Se ne poteva anche fare a meno – Riccardo Meozzi

IMG_0254 (1)Il vociare era basso, rimbalzava sui sampietrini del centro e sulle lastre d’ardesia con cui certi palazzi erano tappezzati. Quello della sua famiglia al contrario era una delle poche costruzioni cinquecentesche che avevano mantenuto l’antica facciata. L’intera struttura non aveva subito variazioni, anche se una ventina d’anni prima il piano terra era stato venduto ad un sarto. La casa si divideva in tre piani e era grande più o meno trecento metri quadrati. La sua camera si trovava a contatto col solaio, i genitori e il fratello maggiore dormivano di sotto, al piano sopra la cucina e il salotto.
Lei aveva scelto la stanza più isolata, l’unica ad avere un bagno personale. In pochi passi si poteva stendere sul letto bianco, farsi una doccia e infine affacciarsi sul terrazzo in ferro battuto. Suo padre l’aveva fatto restaurare alcuni anni prima.
“Deve essere messo in sicurezza. Questo piano è sempre stato poco usato”
Le migliorie che vi erano state apportate non l’avevano turbata. Quello spazio era suo e l’avrebbe sempre accolta. Aveva scelto un arredamento semplice, per nulla ingombrante: i mobili erano bianchi e la scrivania di un antico marrone scuro, levigato e trattato.
“Se devi studiare è bene che tu lo faccia su un ripiano adatto”
Aveva detto la madre portandola dall’antiquario. Ne avevano discusso e alla fine avevano acquistato quel vecchio scrittoio.
Il terrazzo restava la parte che preferiva. Era lungo e stretto, costruito proprio di fronte al letto. Si era comprata un bollitore e la mattina beveva il tè in solitudine. Lo metteva a bollire e nel frattempo raccoglieva i capelli sconvolti dal sonno. La macchinetta suonava, lei si sciacquava il viso e poi tornava in camera. Due cucchiaini di zucchero, un goccio di latte freddo, mescolare per trenta secondi, aprire la finestra e uscire in vestaglia.
Vedeva tutto il corso cittadino. Beveva il tè e si teneva la tazza stretta al seno. Un piccolo calore che nessuno le poteva togliere. Quando rimaneva un solo sorso, si accendeva una sigaretta e restava a contemplare il cielo. Nuvole o pioggia, sole e vento, nulla di questo non le importava: rientrando in camera si sarebbe comunque trovata al sicuro. Nessuno conosceva quell’angolo, quella sottile parte della sua vita. Era l’angolo meno usato, veniva visitato solo dalla donna delle pulizie.
I suoi amici venivano infatti accolti nel cortile interno, il natale e la pasqua si festeggiavano in salotto o in cucina; tutti i desideri e le aspettative invece salivano in alto, tutto ciò che la gente non riusciva a consumare durante quelle occasioni andava fino all’ultimo piano e là veniva trattenuto. La sua stanza era uno scrigno per il non-detto, le vite coagulate dal tempo. Nessuno le aveva mai chiesto di salire, di vedere la stanza o tantomeno di spogliarla sul suo letto. Non ne avevano il coraggio, eppure lei non negava quella possibilità a nessuno. Era cordiale, rideva a bocca aperta e poi a labbra chiuse, faceva tintinnare gli anelli e pagava un bicchiere di prosecco all’amica appena arrivata. Tutti l’amavano e nessuno si affacciava nella sua stanza.
Nel frattempo il vocio era aumentato. Controllò l’orologio e notò che non erano nemmeno le dieci. A quest’ora tutti sarebbero dovuti starsene al lavoro o all’università. Si sedette sul letto e si allacciò il reggiseno. Tre graffette sul secondo spazio, una distanza che marcava una media misura del suo petto, un altro spazio più accessibile della sua stanza. Si calcò il pullover e aggiustò le maniche per lasciare scoperto l’Omega.
Si mise sulle spalle la vestaglia e uscì in terrazzo. La pioggia era caduta tutta la notte e un velo d’umidità solcava l’aria. Boccheggiò e fra le labbra pose la prima sigaretta della giornata. Un piccione spiccò il volo dal tetto di fronte e arrivò a terra, reclinò la testa e si mise a bere da una piccola pozza d’acqua putrida e piovana.
Vide che la folla si stava muovendo. Faceva rumore, scimmiottava parole grevi e forti, i toni salivano e i cartelloni dipinti foravano il cielo con le loro frasi. Erano lettere e parole scomposte, ritorte su loro stesse, accartocciate di sentimenti e scagliate in avanti per ferire e aprire un passaggio là dove non c’era. La massa di persone si agitava come se ci fosse un nemico invisibile, un mostro dalle fattezze immonde pronto a sbranare chiunque l’avesse affrontato. Lei vedeva solo aria e pioggia.
Il vociare iniziò a farsi chiaro, a parlare di tagli agli stipendi, di diritto all’istruzione, di malignità governative. Partì un coro, ma le parole erano confuse e fuori tempo. Lei provò ad ascoltarlo ma le vennero in mente le nenie dei bambini appena nati, quando i significati non possono venir espressi in modo strutturato. La folla passò sotto il suo terrazzo e vide distintamente gli uomini e le donne che aprivano il gigantesco corteo. Notò qualche poliziotto camminare con le mani raccolte dietro la schiena e lo sguardo attento, desideroso di un evento proibito. Uno degli uomini in prima fila era lui. Aveva i capelli castani e la barba gli avvolgeva i lati del viso per poi richiudersi sotto il mento. Urlava, il volto contratto in una smorfia. La mano del ragazzo sorreggeva un lembo dello striscione sul quale era scritto il motivo del corteo. La giovane desiderò rientrare, tirare le tende e aspettare di vederlo scomparire oltre l’angolo, sfociare nella piazza, urlare per qualche altro minuto e alla fine chiedere un incontro informale con il sindaco, minacciarlo di bloccare il traffico e far proseguire la protesta anche nei giorni successivi, anche nei licei, nelle fabbriche, fra il personale scolastico.
La quiete dietro di lei la chiamò e lei non resistette. Si aspettò di trovare la stanza piena di rumori e nubi di parole. Così fu. Sentì bene ogni sentimento, ogni rabbia, ogni euro e minuto speso per dare sfogo al corteo, alla macchina succhia-identità che serpeggiava per le vie del centro. Si sedette sul letto e tenne le mani in grembo. La prossima mossa sarebbe stata preparare la borsa e dirigersi allo studio di suo padre.
Il cellulare squillò sopra il comodino, lei lo prese e rispose senza guardare.
“Si?”
“Ti ho vista che ti affacciavi dal terrazzo. Posso salire?”
“Vieni, vieni”
“Se hai da fare non ti disturbo, eh”
“No no” disse abbassando il tono “È che stai in mezzo alla folla e non voglio che sia io a disturbarti”
“Tranquilla”
La chiamata venne chiusa e il tempo cominciò a coagularsi. Scese le scale seguendo la luce del mattino che le cadeva sulle mani ferme e decise, sulle gambe che si dirigevano alla porta d’ingresso, sulle labbra già tese al saluto. La luce filtrava da ogni finestra e lei lo aspettò sull’uscio di casa, al varco che in molti avevano superato. Lui entrò e un forte odore di freddo e bagnato lo seguì nell’ingresso. I capelli erano rigonfi per colpa dell’umidità e per la fretta di sottrarsi da ogni altro impegno.
“Il tè che mi avevi promesso?” Disse frizionandosi le mani fredde.
Tutto era dov’era e la luce non aveva smesso di entrare nell’enorme casa. Niente avrebbe smesso di funzionare, ogni luogo sarebbe rimasto quello che era e lei non avrebbe mai dovuto dire dove finivano tutte le cose che le persone gettavano fuori dalla loro bocca.
Gli indicò la scala e i piedi di lui salirono i gradini assieme ai passi di lei. Pensò più volte che uno dei due si sarebbe bloccato e avrebbe chiesto di scendere al piano di sotto, che era buona educazione consumare la bevanda seduti in salotto o tutt’al più al tavolo della cucina, ma nessuno mosse un muscolo. Salivano lenti e sicuri. Lei gli aprì la porta della camera e un lieve odore di fresco le penetrò nelle narici. Il giovane se ne stette sulla soglia per qualche istante, la osservò parlare e alla fine le disse che era il posto più bello dove fosse mai stato.
“Ti arrabbi se dico che tutti i vostri soldi sono spesi benissimo?”
Lei sorrise e negò, poi si voltò e accese il bollitore. Pensò che la presenza di quell’uomo la stava mettendo in imbarazzo, ma sarebbe stata una bugia. Avrebbe potuto dire che il suo ingresso nella camera l’aveva sconvolta, che non era pronta, ma non assolutamente vero. Era tutto naturale, liscio come una lama appoggiata sulla carne, lento e tiepido come gli umori che scendono dal corpo. L’ammasso della stanza non aveva risentito del suo ingresso, non aveva vibrato, non si era indispettito, non l’aveva messa in guardia.
Gli disse che il tè era pronto, che se non aveva freddo potevano anche accomodarsi in terrazzo. Lui si tolse il cappotto e la seguì. Versarono il liquido caldo nelle tazze e poi lo zucchero e il latte.
“A quest’ora saranno già arrivati al municipio”
In quell’istante una nuvola si allargò facendo spazio al sole e un piccione volò fino alla ringhiera in ferro. La stanza venne invasa dalla luce e il giovane chiuse gli occhi infastidito, si mise una mano davanti alla faccia e la guardò.
“È la prima volta che qualcuno viene quassù?”
Lei annuì e ebbe l’impressione che qualcosa si schiudesse, che dilagasse ovunque alla ricerca del luogo che l’aveva creata. Il giovane si portò la tazza alle labbra, prese un sorso, poi le disse che il mondo intero non faceva altro che parlare e che se ne poteva anche fare a meno.

Riccardo Meozzi

5 thoughts on “Se ne poteva anche fare a meno – Riccardo Meozzi

  1. Grace ha detto:

    Bello. Leggendo tutto ciò che era descritto, si materializzava

    1. emergenzascrittura ha detto:

      Grazie a nome di Riccardo. Ci fa sempre piacere sapere di poter contare su lettori attenti, curiosi e che interagiscono con noi, torna a trovarci!

  2. Sofia ha detto:

    Geniale.

    1. emergenzascrittura ha detto:

      Grazie a nome dell’autore! COntinua a seguirci e a commentare 🙂

  3. Gaia ha detto:

    Bello, bellissimo, il mio preferito.

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