle possibilità. Si ricordava bene dei momenti passati con lui. Tutte le cene fuori insieme, tutte le sere a casa in pigiama, con la voglia di far nulla se non lo stare insieme. Le mancava da morire. Sapeva che aprendo quella busta sul tavolo avrebbe versato lacrime su lacrime, perso spirito e indebolito l’anima. Ma doveva farlo. Glielo aveva detto lui per messaggio: “Domenica prossima, nel cassetto in fondo al comò, troverai una busta. Aprila solo allora. Sei tutto.” Peccato che credeva veramente solo alla prima parte, a quel punto. Ore undici, Alice prese la busta e la aprì delicatamente. Nel farlo, scorse il bracciale che portava sul braccio sinistro: una filo rosso tutto colorato, uno scherzo di lui in una sera d’estate, cinque anni prima. Quanto si erano divertiti a sparare al tiro a segno in riva al mare, e quanto avevano ironizzato su quella vincita del cavolo. Così non aveva mai smesso di portarlo. Non era davvero cambiato: sempre con quel suo fare da bambinone per farla divertire, sempre a dirle che il suo sorriso era la cosa più importante. Non lo aveva mai visto triste, e tante volte, quando la vedeva pensierosa o presa per qualcosa, le diceva: “Smettila dai, andiamo fuori a prenderci un gelato”. La faceva stare bene nelle sua semplicità.
Dalla busta Alice sfilò alcune fotografie. Lei era un’appassionata di foto, non si separava mai dalla sua Reflex. In ogni viaggio si portava tutti gli obiettivi, flash, accessori vari e treppiede. E doveva portarseli in groppa sempre lui. Sorrise a quell’immagine. La prima foto era la loro prima foto: non se ne sarebbero mai dimenticati. Seduti al parco di sera, lui in jeans e maglietta bianca, lei con una camicetta a quadrettoni, di quelle che andavano di moda almeno otto anni fa. Anche lei in jeans e All Star. Uno dei primi smartphone con fotocamere decenti, uno dei primi selfie. Poco dopo il primo bacio.
La seconda foto era del loro primo vero viaggio: Parigi. La città degli innamorati. Alice ne rimase ammaliata: c’era la neve, la Tour Eiffel illuminata sovrastava la marea di gente che passeggiava negli Champs de Mars e nello spiazzo affacciato al Senna. Una scatola di Macarons al cioccolato. Faceva un freddo boia, ma a chi poteva mai interessare: i guanti arcobaleno e una berretta con le treccine, qualche straniero che provava a venderle qualche borsa, sciarpa – erano quelli che scappavano dalla guerra, e a Parigi non andavano di certo perché volevano passeggiare sotto la Tour Eiffel – e Alice si dimenticava del mondo: leggera, come la pioggia, rimaneva sola insieme a lui e danzavano stretti nel vortice confuso e sorridente della spensieratezza. Quella spensieratezza che venne poi a mancarle così tanto da farla crollare in un baratro. Parigi era lontana; come lo era anche quella sera in cui fecero l’amore per la prima volta, il sapore della sua pelle che le accarezzava le gote e un sentimento di sicurezza e pace che sentiva radicato nello stomaco come l’aroma del caffè. Tutto a posto.
La terza foto, l’ultima, era tutta sfocata. Alice non ci tenne molto a capire di cosa si trattasse. Lo stomaco le si ritirò; per un istante pensò di vomitare, ma riuscì solo ad ingoiare l’acido di quel momento. La mano tremava come la luce che filtrava dai pochi spiragli di cielo, che stava aprendosi pian piano. Scostò i capelli che le andavano sul viso, poi si alzò e prese il portatile. Impiegò una vita ad accendersi, durante la quale nella sua testa si mescolavano informazioni e frasi sospese, lasciate a metà un po’ così e mai ripescate dal mare delle menzogne.
Alice non sapeva perché la avesse lasciata così, di punto in bianco, senza la possibilità di dirgli ciò che pensava. Non ci sarebbero stati problemi, per lei. Contava solamente lui, nessun altro suo problema. Avrebbe voluto dirglielo in quel preciso istante, di stare tranquillo, che sarebbe andato tutto bene, che non le importava un accidenti, che contava solo lui. Era perfetto nelle sue imperfezioni, anche in quelle che non si possono guarire.
In tre anni di convivenza, provarono infinite volte ad avere un figlio insieme. Appena fidanzati, Alice si immaginava già madre: giocava a scegliere nomi e soprannomi, provava ad immaginarsi che sport avrebbe potuto praticare il loro figlio, e le sue infinite avversioni verso il calcio lo facevano imbestialire. “Sceglierà lui”, concludeva per riappacificare la conversazione. Gli diceva che sarebbe stato un buon padre.
Lui non ci credeva molto: infatti, anni dopo scoprì che la colpa della mancata gravidanza era solo sua. L’ultima foto, come la pioggia, faceva un rumore assordante, uno scroscio incessante che bagnava al solo sentirlo. Alice sapeva dove avrebbe potuto trovare ciò che cercava: in mezzo a qualche cartella del computer doveva pur esserci qualche informazione. La mano che muoveva il mouse si spostava veloce, sicura. Gli occhi leggevano velocemente ma mai superficialmente, muovendosi a scatti impercettibili. Quando lesse la dicitura “Esami” su una cartella, capì che aveva trovato ciò che cercava.
Non la aprì. Le bastava sapere perché l’avesse lasciata così, di punto in bianco. E a capo; voleva con tutto il cuore che lei riuscisse ad andare a capo, ricominciare con una nuova speranza. Sarebbe stata dura per entrambi, ma non se la sentiva di essere una limitazione ai sogni di Alice. Alice era una sempreverde. Avrebbe saputo come risplendere di nuovo.
Ma in quel momento avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di ritrovarlo. In mezzo a quelle cartelle di esami e fotografie, saltarono fuori alcune prenotazioni lasciate lì a caso, sembravano in attesa che qualcuno le trovasse. Alice non spense nemmeno il computer, corse in camera a cambiarsi. Doveva affrettarsi. Chiuse tutte le finestre. Prese la borsa, cellulare e portafogli. Passando di fianco al divano, l’ultima fotografia che era poggiata in bilico cadde sul pavimento. Davanti, la sfocatura non aveva più senso alcuno: la guardò distratta mentre la sollevava. Poi si fermò di colpo. “Col cazzo!” esclamò, e uscì di casa.
So che dietro a quell’ultima fotografia, Alice trovò scritte queste parole:

Spero che la tua vita trascorra leggera,
come la pioggia,
spero che vivrai lasciando ogni pensiero
al tempo;
passerai la primavera ad innamorarti
e sboccerai libera
nel vento,
che l’estate abbia fiori da annaffiare e curare,
aspetterai l’autunno senza tormento,
e l’inverno arriverà dolce,
e alla fine non ci saranno rimpianti.

So che Alice me le sbattè in faccia ridendo. So che da allora, abbiamo iniziato a costruire la nostra felicità.

Matteo Brignoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *